Recensione. BUONGIORNO PAPÀ (con Raoul Bova) non è male, ma frana nei venti minuti finali

cbc24a5d-66ca-4024-a1fa-33388331abfe_buongiorno_papa_18Buongiorno papà, regia di Edoardo Leo. Con Raoul Bova, Edoardo Leo, Nicole Grimaudo, Marco Giallini, Rosabell Laurenti Sellers.891a051d-2e94-4877-81d5-32124c848101_buongiorno_papa_01
Un quasi quarantenne single e narciso scopre di avere una figlia di di 17 anni. Shock e voglia di scappare, poi riuscirà a fare il padre. Una commedia che si lascia guardare, ma che non riesce ad essere davvero acida e abrasiva. Il piacionismo come malattia genetica dell’attuale commedia italiana. Voto 5 e mezzoa3483fe0-8307-4bbb-9345-1f8ae4f74643_buongiorno_papa_06
Non fosse per gli ultimi venti minuti, questo sarebbe anche un discreto film, una commedia tutt’altro che malvagia, tra le meglio (o le meno peggio, fate un po’ voi) viste negli ultimi e non memorabili tempi italo-cinematografici. Venti minuti di melensaggini varie e  insopportabili, equamente distribuite peraltro su tutti i personaggi, a comporre ogni pur minimo conflitto emerso precedentemente nella narrazione, a riempire e nascondere ogni pur sottile crepa, venti minuti in cui tutto si ricompone in multipli e fatui e vacui happy end, onde rassicurare lo spettatore medio di oggi incapace di sopportare non dico un finale amaro, ma nemmeno uno minimamente aperto, un po’ interlocutorio, non sfacciatamente rosa confetto. Il pubblico evidentemente è quello che è, voglioso di farsi drogare da inverosimiglianze a catena, di vivere al cinema una dimensione allucinatoria per non dover pensare troppo alla dura realtà che gli (e ci) tocca vivere day by day. Solo che questa coazione in quasi tutti i film (anche americani, per carità, mica solo nostri) al lieto fine scemo, decerebrato e narrativamente immotivato e gratuito, comincia a riflettere una vera patologia collettiva, un’ansia di rimozione sinistra, un’incapacità di massa a sopportare non dico la sofferenza ma nemmeno la minima delusione, la minima ferita all’io narciso, e la cosa non è per niente rassicurante.
Prima della sua svolta profondo-pink e piaciona, Buongiorno papà si lascia vedere. Sì, certo, la storia somiglia un po’ troppo a Scialla! di Edoardo Bruni, ma non facciamoci caso. Anche qui c’è un signore zitello impenitente che scopre invece con grave shock di essere padre, con susseguente crisi e riassestamento esistenziale. 38 anni, talento creativo di un’azienda che si occupa di product placement al cinema (idea non male che dà il la a qualche siparietto divertente), convivente senza alcuna ombra di gaysmo con un suo amico in un loft di pretese fighette, Andrea è un single di gran successo professionale e con le donne, di cui è conquistatore seriale e compulsivo. Un personaggio non così simpatico, credibilmente interpretato da un Raoul Bova sempre smagliante fisicamente (e qui mostrato spesso e volentieri in mutande come si conviene a un oggetto del desiderio) che col tempo ha pure imparicchiato a recitare. Un giorno gli si presenta una ragazzina di 17 anni dicendo di essere sua figlia, nata da una lointana avventura estiva. Sconcerto, rifiuto, voglia di ragluare la corda, ma il test del dna è inequivocabile, è proprio sua figlia. Sicchè Andrea è costretto a scendere a patti con Layla e con il nonno di lei che non la molla un attimo, rockettaro ultracinquantenne non domo e assai invadente interpretato da Marco Giallini (ormai dilagante nei film romanocentrici). Ma è chiaro che, dopo l’iniziale sconcerto, con quella ragazza scorbutica dall’aria un po’ centro sociale e grillina (“ma dove hai lasciato il cane da punkabbestia?” le dicono in  classe) sarà amore padre-figlia. Il film fila via bene, con i suoi personaggi maggiori e minori: i genitori di Andrea, l’amico sfigato e eternamente perdente che abita con lui, la prof di educazione fisica della ragazza (“no, scienze motorie!” precisa lei). Giallini porta a galla nostalgie pop-rock-musicali Sixties e Seventies cui ci si abbandona volentieri (quell’accenno a Demetrio Stratos per esempio). Insomma, se solo avesse avuto le palle di inventarsi una parte finale meno consolitoria e paracula Buongiorno papà sarebbe stato più che guardabile. Risate in sala quando all’inizio è comparsa la scritta “in collaborazione con Monte dei Paschi di Siena”.

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