Recensione. JIMMY BOBO: l’eroe Stallone è stanco (o il pubblico è stanco di lui?)

BJimmy Bobo – Bullet to the Head, regia di Walter Hill, sceneggiatura di Alessandro Camon. Con Sylvester Stallone, Jason Momoa, Christian Slater, Sung Kang, Sarah Shahi.B
Un action-noir classico, ma con sottigliezze non così usuali. A New Orleans un killer della malavita (Stallone) è costretto ad allearsi con un poliziotto: la strana coppia funzionerà oltre ogni previsione. Ma a infragilire il film è proprio Stallone, riproposto quale action hero come se il tempo non fosse mai passato, e quando malmena e maltratta ragazzi con quarant’anni meno di lui davvero non gli si può credere. Clamoroso product placement di whisky e telefonini. Voto 6B
Gli action heroes anni Ottanta sono stanchi. O, almeno, il pubblico è stanco di loro, li rigetta, non vuole più saperne, diserta i cinema dove si proiettano i loro nuovi film. Questo è quanto successo in America prima a Arnold Schwarzenegger e poi a Sylvester Stallone, tornati a menar pugni come negli anni Ottanta. Ormai ultrasessantenni, con un apparato muscolare sempre possente, ma come pietrificato e irrigidito a penalizzare visibilmente rapidità e agilità, sono stati richiamati al cinema d’azione, rispettivamente in The Last Stand e in questo Jimmy Bobo. Incassi però modestissimi, da stringere il cuore, se si pensa di cos’erano capaci i due vent’anni fa, e nonostante che i film siano, entrambi, non così disprezzabili. Il primo ha tirato su tra Stati Uniti e Canada la miserabile cifra di 12 milioni di dollari, il secondo ancora meno, solo 9 e mezzo. Disastro. L’equivoco – e l’errore – è stato quello di riproporceli tutti e due, Schwarzie e Stallone, come immarcescibili, eterni semidei d’acciaio ancora capaci di misurarsi vittoriosamente a pugni, calci e spari con avversari di 40 anni più giovani. Ma come possiamo credere a uno Stallone dalla faccia ormai ridotta a un mascherone, dai movimenti lenti che inequivocabilmente denunciano la sua età, dai muscoli ipertrofici che ne fanno un inattendibile pupazzone di carne, quando stende uno via l’altro ragazzotti che potrebbero essere suoi nipoti?

Quando poi, in questo film, vince il duello con quella spaventosa macchina da guerra vivente che è Jason Momoa – per intenderci, il Conan del remake e il re barbaro di Il trono di spade – non ce la si fa proprio più a reggere tanta assurdità, e vien voglia di abbandonare il cinema. D’accordo che i film son finzione e sogno e visione, mica la riproduzione piatta del reale (altrimenti come faremmo a credere alle acrobazie antigravità dei wuxiapian?), ma con l’inattendibile non bisogna esagerare, e qui invece si esagera, eccome. L’unico action hero d’epoca a cavarsela ancora molto bene è Bruce Willis, ormai chiamato sempre più spesso a fare comparsate di lusso e partecipazioni specialissime quale icona-tetimone di quel lontano cinema e padre nobile dell’action attuale (vedi, per capirci, Looper e G.I. Joe – La vendetta). Solo che Willis è sempre stato un attore vero prestato di tanto in tanto all’action, non ha mai deturpato e gonfiato il proprio corpo oltre ogni ragionevolezza, ha puntato sul saper recitare e non solo sull’occupazione fisica dello spazio schermico, e oggi (anche perché ha qualche anno di meno dei due colleghi) può permettersi di rispuntare qua e là senza sembrare patetico. Peccato per Stallone, perché questo film non è poi così male, ha qualche guizzo che va oltre la pura convenzionalità del genere. Alla regia c’è poi un nome glorioso della Hollywood maschia, il Walter Hill di 48 ore e I cavalieri dalle lunghe ombre, sempre capace di tenere in pugno un film di cazzotti e di pistole e di creare le giuste atmosfere di minaccia (mi riferisco alla parte finale nella vecchia centrale dismessa). Bullet to the Head, tale il titolo originale, punta tutto – come in tanti buddy-buddy movie anche polizieschi – sulla strana coppia formata da Jimmy Bobo, killer al soldo della malavita che nel corso della sua esistenza ne ha viste e fatte di ogni, e un giovane, incorrotto e un po’ fanatico detective di origine coreana. Si ritrovano sulla stessa barca allorché devono affrontare lo stesso nemico, la cosca di malaffare, corruzione e violenza mafiosa che tiene in scacco la New Orleans del dopo Katrina. Se il poliziotto vuole consegnare i fetenti alla giustizia, Jimmy Bobo li vuole stanare prima che riprovino a farlo fuori. La storia si muove e si svilupa rispettando i canoni del genere: prima la reciproca diffidenza e le incomprensioni tra i due, poi un’alleanza via via più convinta e solida fino alla quasi affettuosità finale (stavolta a cementare ulteriormente c’è anche un matrimonio in famiglia). Trama svelta, che punta a creare più climax possibili di spari, lotta, sangue e violenza, una violenza iperbolica ormai al limite dello splatter. Il resto conta relativamente poco e deve solo creare le premesse narrative ai momenti di scatenamento action. Qui però c’è qualche sottigliezza in più rispetto al solito. Lo scenario di New Orleans, sempre così fosca, malata, fantasmatica, zombesca, aggiunge ombre e ambiguità che spingono Jimmy Bobo verso zone più nebbiose del classico spara-spara. C’è una consapevolezza del male, e della sua inevitabilità, che produce una violenza glaciale, quasi astratta, per così dire necessaria e autolegittimante (si pensi solo alla sequenza iniziale con Jimmy che uccide a freddo, senza il minimo fremito, e non basta a rasserenarci che ci venga detto che le sue vittime son tutte carogne fententissime: le scene restano lo stesso disturbanti). Soprattutto, il film è la strana, innaturale eppure indispensabile alleanza tra la giustizia e la legge (il poliziotto) e l’illegalità (il killer), ed è questo a dargli una tensione inusuale e un certo interesse. Qualche volta, ci suggerisce Jimmy Bobo, il bene deve sporcarsi e contaminarsi, accettando di giocare la sua partita con il male e di inglobarlo. Una morale non così ovvia e non così pedestre per un action movie in apparenza assai prevedibile. Merito – immagino – dello script che porta la firma di uno dei pochissimi italiani attivi a Hollywood, Alessandro Camon, 40 anni, figlio dello scrittore Ferdinando, che lì a Los Angeles vive e lavora ormai da molti anni. Come produttore ha realizato cose indie importanti come Il cattivo tenenente: ultima fermata New Orleans di Werner Herzog e Wall Street 2, il denaro non dorme mai di Oliver Stone, come sceneggiatore ha co-scritto tra l’altro The Messenger – Oltre le regole che gli ha procurato un Orso d’argento a Berlino e una nomination agli Oscar. Mi risulta che questo Jimmy Bobo sia la sua prima incursione nel cinema mainstream, e peccato che il box office non abbia gradito e premiato. A chi si lamenta del troppo rozzo product placement in uso nel cinema italiano, faccio notare la smaccata e sfacciata esibizione in questo Jimmy Bobo del whisky Bulleit Bourbon (quasi infilato anche nel titolo) e del Blackberry, continuamente maneggiato ed esaltato nelle sue mirabolanti virtù tecnologiche dal detective coreano. Ecco, non siamo i soli.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.