Recensione. I FIGLI DELLA MEZZANOTTE: nonostante l’ok di Salman Rushdie, un pessimo film

81957_galI figli della mezzanotte, regia di Deepa Mehta, sceneggiatura di Salman Rushdie. Un film tratto dal romanzo I figli della mezzanotte di Salman Rushdie. Con Satya Bhabha, Shahana Goswami, Shabana Azmi, Rajat Kapoor. Al cineema da giovedì 28 marzo 2013.image-7image-3
Il miglior romanzo di Rushdie diventa un mediocre, insostenibile film di due ore e mezzo. Quello che nel libro era un’epopea memorabile e trascinante, il racconto di un popolo e un paese, viene banalizzato e appiattito in un prodotto da vecchia, acciaccata televisione. Eppure la sceneggiatura è dello stesso Rushdie, che ha sorvegliato e approvato l’operazione. A riprova che non basta la fedeltà alla pagina scritta per fare di un gran romanzo un buon film. Voto 4

Salman Rushdire con la regista Deepa Mehta

Salman Rushdire con la regista Deepa Mehta

L’attesa c’era, eccome. Finalmente – si pensava – ecco arrivare il fim tratto da uno dei romanzi maggiori del secondo Novecento, il più famoso – forse il capolavoro – del suo autore Salman Rushdie, una immane saga individual-familiar-social-politica con la storia dell’India post britannica sullo sfondo (e pure in primo piano). Un’opera che, comunque la si giudichi, resta colossale e ha ridato un senso alla stessa parola romanzo quale racconto di vite e passioni tumultuose e irresistibili. Oltretutto lo stesso Rushdie, tipo come sappiamo non dei più facili, ha dato il suo autorevole imprimatur alla trasposizione in film scrivendo addirittura la seneggiatura e alla fine approvando con decisione il risultato. Dunque ci aspettavamo una bella cosa, e invece. Invece I figli della mezzanotte è pessimo, incapace di rendere anche minimamente conto della complessità, della suggestione, della carica fantastica del romanzo, appiattendolo in un prodotto da vecchia televisione, in una messinscena convenzionale, con una regia (della indiano-canadese Deepa Mehta) da pilota automatico innestato senza un’invenzione che sia una. Si assiste alle oltre due ore e mezza della fluviale narrazione boccheggiando e ansimando, in attesa che arrivi la liberatoria parola fine e sempre temendo una nuova torsione narrativa che quella liberatoria parola allontani ulteriormente.
Eppure Deepa Mehta aveva per le mani una storia mirabile, che sulla pagina riusciva a restituire mezzo secolo di vicende e vicissitudini di un paese immenso, di un popolo prima unito e poi diviso, e di uomini e donne coinvolti, inghiottiti, frullati da eventi troppo grandi perché potessero essere controllati e governati. I figli della mezzanotte sono i nati alle ore 0.00 del 15 agosto 1947, nel momento in cui l’India dichiara la sua indipendenza dalla Gran Bretagna. Tra di loro Saleem, figlio di una affluente coppia islamica di Bombay, e Shiva, figlio di una povera cantante di strada che si accompagna al marito suonatore di fisarmonica. Il ricco e il povero, il musulmano e l’indù. Ma un’infermiera della nursery ospedaliera, suggestionata dalle idee e dai proclami del marito comunista, scambia volutamente i bambini nella culla acciocchè al povero tocchi quale risarcimento una vita di ricco e il ricco venga punito con una vita miserabile. Una giustizia di spiccio marxismo che naturalmente provocherà grandiose ricadute sulla vita futura dei due e fatali accadimenti. Non bastasse il disastro combinato dall’infermiera, arriva per i musulmani di Bombay e di altre aree il cattivo tempo. L’India post britannica si spacca in due, da una parte quella che attualmente conosciamo a maggioranza indù, l’altra islamica corrispondente all’attuale Pakistan (più il Bengala). Migrazioni di decine, forse centinaia di milioni di persone da una parte all’altra, in una pulizia etnica che in Occidente non ha mai avuto troppo spazio né sui libri di storia, né sui media e nelle coscienze. La famiglia di Saleem (cioè di Shiva creduto e allevato come Saleem) paga la caccia che si è scatenata a Bombay contro i musulmani, il padre cade nella depressione, per lui, la moglie e il figlio è la crisi economica, la rovina. Non sto a dire cosa poi succederà, perché ne succederanno di ogni, mentre lo spettatore assiste attonito alla guerra tra Pakistan e India, alla ribellione del Bengala che si stacca dal Pakistan e si proclama indpendente come Bangla-desh (con l’aiuto interessato ovviamente dell’India). Chi era ricco diventerà miserabile e si ritroverà negli inferi delle bidonville, chi era miserabile ascenderà fino a sfiorare le massime cariche dello stato indiano. C’è di tutto, in questa storia che è un fiume in piena e trascina con sè vite e destini. Qualcosa che mescola il romanzo all’occidentale, ma proprio il romanzo-romanzo Ottocento dei Dickens e dei Balzac e Dumas con incursioni nel feuilleton (i figli scambiati), e poi: la tradizione del racconto orale indiano e dei cantastorie di strada, il socialismo ingenuo e popolare alla Victor Hugo (ah, I miserabili), visioni risarcitorie (il povero sarà ricco) di derivazioni più kharmica che marxiana. Insomma, sulla pagina un portento. Incredibile come Deepa Mehta abbia buttato via una simile, succulenta materia e non sia riuscita a restituire niente di quel furioso, magmatico racconto dandocene una pallida, manierata, pigra, esausta versione. Nei momenti migliori (la parte nei bassifondi di Delhi) sembra di assistere a una copia di Slumdog Millionaire, figuratevi i peggiori. Però alla fine ti vien voglia di riprendere in mano il libro, ed è l’unica cosa buona prodotta da questo ignorabile, dimenticabile e deludente I figli della mezzzanotte.

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