Recensione. COME PIETRA PAZIENTE: altro che film dalla parte delle donne, qui si sfiora il voyeurismo

 

COME PIETRA PAZIENTE (c)Benoit Peverelli123432 001Come pietra paziente (Syngué Sabour), regia di Atiq Rahimi. Sceneggiatura di Jean-Claude Carrère e Atiq Rahimi dal libro di Atiq Rahimi Pietra di pazienza, ed. Einaudi. Con Goldshifteh Farahani, Hamidreza Javdan, Massi Mrowat, Hassina Burgan. Francia 2012.COME PIETRA PAZIENTE (c)Benoit Peverelli03
Un’afghana racconta la sua vita al marito in coma. Un flusso inarrestabile di parole che man mano rivelano segreti, anche sessuali, mai detti, mai confessati. Un film che se la tira da manifesto emancipazionista a favore della donna musulmana, in realtà abbastanza equivoco e pruriginoso nel suo andare a rovistare tra le alcove. Da scansare. Voto 4ruddy 001
Kabul ai tempi della guerra, anche se non si capisce bene quale guerra sia. Devono comandare i Talebani comunque, perché alle donne è prescritto il burqa, ma da qualche parte qualche nemico li combatte, con una crudeltà anche verso i civili non minore di quella talebana. Povere donne, e poveri uomini. Interno di una casa poverissima. Una giovane donna si prende cura del marito in coma, non si sa quanto vigile e quanto no, un corpo che giace inerte come una cosa. Due figlie piccole, i soldi che non ci sono, la disperazione, manca il cibo, manca l’acqua, e là fuori si spara. A questo punto siamo già pronti a uno di quei film terzomondisti-miserabilisti, invece no, il film prende una strana piega tra il femminismo islamico, l’esotismo-orientalismo, il flusso di coscienza, il voyeurismo erotico. Un intruglio abbastanza malsano che fa di questo Come pietra paziente una delle cose più equivoche e imbarazzanti che mi sia capitato di vedere da parecchio tempo in qua. Insomma, la nostra donna (senza nome, a simboleggiare ahinoi che in lei tutta la condizione femminile afghana si riassume), mentre si spupazza il marito incosciente incomincia a parlargli, e anche a straparlare se è per questo: inarrestabile. Ah, potenza del verbo, della parola, e difatti i critici di Parigi, città che si è sempre lasciata sedurre dagi funamboli del linguaggio – da Lacan a Derrida -, si son mostrati quasi tutti entusiasti di questo film-ciofèca. La donna, pardon la Donna, incomincia a lementarsi prima della povertà, poi di come in quanto donna ha patito in quell’Afghanistan e con quel marito: l’ha sposato in absentia, lui era alla macchia a far la guerra e a rappresentarlo alla cerimonia c’era il suo pugnale (siamo al simbolismo fallico più ovvio, da bigino freudiano). Seguono, sempre raccontati dalla nostra all’inanimato consorte, la sterilità che pareva di lei e invece era di lui, e lei che per non farsi ripudiare ha dovuto rimediare come poteva, cioè farsi metere incinta da estranei, insomma mettendo le corna al marito clandestinamente e rischiando la morte.
Si apre tutto uno scenario nascosto di sessualità femminile repressa che trova però i suoi modi per esprimersi e rivalersi, fino alla prostituzione, cui la nostra è costretta causa mancanza di risorse e spinta dalla zia, da molti anni prostituta soddisfatta di esserlo. Conoscerà un soldatino che si innamora di lei e con cui lei conosce per la prima volta la soddisfazione erotica. Finale pazzesco che neanche in un film di zombie, anche se ampiamente prevedibile e telefonato, un finale da vero B-movie trashissimo che non vi dirò. Ora, questo film se la tira da manifesto emancipazionista della donna islamica, pretende di dare (e di essere) la parola che alla suddetta donna viene impedita, pretende di svelare ciò che resta conculcato e inespresso. In realtà è un film che decenni fa si sarebbe detto pruriginoso. Come certi pittori orientalisti ci mostravano le lascivie all’interno degi harem, così Come pietra paziente squarcia il velo sulla sessualità femminile in quella cultura mostrandocela (raccontandocela) voyeuristicamente nei suoi segreti. Si resta stupefatti, e insieme imbarazzati, come di fronte a un’intimità esibita forzatamente. Il bello (o il brutto) è che questa operazione si presenta con tutti i crismi della cultura alta e del politicamente corretto. Il regista Tariq Rahini è un afghano da molto tempo riparato a Parigi, anche autore del libro da cui il film è tratto, libro oltretutto vincitore del premio Goncourt del 2008. Ma tutte queste credenziale, spiace dirlo, non lo giustificano, e non giustificano questo brutto film. Si salva la protagonista, l’attrice iraniana Goldshifteh Farahani, già vista in Pollo alle prugne di Marjane Satrapi, anche lei esiliata a Parigi dopo essere stata dichiarata persona non grata nel suo paese. È davvero bellissima, e si butta nell’impresa con une dedizione meritevole di miglior causa. Vedendola anche nei poveri abiti afghani si capisce come Parigi l’abbia adottata con tanto calore e come una star assai cool come Louis Garrel se ne sia innamorato e faccia coppia con lei.

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