Recensione. CI VUOLE UN GRAN FISICO: commedia nord-italiana, femminile, non così riuscita

Ci vuole:2Ci vuole un gran fisico, regia di Sophie Chiarello. Con Angela Finocchiaro, Giovanni Storti, Raul Cremona, Jurij Ferrini, Laura Marinoni, Elio, Rosalina Neri, Antonella Lo Coco.Ci vuole:3
Film di atmosfere e comicità inequivocabilmente milanesi-ambrosiane, e però girato in Piemonte (per via della Film Commission), con involontari effetti di straniamento brechtiano. Una neocinquantenne alle prese con tutti i problemi assai tipici di una cinquantenne: lavoro a rischio, figli e mamma da sorvegliare ecc. ecc. Film molto, molto dalla parte delle donne. Ma il vero spettro che aleggia è quello dell’invecchiamento e della renziana rottamazione. Domanda: Angela Finocchiaro è meglio in ruoli collaterali da caratterista o protagonista e mattatrice come in questo caso? Io dico la prima, non so voi. Ci sarebbe voluta la Melato dei tempi belli, ecco. Voto 5Ci vuole:1
Film inconfondibilmente milanese (interpreti di scuola Zelig-Viale Monza o comunque cabaret dei navigli, umorismo e accento e birignao lombardocentrici, perfino una gloria strehleriana-piccoloteatro come Rosalina Neri), eppure girato in Piemonte per via della prima e più famosa e efficiente Film Commission, quella per l’appunto torinese-piemontese, che ha messo a disposizione location e i suoi servigi per questo Ci vuole un gran fisico. Il risultato ha un che di straniante inconsapevolmente brechtiano (e anche qui strehleriano, insomma brechtiano di rito ambrosiano). Ci sono Aldo, Giovanni e Giacomo però scomnposti e individualizzati, e se Giovanni Storti ha il ruolo più consistente – quello di un angelo mandato a vegliare sulla goffa protagonista – gli altri fanno una comparsata a testa e amen. C’è Angela Finocchiaro la quale, dopo i recenti successi al box office in ruoli collaterali (Benvenuti al Sud, Benvenuti al Nord, La banda dei Babbi Natale), stavolta conquista il ruolo centrale nei panni di una neocinquantenne che incarna, didascalicamente e didatticamente e dimostrativamente, il tipo social-medio della cinquantenne nord-italiana di oggi: con un lavoro che a causadella crisi e dei tagli di personal rischia di non esserci più a breve, con figlio adolescente (in questo caso figlia) a carico  e un ex marito che continua a vivere parassitariamente alle spalle, con una madre quasi ottantenneassillante e non ancora doma e arresa. E poi, la menopausa, uomini che ci provano, uomini che sfuggono, colleghe vipere, capi stronzi ecc. ecc.
Sembra la messa in cinema di quei probi e accorati articoli da magazine femminile (ma anche da quoidiano, se è per questo) sulla generazione-sandwich delle donne che si ritrovano sul gobbo da una parte i genitori anziani da assistere e dall’altra i figli non ancora emancipati e autonomi. Oltretutto il film è stato mandato in sala in occasione dell’8 marzo, e dunque il rischio che si trasformi in manifesto rivendicazionista c’è. Ecco, a dare molto fastidio in questo Ci vuole un gran fisico è la sua programaticità, il suo essere costruito rigidamente come un teorema sociologico che già contempla la sua dimostrazione e soluzione. Ma al di là dl suo dichiarato impegno pro-femminile, il film ha come sua sostanza vera la paura dell’invecchiamento. Quello che Ci vuole un gran fisico non vuole dirci, ma in realtà ci rivela tra e oltre le righe, è che siamo un paese inesorabilmente senescente e anche fatiscente. La protagonista chiamata emblematicamente Eva (Angela Finocchiaro) si ritrova in un universo femminile – quello del negozio di prodotti beauty in cui lavora – dominato dal terrore delle rughe che avanzano, affascinato dal botox e da punturine varie, soleticato dalle diavolerie del bisturi estetico. Tutto pur di esorcizzare lo spettro della vecchiaia, eppure oscuramente consapevole della sua ineluttabilità. Mica per niente il film a un certo punto ci mostra la trasparentissima metafora di una vecchia macchina in rottamazione (ahi, Renzi, hai introdotto la parola rottamazione per gli umani di questo paese, e adesso sta doventando un incubo per chiunue abbia più di 50 anni). Solo che il film non riesce a tenere insieme le sue troppe parti e molte anime, il suo plot e i suoi molti subplot. Per die: che c’entra mai il surrealismo dell’angelo di Giovanni Storti con il resto? Però a lasciare davvero perplessi è Angela Finocchiaro. Un tempo nel cinema si distingueva tra protagonisti e caratteristi. Finocchiaro è sempre stata un’ottima caratterista, qui come protagonista in my opinion non regge e infragilisce un film che già di suo non ha un’anima di ferro.

 

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