Recensione. L’AMORE INATTESO, bel film su un tema cruciale: l’eclisse del cristianesimo in Europa

qui-a-envie-d-etre-aime-09-02-2011-2-gL’amore inatteso, regia di Anne Giafferi, dal libro di Thierry Bizot Catholique Anonyme. Con Eric Caravaca, Valérie Bonneton, Jean-Luc Bideau, Benjamin Biolay, Philippe Duquesne. Distribuito da Microcinema dal 21 marzo in un numero limitato di sale italiane (la lista).qui-a-envie-d-etre-aime-photo-8
Antoine è un avvocato parigino di successo. Un giorno, lui laico, si ritrova a conoscere un gruppo cattolico di catechesi. Incomincia a frequentarlo, riscopre (forse) la fede. Ma non osa rivelare quella frequentazione a nessuno, non alla moglie, non agli amici. Il fatto è che nel suo giro bon-chic bon-genre essere cattolici non sta bene, la fede è vista come arretratezza culturale, qualcosa di disdicevole e sconveniente. L’amore inatteso ha il coraggio di parlarci di un tema cruciale: il disprezzo dell’Occidente, dell’Europa, verso le sue radici cristiane. Anche se poi resta in superficie e non ce la fa a scavare davvero. Voto 719637095
Un piccolo film francese neanche tanto nuovo (è del 2010 difatti), ma che solo adesso ce la fa uscire in qualche sala italiana, a dimostrazione di come sia impresa sempre più difficile in questo benedetto paese far circolare il cinema meno mainstream. Qua a Milano L’amore inatteso lo danno solo al Rosetum, sala non proprio centrale, legata a una parrocchia, e fuori dall’usuale circuito distributivo. Ma vale la pena recuperarlo, trattandosi di uno dei film meno soliti e prevedibili degli ultimi tempi. In apparenza, uno di quei garbati e fin troppo sussiegosi ritratti di medio-alta borghesia parigina radical chic o gauche caviar o bon-chic bon-genre – chiamatela come volete, comunque ci siamo capiti, no? -, conversazioni e marivaudage tra gente molto intelligente con mestieri fighi, belle case, di buone letture e ottime frequentazioni sociali e culturali, e ottimi amici assai fini e di gran gusto e mai appartenenti a quella brutta destra becera, cafona e ignorante. Protagonista un avvocato abbastanza benestante (nome: Antoine) con moglie oncologa in carriera (nome: Claire) e due figli, maschio e femmina, iscritti si presume in qualche buonissima scuola. Poi qualcosa irrompe e succede nella vita del nostro Antoine, qualcosa che non sono le sue ordinarie preoccupazioni per il fratello mascalzone e fancazzista con derive delinquenziali, truffaldine e violente (ognuno si sa ha la sua croce da portare). Qualcosa di minimo, eppure di inaudito, di potente, di deflagrante, di destabilizzante. In seguito a circostanze non calcolate e non volute, il nostro avvocato di successo si ritrova a conoscere un gruppo cattolico che, due ore ogni settimana, si ritrova per lezioni di catechesi, ma anche per riflessioni e meditazioni, sotto la guida di un sacerdote. La prima domanda che il prete rivolge agli intervenuti non è dottrinaria, non ha neppure a che fare con la fede o l’ottemperanza dei precetti, invece è: chi di voi ha voglia di essere amato?
E le riunioni mica si svolgono in parrocchia, no, si svolgono in un centro polivalente – Dio mio, cos’abbiamo mai fatto di male in questa parte d’Europa per meritarci i centri polivalenti? – dove si tengono corsi di ogni tipo, comprese le lezioni di judo cui Antoine porta il figlio. Quella domanda rivolta dal sacerdote gli rovista dentro e lui, laico, laicissimo, di quella borghesia illuminata tendenza gauche, comincia a sentire il richiamo non resistibile se non della fede, almeno delle suggestioni e dei conforti che il cattolicesimo può dare, e incomincia a frequentare il corso, ne diventa assiduo. Ecco, qui scatta la grande idea narrativa del film, quella che lo rende assolutamente anomalo, e insieme così interessante e imperdibile. Antoine non ce la fa a staccarsi dal gruppo, non si perde un incontro, eppure si vergogna come un ladro di quella frequentazione, non ne parla con la moglie né tantomeno con gli amici. La sua riscoperta del cattolicesimo resta un fatto privato, privatissimo, clandestino, qualcosa di indicibile e non comunicabile all’esterno. Et pour cause. Il fatto è che non sta bene nel suo mondo, nella sua cerchia, nel ceto cui appartiene, essere cattolici, essere credenti. Non sta bene e non è socialmente ammesso, anzi è disapprovato e condannato. Non per niente il titolo del romanzo di Thierry Bizot da cui il film è tratto è Cattolico anonimo, e l’allusione evidente è agli Alcolisti anonimi. La fede in Cristo come colpa da nascondere, come vizio privato. Quello che poi succede nel film è poco importante, a importarci molto invece è di come riveli e racconti cosa sia diventato il cristianesimo nelle classi affuenti e più emancipate (o che tali si credono) europee: un segno di arretratezza cuturale e psicologica, un comportamento inferiorizzante, un qualcosa di disdicevole, da stigmatizzare. Ora, io sono un laico, ma il disprezzo con cui oggi l’opinione media de’ sinistra e liberal e radical tratta il cristianesimo e chi ancora ci crede mi turba, mi allarma e mi scandalizza. L’amore inatteso ha il merito e il coraggio di lacerare il velo su questa autentica piaga. Certo, è il suo solo merito, ma è enorme e ne fa un film importante. Purtroppo il film di Anne Giafferi (moglie di Bizot, autore del libro, insomma è tutto in famiglia) non va oltre la superficie dell’enorme e immensamente suggestivo tema che solleva, quello dell’eclissi e anzi dell’espulsione del cristianesimo dagli attuali orizzonti culturali. La scelta di Antoine non provoca né una decisa rupture nella sua vita né in quella di chi gli sta vicino. Giafferi e Bizot hanno paura di scavare troppo, e non fanno del ritrovato incontro di Antoine con il cattolicesimo una nuova rivelazione, uno sconvolgimento radicale, un ricominciamento, ma lo riducono e derubricano a una tecnica tra le tante possibili per riassestare un benessere interiore compromesso. Nel gruppo di catechesi che vediamo in L’amore inatteso, anzichè interrogarsi anche crudamente e impietosamente su di sè, sulla propria fede, sui propri peccati, sulle proprie colpe, si fa una pratica simile a quella che negli anni Settanta si chiamava autocoscienza. Si va al corso di catechesi come si andrebbe a una psicoterapia di gruppo, o magari a lezioni di tango o, appunto, di judo. Così il film, quasi pentendosi di se stesso e di avere osato troppo, finisce col depotenziare e normalizzare quanto di sconvolgente aveva fatto emergere. Peccato. Nel cast attenzione a Benjamin Biolay, musicista assai cool e branché, ex marito di Chiara Mastroianni, che qui interpreta – e ha la faccia giusta – il fratello delinquente e nullafacente di Antoine.

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