Recensione. GLI AMANTI PASSEGGERI: allacciate le cinture, torna l’Almodovar selvaggio (e con molto sesso) delle origini

 

im_so_excited_a_lshowGli amanti passeggeri (Los Amantes Pasajeros), regia di Pedro Almodovar. Con Cecilia Roth, Lola Dueñas, Blanca Suárez, Paz Vega, Nasser Saleh, Javier Cámara, Guillermo Toledo. Con la partecipazione di Antonio Banderas e Penélope Cruz. Al cinema da giovedì 21 marzo.timelapse
Basta con i complicati melodrammi come i precedenti Gli abbracci spezzati e La pelle che abito. Con questa commedia scatenata e anche sguaiata a bordo dell’aereo più pazzo di Spagna, Pedro Almodovar torna ai film oltraggiosi dei suoi esordi con molto sesso – soprattutto (ma non solo) omosessuale – e abbondante uso di sostanze alteranti. Fantastici i tre assistenti di volo ultra-gay. Quando però non ci sono loro in scena, il film si avvita e precipita nell’inconsistenza. Nei momenti migliori ci si diverte parecchio (eppure c’è un che di plumbeo che pervade tutto e finisce con il dirottare il film verso approdi inaspettati). Voto il 6 e il 7toca
Dai commenti che ho colto al volo dopo l’anteprima stampa qui a Milano, direi che questo nuovo Almodovar è piaciuto poco, anzi per niente, in sintonia peraltro con la critica spagnola che non ha proprio sventolato le bandiere in onore del Pedro nazionale (invece là il pubblico ha poi clamorosamente approvato affollando le sale al primo weekend di programmazione come non ci si aspettava e come era capitato in precedenza solo a un altro film di Almodovar, Volver, e adesso stiamo a vedere se la risposta sarà la stessa anche in Italia). Francamente non capisco i mugugni e tanta malmostosità, c’è qualcuno che ha perfino parlato di cinepanettonismo, mah. D’accordo, Gli amanti passeggeri non è un capolavoro, non è il meglio del gran uomo della Mancia, è qua e là smandrappato e sgangherato anche oltre lo sgallettamento camp voluto dal suo regista, ma vivaddio fa sghignazzare come poche volte al cinema negli ultimi tempi (non mi parlate di Amiche da morire o di Ci vuole un gran fisico, please), è ribaldo e selvaggio, libertino e sporcaccione come il Pedro aurorale che imparammo a conoscere, non senza un qualche sgomento, nei primissimi anni Ottanta. Che sia questo il problema? Che ci si scandalizzi insomma per lo spudorato sesso-centrismo del film? Perché qui il sesso, perlopiù omosessuale nelle sue declinazioni oral-anali (ma non solo omosessuale), torna padrone della scena, praticato, soprattutto molto evocato e moltissimo parlato e chiacchierato. I tre assistenti del volo Peninsula nel corso del quale si svolge il racconto sono tre checche scatenatissime (über-gay, li definisce una severa recensione americana) la cui sola preoccupazione pare essere ingurgitare bicchierozzi di micidiali cocktail di tequila (anche con mescalina) o, in alternativa, sperma idrovorato con fellatio a catena. Chiaro che qualcuno tra gli spettatori e i critici emeriti abbia arricciato il naso. Soprattutto s’è scandalizzato chi (ce ne sono, ce ne sono) nulla sa e nulla ha visto dell’Almodovar degli esordi e lo frequenta solo da Tutto su mia madre (o al massimo da Donne sull’orlo di una crisi di nervi) in avanti, cioè nella sua fase bon ton e mainstream e da salotto delle sciure, la fase in cui ha smussato gli angoli più spigolosi e i lati più oltraggiosi mimetizzandoli dentro mélo abilmente costruiti per piacere a tutti. Insomma l’Almodovar maestro consacrato, omaggiato con compunzione in tutto il mondo e vincitore pure di qualche Oscar. Ma signore e signori miei, provate a dare un’occhiata qualora vi capitasse a quello che girava nei primi anni Ottanta, a cose come Labirinto di passioni, Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio, La legge del desiderio (capolavoro!), e vi troverete erezioni, pacchi accarezzati da mani e occhi e cinepresa, masturbazioni in diretta, pissing, feticismi, sadomasochismi, pompini e quant’altro, mescolati a ogni tipo di droghe, e mica le leggere, nossignori, eroina e altra robaccia. Informatevi di chi sia stato davvero Almodovar, ecco.
Semmai è il caso di chiedersi come mai con questo Gli amanti passeggeri il Celebrato Maestro abbia deciso di fare di nuovo il ragazzaccio (a 61 anni!) e di tornare alle origini movidesche con tanto, tanto sesso e tanta, tanta roba da fumare, sniffare, iniettarsi. Come se volesse dare un calcio alla rispettabilità tanto faticosamente conquistata, rovinandosi da sè masochisticamente e voluttuosamente l’immagine. Non credo che si tratti di senile nostalgia della giovinezza lontana, di tardivo aggrapparsi alla zattera dei sensi, penso piuttosto che sia rimasto deluso da come sono stati accolti (cioè malamente) i suoi due ultimi, ambiziosissimi film Gli abbracci spezzati e La pelle che abito, due insuccessi se confrontati ai precedenti Volver, Parla con lei ecc. E che dunque abbia deciso di cambiare, anzi di invertire la rotta e tornare al punto di partenza, alle commediacce allegre e grevi, per vedere l’effetto che fa sul pubblico. Eccoci allora con Gli amanti passeggeri, storia corale e multifocale (come Donne sull’orlo), con personaggi vari costretti a interagire, intrappolati come sono nel chiuso di un aereo iberico in volo. Solo che, si apprende abbastanza presto, “abbiamo un problema”: un carrello non funziona e dunque, anzichè andare in Messico come previsto, si gira in tondo sulla Spagna in attesa che salti fuori un aeroporto libero dove tentare un atterraggio di emergenza, o la va o la spacca, potrebbe andare tutto bene così come ci potrebbe essere un’esplosione con dipartita collettiva dei passeggeri verso l’al di là. Sembra L’aereo più pazzo del mondo con un po’ del glamour di Pan-Am, ed è sullo sfondo di una possibile tragedia con schianto che Almodovar imbastisce e mette in scena il suo rondò di istinti (anche di sopravvivenza) in libera uscita, senza più freni né controlli. Facciamo la conoscenza di una tizia alla testa di un impero del porno (e della prostituzione) S/M, di una chiaroveggente ancora vergine assoldata da certi torbidi messicani per far luce su delle persone scomparse, di un palazzinaro speculatore e smargniffone, di un killer, di due sposini in viaggio di nozze, di un attore dai troppi amori. Ma a farla da protagonista è la crew, i tre assistenti di volo in testa, frocescamente meravigliosi quando ballano I’m so excited! delle Pointer Sisters (la scena migliore del film), tracannano tequila, stendono con sonniferi tutta la classe turistica, si occupano (sessualmente) di pilota e copilota, uno già conquistato alla causa gay-bisex, l’altro ancora da espugnare ma vogliosissimo di alzare bandiera bianca. Sono loro cinque la cosa di gran lunga migliore di Gli amanti passeggeri, è lo scatenamento queer e camp del regista a divertirci davvero, con battute sboccatissime e fulminanti di pura acidità e velenosità vetero-checchesche: una partitura che Almodovar ha certo eseguito molte volte, ma che gli riesce sempre alla grandissima. Nessuno come lui sa dire, fare e mostrare cose sozzissime e perfino turpi, se non con grazia, con una nochalance e una improntitudine irresistibili. Che è poi l’Almodovar-touch, unico e inimitabile come quello di Lubitsch, non ce n’è. Scandalizzarsi è un peccato, davvero. I problemi del film se mai stanno altrove, soprattutto nell’inconsistenza di certe sottotrame e certi personaggi. Con tutto l’affetto e il rispetto per il señor Pedro, dell’attore e delle sue due donne – quella mattocca che vuol suicidarsi e la ex che non vuole più saperne di lui – ci importa pochissimo, anzi proprio niente e non capiamo perché gli abbia dato tanto spazio. Ancora meno ci importa della signora che ha fatto i soldi a letto con una carriera da dominatrix, e Dio mio, Pedro, non siamo più negli anni Ottanta e nella Spagna godona e arrapata del dopo Franco dove una cortigiana col frustino poteva ascendere ai vertici del potere, adesso ci stanno la crisi, la bolla speculativa, la disoccupazione al 30 per cento, la minaccia del default, e certe voglie si sono spente ahinoi. Le storie e le sottostorie faticano a decollare, ansimano, sono prevedibili e perfino noiose. Quanto le tre stewardesse e i due piloti non sono in scena e lasciano spazio agli altri, il film si avvita e il divertimento cala a livelli allarmanti. Va ancora peggio quando tenta la carta della virtuosa e populistica indignazione anti-casta e anti-corruzione mettendo alla berlina l’imprenditore edile straricco e corrotto. No, l’impegno no, per favore. Su tutto, e non saprei dire se si tratta del limite o della qualità segreta di Gli amanti passeggeri, aleggia un che di plumbeo, di lugubre. Si balla mentre il Titanic affonda, ci si stordisce di sesso, alcol e sostanze alteranti mentre lo spettro del possibile disastro si fa sempre più vicino e palpabile. Nonostante le apparenze di farsaccia scatenata, questo film di Almodovar è nel suo fondo tetro come e forse più del gotico e darkissimo La pelle che abito, con un senso della fine incombente che ti prende alla gola. Il sesso, più che un antidoto vitale e vitalistico alla paura della morte, ha il suono e le movenze sinistre di una danse macabre. Eros non più opposto a Thanatos, ma a lui avvinghiato, suo complice e sodale, come già suggeriva Freud e, dopo Freud, Georges Bataille.
P.S.: Partecipazione amichevole di Penelope Cruz e Antonio Banderas che appaiono all’inizio tra il personale di terra dell’aeroporto (e non ho capito se è per colpa loro che il carrello, non adeguatamente controllato, finisce poi fuori uso). La protagonista, pur in questa storia corale, resta Cecilia Roth, che ha attraversato tutte le stagioni di Almodovar. Era l’ereditiera punkeggiante di Labirinto di passioni, è stata la mater dolorosa in Tutto su mia madre, è adesso in questo film la dominatrix. Sempre cambiando faccia e pelle, una mutante ma veramente. Osservatela qui e paragonatela a quella di Tutto su mia madre, vi sembra la stessa persona?

Almodovar sul set

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