Recensione. THE HOST: la ragazza dai due amori e gli orfani di Twilight

_The Host, regia di Andrew Niccol. Con Saoirse Ronan, Jack Abel, Max Irons, Frances Fisher, Diane Kruger, William Hurt. Tratto dal best-seller di Stephenie Meyer._
Esaurita (ma sarà vero?) la saga Twilight, la signora Stephenie Meyer fornisce al cinema un’altra storia di amori complicati con diversamente umani. Gli alieni si installano nel corpo di una ragazza, ma dentro di lei sopravvive qualcosa dell’identità precedente. Diciamo che la nostra ha una doppia personalità, terrestre e aliena, e siccome ha una doppia personalità ha pure due fidanzati: j’ai deux amours, come cantava trionfante Joséphine Baker. Film ridicolo e anche imbarazzante. Però alla regia c’è uno bravo, Andrew Niccol (In Time), che se non riesce a salvare la situazione, almeno prova a ridurre il danno. Voto 5_
Non c’è pace, si continua a dare la caccia alle sterminate platee teen-globali orfane di Twilight. Si è tentato prima con dei cloni più meno mascherati della saga vampira-neoromantica, Warm Bodies e Beatiful Creatures, adesso via con questo The Host tratto da un altro bestseller post-Twilight della mormona Stephenie Meyer. Gli incassi sono stati molto al di sotto delle attese nei primi due casi. Quanto a The Host, uscito sia da noi che in America lo scorso weekend e ancora nelle sale, ha raccolto al momento cifre modeste. È la prova che il format narrativo fate-l’amore-con-il-diversamente-umano (vampiro, zombie, strega ecc.) mostra se Dio vuole la corda. Stavolta protagonista è una ragazza, Melanie, che cerca di resistere a una genia di spietati invasori alieni del nostro pianeta i quali, come in innumerevoli sci-fi già visti (a partire almeno da La cosa dell’altro mondo e L’invasione degli ultracorpi), si impossessano degli umani espellendo la loro anima e installandosi nell’involucro corporeo, con la sola diferenza che poi gli occhi cominciano a brillare sinistramente. I cattivi, che peraltro come molti malvagi della storia son convinti di portare il bene e una superiore civiltà, hanno ormai quasi del tutto compiuto la loro opera di colonizzazione, resta solo qualche raro terrestre resistente qua e là, cui si dà una caccia spietata. Anche la povera Melanie, che ha pure un fratellino a carico, viene alfine catturata (la cacciatrice regina è una tremenda, streghesca Diane Kruger, credibilissima con la sua bellezza algido-marmorea quale aliena) e sembrerebbe tutto concluso. Macchè, anche se ormai alienizzata, dentro di lei sopravvive da qualche parte un pezzo dell’umana che era, la quale si fa sentire, eccome, con tanto di vocina petulante e decisa, riuscendo addirittura a condizionare le mosse e la volontà della nuova inquilina del suo corpo. Insomma, per capirci, abbiamo questa signorina che di fuori sarebbe un’aliena cattiva con tanto di occhio luccicante a significare crudeltà, ma dentro conserva la buona terrestre che era, diciamo che siam di fronte a un caso di doppia personalità. La cattiva-però-buona scappando dai cattivi-cattivi finisce nel santuario di resistenza dei pochi umani sopravvissuti, gente che vive in pieno deserto protetta e nascosta sotto una montagna. Naturalmente passerà dalla loro parte. Ma se la dovranno tutti vedere con i cacciatori, che mica hanno mollato la presa, anzi la Diane Kruger è più assatanata che mai. Il resto scorre abbastanza prevediblmente verso lo scontatissimo finale, ma il vero fulcro narrativo della storia è un altro, è che la nostra Melanie-Wanda (il primo è il nome da umana, il secondo da aliena) ha due amori: j’ai deux amours!, come cantava giustamente allegra e spumeggiante Joséphine Baker. Trattasi di due fratelli, entrambi carucci, il primo innamorato di Melanie, il secondo di Wanda. Signori, dite quello che volete, ma la Stephenie Meyer è a modo suo un genio, stavolta riesce a inventarci una protagonista che, con la scusa della doppia identità, fa l’amore non con uno, ma con due uomini (tranquilli, in momenti diversi). Con effetti dirompenti sulle già ormonalmente sovaccariche platee popcorn under 18. La storia è noiosa e fa abbastanza ridere, però bisogna ammettere che la trovata dei due fidanzati della signorina Melanie-Wanda, entrambi legittimi e ufficiali, è un’invenzione notevole. Il film ha momenti francamente imbarazzanti, i dialoghi tra Wanda e la sua vocina di dentro son tremendi e non si reggono proprio. Però a praticare la riduzione del danno c’è alla regia Andrew Niccol, uno bravo, e pure capace di messinscene eleganti e di un certo stile, vedi i suoi precedenti Gattaca e In Time (bello e sottovalutato). Qui fa quel che può e gioca la carta dell’austerità e del minimalismo: scenografie essenziali, divise (dei cattivi) bianche e lineari, niente pasticci e sovraccarichi barocchi e baracconate. Ma, se qua e là Niccol frena il ridicolo, non riesce però a salvare una situazione insalvabile di suo.

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