Recensione. SU RE: la Passione rivive in una Sardegna arcaica, e si pensa a Pasolini. Uno dei più bei film italiani dell’anno

‘Su Re’ (Il re) esce in Sardegna giovedì 21 marzo 2013 e nel resto d’Italia il 28 marzo. Ripubblico la recensione scritta lo scorso novembre dopo la prima del film al Torino Film Festival.Schermata 2013-03-21 a 15.05.16SU-RE_2-700x393
Su Re, regia di Giovanni Columbu. Con Fiorenzo Mattu, Pietrina Menneas, Tonino Murgia, Paolo Pilonca, Antonio Forma, Luca Todde, Giovanni Frau. Presentato in Concorso.
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La passione di Cristo sullo sfondo della Sardegna più arcaica e impervia, e in lingua sarda. Columbu riprende la lezione pasoliniana del Vangelo, ma, molto post-modernamente, frantuma la linearità narrativa, scompone e ricompone il racconto, moltiplica i punti di vista. Risultato eccellente. Uno di quei film italiani austeri, scabri, defilati, minoritari, ultra autoriali (penso a Benvenuti o a Frammartino). Voto 8Schermata 2013-03-21 a 15.04.47

Stamattina, avviandomi sotto la pioggia alla proiezione stampa delle 9, già sbuffavo leggendo le note di presentazione di Su Re. Figuriamoci. La ri-messa in scena della Passione di Cristo nella Sardegna più interna e selvaggia, naturalmente in lingua sarda con gente del posto a interpretare i ruoli. Come in una sacra rappresentazione di paese da settimana santa. Una roba anni Settanta, mi dicevo, di quel populismo-miserabilismo-terzomondismo che allora intrideva tanto cinema nostro, e oggi insopportabile. Invece, signori, questo è un gran bel film. Non ci fosse stato Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini, sarebbe una svolta nella rappresentazione filmica degli ultimi giorni e delle ultime ore di Cristo. Pur notevole, questo Su Re di Columbu non è radicalmente innovativo, muovendosi largamente all’interno del paradigma fissato allora da PPP, contesto arcaico-mediterraneo, panorami scabri e pietrosi assai diversi da quelli usati dai peplum sacri e santi hollywoodiani e di Cinecittà, facce e corpi proletari-popolari, lingua etnicamente connotata, e lingua periferica rispetto a quelle egemoni, ad alludere all’aramaico parlato allora nella Palestina del Nazareno. Ma Columbu immette anche parecchio di nuovo e di molto contemporaneo, destruttura e decostruisce il racconto, alterna e moltiplica i punti di vista (confrontando, m’è parso, i diversi racconti evangelici su medesimi fatti), spezza la linearità narrativa, associando scene e sequenze per analogie o per contrasti. Come un mosaico oscuro che si ricompone a poco a poco assemblando frammenti: anche se, conoscendo tutti noi molto bene quello che è successo, succede e succederà, questa scomposizione-ricomposizione non ha effetti così radicali. Però, quelle figure in nero – qualcosa di assai dentro alla tradizione e all’anima sarda, e alla mediterraneità tutta – che si muovono su distese di pietre, tra gole e dirupi e massi e una vegetazione che pare anch’essa pietrificata, hanno una potenza rara. Poi il vento, e le nuvole e le nebbie che oscurano cielo e terra. Il processo in un interno che potrebbe essere nuragico. L’ultima cena intorno al fuoco, come pastori barbaricini. Il racconto della Passione riacquista la forza primaria delle tragedie, del mito, l’assolutezza di un qualcosa di remoto e fuori da ogni tempo che però continua a parlarci, a interpellarci. Su Re ci costringe ancora una volta a confrontarci con la Grande Storia della Passione che, secondo l’immenso René Girard, ha definitivamente svelato il meccanismo vittimario, le dinamiche collettive della creazione del capro espiatorio e del suo rituale sacrificio. Gesù, Pietro, Giuda, il potere, la folla, soprattutto la folla e la sua forza torbida, ci appaiono lontani e insieme contemporanei, un insieme che è ancora necessario comprendere. Altro che presepe sardo, come si temeva. (Dando un’occhiata alla bio di Giovanni Columbu, vedo che è del 1949 e che ha una solida esperienza alle spalle. Immagino che questo sia un film a lungo pensato e sperato, il film di una vita).

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