Recensione. OUTING – FIDANZATI PER SBAGLIO sbanda tra politicamente corretto e commediaccia anni ’70

Schermata 2013-03-29 a 15.11.41Outing – Fidanzati per sbaglio, regia di Matteo Vicino. Con Nicolas Vaporidis, Andrea Bosca, Massimo Ghini, Claudia Potenza, Giulia Michelini, Camilla Ferranti.Schermata 2013-03-29 a 15.12.24
Due amici pugliesi si fingono gay per avere dei finanziamenti regionali concessi alle coppie di fatto. L’idea non sarebbe malvagia, solo che poi il film non si decide tra commedia grottesca e denuncia sociale (ci sono di mezzo anche la disoccupazione giovanile, la criminalità organizzata ecc.). Soprattutto, sull’omosessualità si oscilla pericolosamente tra il politicamente corretto più melenso e l’oltraggioso ricalco della commediaccia greve e scurrile anni Settanta. Si decidessero, benedetti ragazzi (mi riferisco a chi ha realizzato il film). Voto 4Schermata 2013-03-29 a 15.12.43
Si vorrebbe anche parlar bene di un film piccolo come questo, di produzione chiamiamola così indipendente, ma come si fa? È proprio un pasticciaccio brutto, molto brutto, questo Outing, che frulla parecchi temi e ‘tematiche’ e problemi della contemporaneità nostra italiana in chiave di commedia grottesca e anche abbastanza scurrile, rimanendo incastrato nelle proprie ambizioni e nel proprio wannabe-ismo (si potrà tradure con vorrei ma non posso?). Nel pressbook alla voce Note di regia leggiamo: “Outing – Fidanzati per sbaglio è una commedia ‘scorretta’ che confonde i generi e si rivolge al grande pubblico con un occhio al cinema di qualità, sofisticato e di taglio europeo”. Ohibò. D’accordo che si trattano cose fighe e ‘moderne’ come la moda, il glamour e l’outing gay, ma dove mai sarà il taglio europeo? Sarà di taglio europeo la finissima battuta che sentiamo a un certo punto “la Puglia è sempre stata famosa per le orecchiette, adesso lo sarà per i ricchioni”? O sarà europeissimo e internèscional esibire un supplemento moda chiamato Cool, da leggere naturalmente Cul, con in copertina uno stilista pugliese (sedicente) gay? Chissà come rideranno a Stoccolma, Glasgow e Lubecca. Ecco, questo film purtroppo è questa roba qui, e non si sa se ridere o piangere (più la seconda). Dunque: due amici d’infanzia nati e cresciuti in Puglia sono, anche se per motivi diversi, alla canna del gas. Uno, Federico, è un disoccupato cronico con fratellino a carico, l’altro, Riccardo, è emigrato a Milano per sfondare da stilista nel dorato (ma dove, ma quando mai, con la crisi che c’è oggi nel settore) fashion system. Ma naturalmente il successo non arriva, anzi una coppia di sedicenti lanciatori di giovani talenti che somigliano tanto al gatto e alla volpe di collodiana memoria gli rubano bozzetti e idee, i cancheri, spacciandoli per invenzioni di una checcuccia di Catanzaro che se la tira già da star. Finché non si accende in testa l’ideona. Visto che la regione Puglia, quella di Vendola governatore suppongo, mette a disposizione fondi per coppie di fatto vogliose di mettere su un’impresa, ecco che i nostri Federico e Riccardo fingono di essere una coppia gay, onde arraffare un po’ di soldi e metter su un atelier di moda e trasformare anche il Sud in un faro dello stile, anzi style, internazionale. La trovata non sarebbe malvagissima, anche se non così nuova. In Io vi dichiaro marito e marito due pompieri newyorkesi si fingevano coppia omosessuale per risolvere certi problemi di pensione di uno di loro, e già lì, dove pure c’era Alexander Payne tra gli sceneggiatori, il risultato non era proprio memorabile. Figuriamoci qui. Oltretutto, a pensarci bene, l’idea su cui ruota tutto il film di Matteo Vicino mica sta tanto in piedi. Da che parte di mondo si danno soldi alle coppie (sposate, di fatto, eterosessuali, gay) per mettere su un’impresa? Se mai alle coppie si concede l’accesso a certi servizi e agevolazioni, come una casa pubblica, abbattimenti fiscali, cose simili. Ma i sostegni all’imprenditoria nuova (pardon: alle start-up) vengono sempre assegnati, mi pare, a titolo individuale o a insiemi di persone che condividono un progetto (cooperative ecc.), mica unite da motivi affettivi.
Questo, per dire, che in Outing siamo già in partenza nel campo dell’assurdo o almeno dell’inverosimile, ed è un errore di sceneggiatura da matita blu. Comunque, la storia dei due etero che si fingono omo poteva – al di là della pessima giustificazione fornita – servire a imbastire una narrazione interessante. Invece no, qui si butta dentro di ogni: la satira (greve) del mondo e dei modi milanesi della moda e dintorni, il cronico sottosviluppo del Sud e la ancora più cronica disoccupazione giovanile, e ancora: la criminalità organizzata che, interconnessa ai vari poteri, tutto distorce e condiziona; la libertà di stampa conculcata; il familismo amorale; la prepotenza delle oligarchie. Il risultato è puro cinema del lamento e del piagnisteo, per cui se le cose van male – in questo caso se non si sfonda come stilisti con i propri abitucci e i propri jeans smandrappati – la colpa è sempre del sistema, dei vecchi che non mollano e non si vogliono autorottamare, della mafia che tutto pervade ecc. Mica voglio negare che l’Italia, e il Sud in particolare, sia soffocata dai lacci che sappiamo, da clientele e consorterie e apparati corrotti che tendono ad autoperpetuarsi, però vivaddio se si smettesse un attimo di piangersi addosso non sarebbe poi tanto male. Però il peggio di questo film sta nel modo in cui affronta, o non affronta, un punto sensibile com’è quello dell’omosessualità. Ragazzi miei, nessuno vi ha obbligato a girare un film su una faccenda sempre parecchio complicata da trattare come la gaytudine, però visto che l’avete fatto decidetevi: volete fare i moderni o i retrò? Volete cavalcare, dato che siamo in Puglia, la political correctness vendoliana sul tema o invece volete fregarvene e tentare la strada della scorrettezza anche oltraggiosa? Invece qui si tengono i piedi in tutte le scarpe, tanto per non sbagliare (e si sbaglia eccome). Si sta dalla parte dei gay – vedi il personaggio del maturo direttore di giornale omosessuale mai dichiarato che decide di uscire fuori – o invece si vuol ridere alle loro spalle riesumando la commedia pecoreccia e le battutacce anni Settanta? Tutta la parte con Vaporidis e Andrea Bosco che si fingono checche vestendosi come solo gli omofobi pensano si vestano i gay lascerebbero pensare alla seconda. Per non parlare della tremenda scena della suora scambiata per il trans che deve dar loro lezione di comportamento omosessuale, tutta un doppio senso che neanche Lino Banfi o Renzo Montagnani ai loro bei dì. Ecco, siamo al punto. In questo film scorre sotterranea una pulsione mai detta, mai dichiarata, mai espressa, probablmente del tutto inconscia, a rifare la commediaccia anni Settanta, quella sì barbara, selvaggia, politicamente scorrettissima. Ma allora, perché non rifarla davvero senza coltivare ubbie e impossibili ambizioni di “cinema di qualità, sofisticato e di taglio europeo”, senza tirarsela da moderni e postmoderni? Se il livello dev’essere quello di battute come “Puglia, da terra di orecchiette a terra di ricchioni” che lo sia davvero, sempre, senza remore, senza che si finga di essere virtuosi. Dando un calcio al politicamente corretto e al fighettismo.

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