Recensione. IL FIGLIO DELL’ALTRA: la questione Israele-Palestina diventa un mélo di figli scambiati

Ripubblico la recensione scritta dopo al proiezione del film lo scorso novembre al Torino Film Festival. Al cinema da giovedì 14 marzo 2013.Il figlio dell'altra 01

Le fils de l’autre (Il figlio dell’altra), regia di Lorraine Lévy. Con Emmanuelle Devos, Pascal Elbé, Jules Sitruk, Mehdi Dehbi. Torino Film Festival 2012, sezione Festa mobile (fuori concorso). Il figlio dell'altra 08
Joseph, diciotto anni, è figlio di una coppia israeliana di Tel Aviv, Yacine di una coppia palestinese di Ramallah. Ma sono stati scambiati per errore nell’incubatrice da un’infermiera. Una scoperta che sconvolge le loro vite e le loro famiglie. Due mondi opposti e ostili son costretti a comunicare, a conoscersi, a scendere a patti, a cercare una soluzione. L’applauso più lungo del festival, un film che è piaciuto immensamente al pubblico. Film sanamente popolare, irresistibile, da vedere, che entra con tatto e sensibilità in una bruciante questione politica. Voto tra il 6 e il 7FILS_2-700x560
L’applauso più lungo e robusto del pubblico a questo festival di Torino, almeno tra le proiezioni cui ho assistito. Anche qualche lacrima. Giustamente, perché questo è un melodramma irresistibile, popolare nel senso più nobile e meno becero, basato su un’idea semplice e però in grado di mettere in moto un meccanismo narrativo perfetto. Certo, con concessioni abbondanti ai buoni sentimenti, con ottimismi e correttezze politiche non così realistici, però che importa, è ottimo spettacolo, anche se il cinefilo puro storce il naso, ci si commuove e non ci si annoia un attimo, e poi si è posti di fronte a una faccenda seria come la questione israelo-palestinese, e la cosa non guasta. Si prende l’archetipo dei figli scambiati nella culla e cresciuti in ambienti opposti, archetipo presente in infiniti miti e leggende, e nella cultura anche novecentesca (Pirandello, il Salman Rushdie di I figli della mezzanotte), e lo si trapianta ai tempi attuali dell’opposizione tra Israele e Palestina. Il muro, la durezza dei check-point per i palestinesi, il terrore degli attentati kamikaze e la costante allerta degli israeliani, insomma tutto quel cumulo di complicazioni, quel groviglio inestricabile che conosciamo benissimo. Il film, precisazione importante, è una produzione principalmente francese, la troupe è stata composta da francesi, israeliani e palestinesi, la regista Lorrain Lévy è francese, suppongo di cultura ebraica. Il film cerca di essere equidistante col rischio, come spesso in questi casi, di scontentare l’una e l’altra parte (ma la speranza è che invece piaccia su entrambi i fronti).
Per chi, come noi, non è direttamente coinvolto, resta comunque parecchio interessante e anche istruttivo, utile a superare stereotipi e pregiudizi. Dunque: siamo a Tel Aviv. Orith e Alon, israeliani di origine francese (e il francese è la lingua che parlano in casa) scoprono, in occasione della visita militare, che il figlio diciottenne Joseph ha un gruppo sanguigno incompatibile con i loro. Indagini, test del dna e il responso: non è loro figlio. Basta poco per ricostruire quanto accaduto diciott’anni prima in ospedale. Due bambini nella stessa incubatrice, nati lo stesso giorno, poi scambiati per errore da un’infermiera a causa di una evacuazione d’emergenza per un attacco. Solo che l’altro bambino era di una coppia palestinese. Shock per i genitori, e per Joseph quando viene informato dei fatti. Altrettanto succede a Ramallah, quando Said e Leila si rendono conto che il loro adorato Yacine, appena tornato da Parigi dove si è brillantemente diplomato e orgoglio di casa, non è figlio loro. Ci sarà, dopo perplessità e paure e diffidenze, un incontro tra le due famiglie, e saranno le due madri a volerlo fortemente appianando l’opposizione dei mariti. Anche i due figli scambiati si conoscono, rivelazioni si succederanno a rivelazioni, e anche problemi, il guaio peggiore è a Ramallah, dove Bilal, il fratello maggiore, adesso rifiuta Yacine in quanto ebreo e dunque appartenente al nemico, all’occupante. Man mano Il figlio dell’altra ci mostra l’abisso (incolmabile?) tra israeliani e plaestinesi, le reciproche diffidenze, e quanto impervia sia la strada di un pur minimo dialogo, e quanta fatica si debba fare solo per parlarsi, guardarsi in faccia, non odiarsi, non insultarsi. Il film mette in comunicazione due universi opposti, e lo fa con acume, addolcendo ovviamente i problemi, smussandoli, ma non tacendoli. Emerge l’enorme differenza che non è solo di benessere ma culturale, di stili di vita. Israele è in tutta evidenza Occidente, Europa, i territori palestinesi con altrettante evidenza non lo sono. Il senso di identità e di appartenenza è potente, soverchiante,da una parte e dall’altra. Il film fa quel che può, stando bene attento a non lanciare messsaggi troppo facili su improbabili pacificazioni a breve termine. Tutt’al più, sembra suggerire, ci possono essere singoli individui che incominciano a parlarsi, a capire ognuno le ragioni dell’altro. Tutt’al più. Ma la cosa più interessante di Il figlio dell’altra a mio parere sta nel mai diminuito amore della coppia israeliana e di quella palestinese verso i figli che non sono loro figli genetici, quei figli che non sono sangue del loro sangue, carne della loro carne, ma che non possono smettere di amare. E sono incredibilmente soprattutto i due padri a non deflettere. Non c’è un finale smaccatamente edificante, per fortuna. C’è un finale aperto. Rapporti mobili e ancora in via i definizione tra Orith e Alon da una parte, e Said e Leila dall’altra. I figli scambiati restano a casa loro e diventano, senza forzature e con allegria e un po’ di follia giovanile, amici e un po’ complici. Nessuno dei due sa cosa ne sarà del proprio futuro, ma è molto probabile che ognuno rimarrà dalla parte della barricata in cui è cresciuto. Indietro non si torna.

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