Recensione. BENVENUTO PRESIDENTE! cavalca l’antipolitica, ma poi si pente: troppo tardi

1Benvenuto Presidente!, regia di Riccardo Milani. Soggetto e sceneggiatura di Fabio Bonifacci. Con Claudio Bisio, Kasia Smutniak, Giuseppe Fiorello, Massimo Popolizio, Cesare Bocci, Remo Girone, Omero Antonutti, Gianni Cavina, Piera Degli Esposti, Michele Alhaique.15
Ancora un film, come Viva la libertà, che cavalca o si ritrova sintonizzato sull’onda dell’antipolitica. Il solito uomo qualunque diventa di colpo e per caso presidente della repubblica, di questa repubblica. Iniziale sbandamento e sondaggi a picco, ma poi il nostro signor nessuno (a parte il nome) finirà con il conquistare tutti e ribaltare i riti stanchi del potere. Svolgimento narrativo assolutamente fiacco, per una parabola facilona e populista. Vero, il finale all’insegna del “noi non siamo meglio dei nostri politici” va in un’altra direzione – la direzione giusta – ma arriva troppo tardi, e sembra un altro film. Voto 42
La coppia protagonista campionissima di incassi con Benvenuti al Sud (ottimo) e Benvenuti al Nord (pessimo) muove disgiunta all’assalto del box office di questa stagione. Alessandro Siani ci ha provato con Il principe abusivo e gli sta andando benissimo, ormai i 15 milioni al botteghino sono vicini. Tocca adesso al compare Claudio Bisio, il lato nord della coppia, con questo Benvenuto Presidente!, e stiamo a vedere se farà altrettanto bene o meglio di Siani. Tra i due film, al di là dell’apparente abissale diversità, c’è molto, moltissimo in comune. Lo sceneggiatore, l’ormai dilagante Fabio Bonifacci (ultimamente anche firmatario dello script di Amiche da morire), è lo stesso, e simile è lo schema narrativo alla base. Entrambi i film ci mostrano un uomo qualunque, delle classi meno agiate, entrare per strane concatenazioni di eventi a palazzo, anzi pasolinianamente a Palazzo con la maiuscola, nelle stanze del potere. Siani ci riesce innamorandosi e facendo innamorare di sè la figlia di un monarca di un qualche staterello simil Montecarlo-Liechtenstein (un paese da operetta, si sarebbe detto un tempo e in altri tempi cinematografici), Bisio invece diventando malgré lui e per caso Presidente della Repubblica, di questa Repubblica italiana, e il Palazzo di cui valica la soglia e prende possesso è proprio il Quirinale. Analogie forti, e anche qualche scostamento e differenza tra le due narrazioni. Il lumpen partenopeo Siani (intendo il suo personaggio) attua la propria ascesa sociale realizzando un sogno e una fantasia che stanno molto dentro la napoletanità, un sogno coronato e monarchico, di troni e dinastie, ed è il caso di ricordare che Napoli fu a suo tempo con Achille Lauro la città più nostalgica dell’estinto regno d’Italia, per non parlare delle precedenti (e attuali) nostalgie borboniche. Bisio (intendo anche qui il suo personaggio) invece materializza e realizza nella finzione cinematografica il sogno revanchista e un po’ leghista e molto, molto nordico, di marciare su Roma ladrona sentina di ogni corruzione, capitale immonda e infetta, e di espugnare e ripulire i luoghi del potere politico-repubblicano. Ovviamente, Benvenuto presidente! sembra più aderente alla cronaca recente e di oggi, a quanto ci sta accadendo sotto il naso da che il M5S s’è preso tutti quei voti. Nel pressbook il regista Riccardo Milani dice e ripete che il suo film non intende cavalcare l’onda dell’antipolitica, anzi se ne vuole decisamente distanziare.
Prendo atto, ma francamente a vederlo non si direbbe, anzi. Perché Benvenuto presidente! è incontrovertibilmente il film, insieme a Viva la libertà di Roberto Andò, che più intercetta gli umori profondi e anticasta e ribellistici del paese, un paese che retoricamente e illusoriamente coltiva il mito della buona gente qualunque opposta alla classe politica sporca e cattiva da mandare a casa in blocco. Perché, che altro mai sarebbe questa storia così esemplare e didascalica da somigliare a un apologo, con un brav’uomo sui 50 anni, bibliotecario in un imprecisato paesino di montagna, appassionato di pesca e di qualche bevuta in osteria con gli amici, che di colpo diventa Presidente della nostra repubblica? Tutto incomincia con uno stallo in parlamento. Le due camere riunite per eleggere il nuovo capo dello stato non riescono a produrre una maggioranza, ai tre marpioni che pilotano i pacchetti di voti (sono capigruppo parlamentari? leader di partito? non si sa, non si capisce, non ci viene detto) viene l’idea di buttarla in provocazione e di far mettere sulla scheda il nome Giuseppe Garibaldi. Doveva essere solo una boutade per prendere tempo e omaggiare un padre della patria, invece Giuseppe Garibaldi viene eletto per davvero, e siccome un vero Giuseppe Garibaldi esiste – ed è il nostro bibliotecario pescatore con la faccia qualunque di Claudio Bisio – eccolo che viene prelevato dal suo paesello e portato a Roma. Qui c’è il primo buco, la prima voragine di credibilità del plot. Ma vi pare si possa costruire un film su una simile scemenza? davvero, come ci viene spiegato, non si può invalidare l’elezione perché esiste da qualche parte un tizio che porta il nome uscito vincitore dall’urna? Il film, con questa enorme incongruenza, si mette male fin dall’inizio. Non va meglio con il resto del racconto, che procede per automatismi e ovvietà. Naturalmente il nostro al Quirinale fa la figura dello zoticone, incapace com’è di attenersi ai riti del potere e del protocollo. Si scandalizzano il ciambellano di palazzo (il corrispettivo di quello che in Il principe abusivo era Christian De Sica e che qui è Omero Antonutti) e Janis, la giovane donna incaricata di vigilare sul nostro acciocchè rispetti l’etichetta e i modi congrui dell’esercizio del potere. Uguale uguale a quanto combina Siani in Il principe abusivo nel palazzetto della principessa alpina, solo in versione repubblicana-romana. I sondaggi precipitano, però poi il pescatore venuto dal nord con la sua spontaneità e le sua iniziative estemporanee e il buonsenso conquista l’opinione pubblica e un’immensa popolarità (come il pazzoide leader di partito di Viva la libertà). Cercheranno, i servizi segreti deviatissimi provenienti direttamente dai torbidi anni Settanta (li incarna e impersona Gianni Cavina), di toglierlo di mezzo rovistando nel suo passato e mettendo in moto la solita macchina del fango e dello sputtanamento. Invano. Il nostro trionferà su tutti i nemici conquistando anche la bellissima (è Kasia Smutniak difatti) Janis, chiamata così dalla madre frikkettona (Piera Degli Esposti) in omaggio a Janis Joplin. Ma il bello, o il peggio, arriva in sottofinale, allorquando il presidente-pescatore in diretta tv fa un predicozzo agli italiani basiti di questo tenore: guardate che nemmeno io sono senza macchia, guardate che anch’io ho nascosto e  distrutto dei dossier per salvare le persone che amavo. Perché io non sono meglio degli altri, il popolo italiano non è meglio della sua classe politica, anzi sappiate che la classe politica è quella che è perché riflette il paese reale. Chi di noi, chi di voi non commette ogni giorno illegalità grandi e piccole? Chi non evade un po’ le tasse? Chi non parcheggia in doppia fila? Così il film si chiude, e si resta abbastanza basiti da questa che suona come una troppo tardiva conversione. Ma come, ce l’avete menata per quasi un’ora e mezza con la solita storia del brav’uomo qualunque che spazza via i porci dal Palazzo e poi vi rimangiate tutto all’ultimo momento? Nossignori, non si può cavalcare l’onda dell’antipolitica e poi prenderne le distanze per non sembrare troppo demagogici e paraculi e plebei. Come dicevano le solite care vecchie zie, non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca e tenere il piede in due scarpe. Se volevate fare un film contro il populismo dilagante, contro l’antipolitica, allora dovevate mostrarci subito che l’uomo qualunque non è meglio della casta di cui si crede l’antitesi, che siamo fatti tutti della stessa pasta e della stessa melma. Certo, questo è il film che davvero ci vorrebbe. Ma per farlo ci vogliono le palle, ci vuole il coraggio di andare contro i sentimenti autoassolutori oggi prevalenti in questo paese, e dunque anche tra chi va al cinema. Non mi pare proprio il caso di Benvenuto presidente!

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