Recensione. UNDICI SETTEMBRE 1683: un povero colossal non proprio finissimo. Però, please, non parliamo di islamofobia

11-settembre-1683_poster-default11-settembre-1683Undici settembre 1683, regia di Renzo Martinelli. Sceneggiatura di Renzo Martinelli e Valerio Massimo Manfredi (coll. di Giuseppe Baiocchi). Con F. Murray Abraham, Enrico Lo Verso, Jerzy Skolimowski, Alicia Bachleda Curus, Piotr Adamczyk, Claire Bloom, Antonio Cupo, Federica Martinelli, Yorgo Voyagis. Al cinema da giovedì 11 aprile.11-settembre-1683-3
Turgido filmone che ricostruisce la battaglia decisiva in cui, in un altro fatale 11 settembre, i turchi furono vinti sotto le mura di Vienna da una coalizione cristiana. E l’Islam, che stava per espugnare l’Europa, venne fermato. Facile prevedere per questo film l’accusa di islamofobia. Ma per favore, lasciamo stare le guerre sante e guardiamocelo senza pregiudizi. Certo, trattasi di un romanzone popolare ribaldo, esteriore, senza troppe finezze e sfumature. Effetti speciali abbastanza poveri, dialoghi abbastanza imbarazzanti. Il problema è: alle platee popcorn di oggi interessa un prodotto così? Mah. Difatti la messinscena è televisiva (molti primi piani, storie e sottostorie che possono essere isolate) e credo che la destinazione finale sia quella, la tv. Voto 5 11sette
Ma l’attacco alle torri sarà stato programmato per evocare e rivendicare quell’11 settembre 1863 in cui si svolse l’epocale battaglia sotto le mura di Vienna tra gli Ottomani e l’alleanza cristiana? Battaglia che finì con la vittoria europea, e riuscì a fermare il più deciso tentativo dell’Islam di penetrare in profondità nel nostro continente. La nuova Lepanto. Un evento che subito è stato elevato dalle nostre parti a momento fatale, decisivo, storico, storicissimo. Non ricordo nella bolgia mediatica immediatamente seguita all’11 settembre (2001) che si fosse dato un gran risalto alla coincidenza di date, nè che vi fosse un qualche accenno in merito in una qualche rivendicazione (nel caso, attendo smentite). Se non si tratta di coincidenza voluta, vien da pensare davvero che la Storia (con la maiuscola, certo, come no) abbia un suo piano, un suo disegno nascosto. Intanto ci ha pensato il nostro Renzo Martinelli a riesumare quei lontani seppur fondamentali avvenimenti in questo colossal storico (colossale se misurato alle ambizioni attuali e alle possibilità del nostro sistema cinema) di armi, armate, battaglie, guerrieri, re, principi, come già nel suo precedente e molto controverso Barbarossa, film in forte odore di leghismo e che perciò venne subito piallato via da critici e spettatori bon ton. Che dire? Trattasi di un tipico Martinelli-movie: Undici settembre 1683 è un film ribaldo e trucibaldo, rozzo e grossolano nella messinscena e nel racconto, ove ogni finezza e penombra è rigorosamente bandita, un film tutto di pieni, di climax, furibondo, sovreccitato fino all’isteria, che mira alla pancia del pubblico e dunque non risparmia nessun colpo basso. Son difettacci che hanno esempre escluso e continueranno a escludere il signor Martinelli dal salotto buono del cinema italian, di chi il cinema lo fa e di chi lo consuma o ne scrive. Difetti che ogni tanto a me paiono però pregi. In un cinema asfittico e pallido e incolore e insapore come il nostro, ripiegato autoreferenzialmente su se stesso, almeno Martinelli ci prova a rifare come può il grande cinema-spettacolo con storie di eroi e di vite bigger than life, e con i clangori, i bagliori, i furori dell’epica. Il risultato è modesto, molto spesso inguardabile e imbarazzante, però nei suoi rari discreti momenti il film ti fa pensare a come potrebbe essere il nostro italico cinema se solo riuscisse a pensare in grande e a uscire dall’autarchia (produttiva, stilistica, di linguaggi e di contenuti). Vengono in mente, vedendolo, le produzioni smisurate e anche un filo sgangherate di Dino De Laurentiis anni Cinquanta e Sessanta che da Roma sfidava Hollywood, magari reclutandone star e registi, parlo di film come Barabba o Guerra e pace. Ecco, nei Martinelli-movies c’è la pallida eco, c’è il suono smorzato di quella remota stagione della nostra grandeur cinemaografica, ed è il motivo per cui non riesco a detestarli davvero, pur riconoscendone gli evidentissimi limiti. Undici settembre 1683 è un romanzone popolare che, credo inconsciamente, riesuma e riecheggia certa narrazione patriottica dell’Ottocento e certo cinema storico-autocelebrativo come l’Ettore Fieramosca e La corona di ferro di Alessandro Blasetti, con la Storia semplificata e ridotta a scontro tra bene e male, buoni e cattivi, amici e nemici (anche se qui si introduce un personaggio che attraversa e cortocircuita i due mondi contrapposti Europa cristiana/Turchia islamica, mi riferisco al turco Abul emigrato e insediatosi nella republica veneta e poi tornato in patria). Facile prevedere che Martinelli verrà accusato dalle anime belle politicamente corrette e dabbene di islamofobia. In effetti in molte sequenze si va giù con l’accetta nell’attribuzione e divisione tra le parti di torti e ragioni, e l’Islam non viene di sicuro dipinto a tinte tenui. Però non manca la condanna a certi fanatismi della nostra parte (vedi la scena del pogrom contro il turco Abul). Spero che non si inneschi intorno a questo film una guerra santa mediatica e non lo si accusi di odio antimusulmano, non è proprio il caso. Quanto all’idea di realizzare un colossal su un remoto per quanto importante avvenimento (Martinelli assicura di averci messo la bellezza di dodici anni per condurre in porto il progetto), temo non sia più tempo per simili imprese: il pubblico medio di oggi, privo com’è di ogni pur minimo riferimento culturale e refrattario a ogni pensiero complesso, non ce la fa più a misurarsi con la Storia, per quanto romanzata e aprossimativamente e rozzamente proposta, e dunque tende a rigettarla. E questa, nel bene e nel male, è Storia. I personaggi sono da una parte il Gran Visir ottomano Karà Mustafà, incaricato dal Sultano suo padrone di marciare con la bellezza di trecentomila uomini su Vienna e di espugnarla, e dall’altra l’inetto re austriaco Leopoldo, i suoi cortigiani, i suoi alleati, e soprattutto il francescano Marco d’Aviano, l’uomo che ridesta l’assopita coscienza cristiana dei potenti d’Europa vincendo la loro riluttanza e spingendoli all’alleanza che fermerà il turco invasore. Più sottotrame e caratteri laterali che confluiscono nella narrazione principale. Purtroppo, nonostante la presenza alla sceneggiatura di uno che se ne intende come Valerio Massimo Manfredi, il film resta grossolano. I turchi, anche visivamente, sono rappresentato secondo l’eterno archetipo del Feroce Saladino delle figurine Liebig, quacosa che appartiene all’inconscio di questo nostro paese e sempre rispunta. Dunque sguardo truce, occhi bistrati, scimitarra sguainata e, intorno, harem, veli, cuscini, sete preziose, guerrieri spietati e sanguinari. Più un Enrico Lo Verso che, nei panni di Karà Mustafà, sembra uscire dall’Opera dei Pupi. Non è che dall’altra parte vada meglio. Il re Leopoldo è imparruccato e incipriato e effemminato come da convenzione, al monaco Marco d’Aviano manca sola l’aureola per la santificazione (e brandisce un crocefisso da battaglia uguale uguale a quello sghembo impugnato da Papa Wojtyla, ricordate? Mica per niente questa è una coproduzione con la Polonia, e il personaggio del re polacco Jan Sobieski centrale). Dio mio, certi dialoghi non si possono sentire. Come si fa a mettere in bocca ai turchi battute come “tra dieci lune sarà tutto finito”. Lune? par di risentire gli indiani nei western anni Cinquanta. Marco d’Aviano parla come un libro santo stampato. Il tono, anche nelle sequenze più private, è magniloquente, tronfio, eccessivo, esteriore, onde ricordarci che soffia sempre il vento della Grande Storia. Scene di massa così così, realizzate in tutta evidenza al risparmio. Effetti speciali e CGI qualche volta di imbarazzante povertà (vogliamo parlare di quelle vedute di Istanbul con Corno d’Oro e Bosforo che sembrano disegnate da un paesaggista dilettante?). E poi: come si fa a scegliere F. Murray Abraham, che certo il mestiere lo conosce, ma che ha almeno trent’anni di più del suo personaggio? Che quando si ritrova a parlare con il padre sembra un suo coetaneo, anzi pure un po’ più vecchio di lui. Presenze di culto: il gran regista polacco Jerzy Skolimowski che si diverte a recitare la parte di Jan Sobieski (l’anno scorso l’abbiamo visto in The Avengers come cattivo torturatore) e la gloriosa Claire Bloom quale madre di Marco d’Aviano. L’attrice che interpreta Lena, la bionda ragazza sordomuta fedele al turco Abul, si chiama Federica Martinelli. Parente?

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