Recensione. BIANCA COME IL LATTE, ROSSA COME IL SANGUE è ‘Love Story’ 40 anni dopo, ma molto, molto peggio

Bianca come il latte rossa come il sangueBianca come il latte, rossa come il sangue, regia di Giacomo Campiotti. Soggetto e sceneggiatura di Fabio Bonifacci e Alessandro D’Avenia. Tratto dal romanzo di Alessandro D’Avenia, ed. Mondadori. Con Filippo Scicchitano, Aurora Ruffino, Gaia Weiss, Luca Argentero, Romolo Guerrieri, Gabriele Maggio, Flavio Insinna, Cecilia Dazzi. Al cinema da giovedì 4 aprile.Bianca come il latte rossa come il sangue
Tratto da uno dei maggiori bestseller degli ultimi anni, un lacrima-movie adolescenziale che ricorda il mitologico Love Story (e un po’ pure il ricattatorio filone anni ’70 nato con L’ultima neve di primavera). Anche qui c’è un amore disperato a causa della terribile malattia di lei, anche qui si fa di tutto per farci piangere a dirotto. Produce la Lux dei Bernabei, specializzata in storie televisive di santi, eroi, martiri, che porta al cinema la sua ricetta produttiva vincente: una storia popolare e immediata (con un che di edificante), una realizzazione solida ma inesorabilmente media. Purtroppo il film è di un sentimentalismo insostenibile, con dialoghi spesso fintissimi e caratteri improbabili. E però, facile com’è, potrebbe essere un successo. Voto 4 e mezzoBianca come il latte rossa come il sangue
Vien da dire: ogni generazione ha la sua Love Story. E ha la Love Story che si merita. Anche stavolta in Bianca come il latte, rossa come il sangue, come in quel lontano prototipo di quarant’anni fa, c’è un ragazzo innamorato di una ragazza leucemica, solo che il livello è parecchio più basso di allora, sia rispetto al libro di Erich Segal (“Amore significa non dover dire mai mi spiace”) che al film dai mostruosi incassi che ne fu tratto, quello con Ryan O’Neal e Ali MacGraw e la musica ruffianissima di Francis Lai. Vien da piangere, a vedere adesso questa cosa qui, mica per la malattia di lei, no (o, almeno, non solo: dopotutto non siamo così duri di cuore), ma per la bruttezza e l’approssimazione di certi dialoghi, per il tono finto-sapienziale e oracolare della poveretta condannata dal male che parla come un libro stampato da destinare ai posteri, per i pensieri che si vorrebbero alti e sono pensierini da diariuccio adolescente minimo, per la piattezza paratelevisiva della narrazione e della messinscena, per le orripilanti scenografie (la camera di Gaia, la ragazza leucemica, è la cosa più orrenda e improbabile che si sia vista al cinema negli ultimi dieci anni, e non solo nel cinema italiano: tutto un affastellarsi di ciaffi indegni, un bric-à-brac di oggettacci e piccoli feticci ragazzineschi, colori che gridano vendetta). Non ce n’è, quando il nostro cinema tenta di rifare i mondi e i gerghi giovani toppa clamorosamente, e tutto sembra fintissimo, con parole e parolacce che suonano tanto più improbabili quanto più cercano di riprodurre e scimmiottare quel che i ggiovvani (o meglio, i giovani così come li vedono gli adulti) dicono. Imbarazzante. Impietosi i paragoni con certi teen movies venuti da fuori, penso solo all’esempio recente di Noi siamo infinito, che capolavoro non è, ma rispetto a Bianca come il latte, rossa come il sangue (uffa, che titolo lungo, troppo) rifulge di finezze e sottigliezze quasi bergmaniane. Quando da noi si fa un high-school movie l’aria e l’odore che senti non è mai quella di prodotti, che ne so, tipo Glee, ma di quell’immarcescibile, eterno, inconfessato modello che è I ragazzi della Terza C, con tutto il rispetto si intende. L’amico sfigato e nerd del protagonista Leo rimanda addirittura quasi filologicamente a certi caratteri collaterali del leggendario, vanziniano Sapore di mare, con la differenza che non c’è nemmeno il mestieraccio indubbio dei Vanzina, e poi i tempi sono parecchio cambiati, e le sensibilità pure. La storia (storiaccia?) per sommi capi eccola qua. Siamo a Torino, anche se poi Leo (Filippo Scicchitano) parla romanesco, cosa solo parzialmente giustificata dal fatto che papà Flavio Insinna è appena stato trasferito lì dalla capitale, anche se parecchi ragazzi e qualche insegnante hanno un marcatissimo accento milanese, ma non stiamo a sottilizzare. Dunque, Leo si prende una cotta (ma si dirà ancora così tra i ggiovvani d’oggi?) per una bellissima ragazza dai fulvi capelli e l’aria altera e aristocratica di nome Beatrice (Gaia Weiss), il che consente tutta una cosa di riferimenti e rimandi di pura cultura licealistico-italica a Dante, la Divina commedia, il dolce stilnovo, con relative battute sull’amor platonico dove non si scopa mai. Battiti accelerati del cuore, ma adesso come faccio ad approcciarla?, insomma tutto il repertorio del genere amore adolescente. Finchè arriva la mazzata: Beatrice sta male, molto male, e anche se la parola leucemia non viene pronunciata, si capisce che di quello purtroppo si tratta. Leo va a trovarla in ospedale, poi a casa, viene a sapere che un trapianto di midollo potrebbe salvarla, ma non si trova il donatore compatibile. Non dico cosa succede da questo punto in avanti, nè tantomeno come finisce, dico solo che intorno a questo asse narrativo ci sono piccole sottotrame e personaggi collaterali, i genitori di Leo con padre finto severo e madre al limite dell’isteria, i compagni di classe (gli imbranati, i fighi, i bulli ecc.), la ragazza che fa tanto l’amica ma è invece innamorata persa, il professore di italiano ganzo, belloccio e pugile a tempo perso (il divo Luca Argentero, devo dire sempre credibile). Film ricattatorio come pochi nei confronti dello spettatore (un tempo si sarebbe parlato sdegnosamente di lenocinio dei sentimenti, adesso non più, adesso si perdona tutto), mai riscattato da una scrittura che resta irrimediabilmente sciatta e melensa, nonostante l’apporto e gli evidenti sforzi di uno sceneggiatore abile come Fabio Bonifacci (immagino che certi rari guizzi, certe battute non malvagissime siano opera sua). Ora, non ho letto il romanzo di Alessandro D’Avenia venduto in un milione di copie, ma dopo aver visto il film che ne è risultato non mi viene certo voglia di leggerlo. Mi chiedo solo se anche lì la scrittura fosse altrettanto sentimentaloide, certo a leggere quanto lo stesso D’Avenia scrive sul pressbook del film in un breve pezzo dal titolo Azione qualche sospetto viene. Riporto un paio di frasi e lascio giudicare al lettore: «”Azione” sarà sedersi in sala, al buio, tra sconosciuti e godersi quel po’ di felicità che riusciremo a strappare ai loro cuori e volti”», «”Azione” è il dono della vita che riesce a superare i nostri sogni più grandi». Mah, francamente non mi pare una gran prosa, e adesso sento già quelli che mi tacceranno di snobismo verso uno scrittore tanto venduto, letto, amato. Il protagonista: Filippo Scicchitano as Leo è definitivamente, dopo questo film e i precedenti Scialla! e Un  giorno speciale di Francesca Comencini, il ggiovvane più ggiovvane del nostro cinema di oggi e l’erede di certa medietà e e bonarietà romanesca al cinema, il nuovo Enrco Montesano e un po’ pure Brignano. Qui ha, credo, qualche anno di più dei sedici del suo personaggio, ma non stiamo a fare i sofistichi, come si diceva a Milano. In fondo anche Ryan O’Neal e Ali Mac Graw avevano parecchi anni più dei loro characters in Love Story e funzionarono lo stesso, per non parlare di John Travolta e Olivia Newton-John che quando fecero i teenager in Grease veleggiavano verso i trent’anni. Che ci vuoi fare, baby, è il cinema. Cinema che proprio di questi tempi sta proponendo qua e là giovani e giovanissime donne colpite da letali malattie. Qualche mese fa è uscito sul mercato anglofono (mai arrivato da noi però) Now is Good di Ol Parker, con una Dakota Fanning consunta dalla chemio, da pochi giorni è uscito in Germania Heute bin ich blond, Oggi sono bionda, tratto da un libro autobiografico di una giornalista che il cancro l’ha avuto ed è riuscita a guarirne. Adesso tocca a noi con questo film di Giacomo Campiotti. Prodotto, va ricordato, da Matilde e Luca Bernabei per quella Lux che, con papà Ettore, ha prodotto tante fiction e tante vite di eroi e di santi per Rai Uno. Non è un dettaglio irrilevante. Questo è un film che traduce in cinema la tradizione – e la visione – televisiva e produttiva Lux: una storia facile e popolare (e questa lo è), una realizzazione professionale e corretta ma inesorabilmente media, l’adeguarsi al gusto delle platee senza osare nulla, l’assenza di volgarità. Stiamo a vedere se la ricetta al box office funzionerà. Io dico di sì, anche se questo lacrima-movie non mi è piaciuto niente.

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