Recensione. OBLIVION è un colosso con un’anima e delle ambizioni (e rischia dunque di scontentare le platee popcorn)

2Oblivion, regia di Joseph Kosinski. Con Tom Cruise, Olga Kurylenko, Andrea Riseborough, Morgan Freeman, Nickolaj Coster-Waldau. Al cinema da giovedì 11 aprile.gallery6-14
Uno sci-fi non così banale e seriale, con l’ambizione dichiaratissima di rifare certi classici cosmico-spaziali anni Sessanta e Settanta, da Kubrick a Tarkowski. E che, come quelli, filosofeggia e si fa delle domande (e si dà delle risposte). Forse troppo complicato per il pubblico globale di oggi, troppo pretenzioso e arty. E poi, andamento lento, soprattutto all’inizio, plot lambiccato con ampie zone di inverosimiglianza. Un Tom Cruise sempre carismatico, ma stragonfio di muscoli. Eppure questo è un film con una sua nobiltà, che da qualche parte nasconde un pezzo di anima. Voto tra il 6 e il 753
Chissà se piacerà davvero al pubblico drogato di supereroi e effettacci, e temo che anche la critica più ragazzinesca avrà parecchio da ridire su questo Oblivion. Che è sì un colossalone da 120 milioni di dollari, è sì un sci-fi con battaglie stellari come marketing odierno comanda, ha sì al suo centro una star come Tom Cruise, e però ha qualche ambizione di troppo, è troppo meditabondo, meditativo e lento per i piatti e semplificati gusti attuali e per piacere fino in fondo alle platee globalizzate. Oltretutto non è neanche in 3D, ma solo in Imax, tecnologia di proiezione che in Italia può contare al momento su un pugno di sale e basta. Sarà, ma a me non è dispiaciuto per niente, con la sua aria così pensosa, i suoi vuoti, i suoi spazi immensi e disadorni e quasi metafisici, i suoi panorami post apocalisse, il suo carburare lento (per una mezz’ora succede poco, e si parla parla parla in modo estenuante). Il regista Joseph Kosinski, quello di Tron: Legacy (film meno brutto di quanto lo si è dipinto), pure autore del graphic novel da cui Oblivion è stato estratto, ha dichiarato di amare molto la fantascienza anni Sessanta-Settanta alla Odissea nello spazio e 1975: Occhi bianchi sul pianeta terra, e si vede. La vecchia astronave si chiama Odyssey, tanto per non lasciare dubbi, e qua e là ci sono puntuali citazioni kubrickiane (certe scenografie d’interni, i crio-conservati, l’occhio rosso dei droni e di quell’entità dominatrice e regolatrice che scopriremo alla fine, uguale a quello del mitologico Hal 9000). Insomma, signora mia, qua c’è l’ambizione dichiaratissima a rifare quei film filosofeggianti che, mimetizzandosi nei misteri del cosmo, osavano farsi delle domande e magari darsi delle risposte, film di cui il totemico monolite nero di Kubrick resta tuttora l’emblema. Se è per questo, c’è anche una zona nuclearizzata che sembra citare quella di Stalker di Tarkowski, e  l’incessante andirivieni dei personaggi tra passato, futuro e presente ricorda pure, sempre del gran russo, il meraviglioso Solaris. Kosinski confonde e si confonde troppo, e il suo affettuoso ricalco di quei lontani capisaldi del cinema non raggiunge mai neppure lontanamente la loro intensità, però ci si può accontentare delle buone intenzioni e di un risultato per niente malvagio, di un film che si distanzia nettamente da quelli medi di oggi per fattura e contenuti ed è semmai apparentabile, tra i recenti, soltanto al bellissimo quanto malcompreso Prometheus di Ridley Scott. A me Oblivion è piaciuto per i motivi per cui a molti dispiacerà, per il suo essere complesso, anche pesante e indigesto (non sempre la semplicità e la leggerezza sono una virtù al cinema, ogni tanto si può anche faticare un po’, e che sarà mai).
Siamo nel 2077, la Terra molti anni addietro è stata devastata da una guerra tra umani e alieni. Gli ex abitanti, quelli sopravvissuti alla catastrofe, sono finiti in stazioni spaziali e hanno eletto Titano, una delle lune di Saturno, a proprio nuovo mondo. Droni comandati da basi extraterra controllano e difendono le grandi turbine che, sul pianeta abbandonato, con l’acqua degli oceani producono l’energia necessaria alla sopravvivenza del sistema umano. Jack Harper è un riparatore di droni, vive in una stazione con la sua compagna Vicka. Ma durante una delle sue quotidiane missioni sulla Terra si imbatte in strani fenomeni inizialmente riconducibili agli alieni Scavengers. La faccenda si rivelerà molto più complicata, in una ricerca (che è anche un’investigazione) che vedrà Jack imbattersi in parecchi misteri, in una base di resistenti umani, in una donna che appartiene al suo passato ma di cui lui ha vaghi ricordi, perché la sua memoria è stata piallata via e la sua mente risettata: Oblivion, per l’appunto. Si creerà un triangolo tra Jack, Vicka e la sconosciuta-conosciuta Julia, e non sarà solo questione d’amore. Si arriverà a uno scontro finale con un malvagio a sorpresa, ma neanche troppo. Una narrazione che procede a bassa velocità, inizialmente a bassissima, ma che man mano riesce ad avvolgerti e inghiottirti se appena ti lasci andare e non cedi alla tentazione dello sbadiglio e dell’uffa-eccheccazzi. Non tutto funziona, anzi. Il plot è lambiccatissimo, con ampie zone irrisolte o incomprensibili. Però Oblivion riesce ad essere un viaggio, come lo era il capolavoro kubrickiano, dentro e fuori la coscienza, oltre che nello spazio-tempo (ormai un’ovvietà del genere), e sa nei suoi momenti migliori comunicarti il senso dell’infinito e del mistero, della friabilità dell’identità e dell’Io. Siamo davvero uno, nessuno, molti e tutti nello stesso tempo, e se qualcuno o qualcosa, come questo film, ogni tanto ce lo viene a dire, anche facendoci un po’ la predica con arietta sentenziosa, non va così male. Tom Cruise a 51 anni è sempre più muscoloso e grosso, e vien voglia di dirgli basta, smettila di gonfiarti e di giocare all’eterna giovinezza e figaccioneria, lasciati andare a un minimo – solo un minimo – di decadimento della carne, non può che farti bene. Però la sua autorevolezza non si discute e riesce quasi da solo a pilotare e portare in porto un film algido in molte parti, non così immediato e gradevole, non così ruffiano e mainstream. Se Oblivion ce la farà al box office, come spero – e non è una sfida facile – gran parte del merito sarà sua. Con lui due donne, due attrici, non così convenzionali, anche loro segno che questa è una produzione con qualche diferenza dai soliti giocattoloni sgargianti in 2 o 3D. Vicka ha la faccia non da pupattola di Andrea Riseborough, per intenderci la Wallis di W.E. di Madonna (e la dovremmo vedere tra non molto anche in Shadow Dancer, dov’è una terrorista Ira pentita), Julia è Olga Kurylenko. Una delle attrici, mi sto rendendo conto, meno amata dai giornalisti, seconda nelle loro antipatie solo a Monica Bellucci. A Venezia il bellissimo To the Wonder di Malick di cui era la protagonista è stato fischiato indecentemente, e mi pare che non sia stata molto gradita nemmeno in questo Oblivion. Io invece, che pure l’avevo detestata a suo tempo in Quantum of Solace, son rimasto conquistato da lei proprio in To the Wonder, e dunque non parlatemene male, please. Melissa Leo in partecipazione specialissima è la boss che impartisce le direttive a Vicka e Jack. Appare solo in video, ma lascia lo stesso il segno: grande attrice, ma questo si sapeva. Solita apparizione regale di Morgan Freeman e, nella parte del guerriero con le palle, si rivede il Nikolaj Coster-Waldau di Il trono di spade e dell’horror La madre. Paesaggi meravigliosi, con ricostruzioni in digitale di quel che resta della Terra (e di New York) più discrete e meno fastidiose del solito. Musica anche quella anni Sessanta-Settanta (il regista deve avere una devozione speciale per quelle decadi), dai Blue Öyster Cult ai Procol Harum e alla loro irresistibile, immarcescibile A Whiter Shade of Pale. In my opinion, un film da vedere, perché da qualche parte questo colosso un pezzo di anima ce l’ha.

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