Recensione. TUTTO PARLA DI TE: il lato oscuro della maternità. Ma non basta un tema importante a fare un buon film

TUTIgarb_0026Tutto parla di te, un film di Alina Marazzi. Con Charlotte Rampling, Elena Radonicich, Valerio Binasco, Maria Grazia Mandruzzato. Al cinema da giovedì 11 aprile.TUTIgarb_0011
Un film che si addentra nella faccia oscura della maternità: la tristezza dopo parto, il senso di inadeguatezza. E i casi estremi delle donne che uccidono i propri figli. Abissi e tenebre che il film purtroppo affronta attraverso il peggiore psicologismo. Una narrazione che mescola documentario e finzione, e questa è cosa buona. Ma il racconto è debole fino all’inconsistenza, il tono eccessivamente sentimentale e inadatto al tragico. Certo, c’è Charlotte Rampling, però nemmeno lei può bastare. Voto tra il 4 e il 5TUTIgarb_0027
La milanese Alina Marazzi aveva fatto parlare giustamente molto di sè qualche anno fa dopo che in festival, rassegne e in qualche sala era uscito il suo Un’ora sola ti vorrei, memoir di famiglia in cui, smontando, montando e ricucendo film (anzi, filmini) girati dal nonno paterno, ripercorreva la storia dolorosa della madre morta suicida (e dunque parte della propria storia). Adesso passa alla finzione, al cinema-racconto – anche se con ampi innesti semidocumentaristici – muovendosi di nuovo nei meandri della maternità e dei suoi lati oscuri. Tutto parla di te tratta di depressione post partum, dei sensi di colpa e di inadeguatezza che possono cogliere una donna alle prese con un figlio neonato. Soprattutto, si confronta e si affaccia sull’abisso degli abissi, il caso delle madri che uccidono i propri bambini. Tema di quasi indicibile drammaticità già affrontata un paio di anni fa, con esiti assai deludenti, nel paratelevisivo Maternity Blues di Fabrizio Cattani, e anche stavolta, come allora, l’impresa fallisce. Anche stavolta modi, stili, linguaggio, soprattutto il linguaggio, suonano deboli e incerti rispetto alla materia che si pretende di raccontare: manca il senso del tragico, ecco. Marazzi ha pudore, delicatezza, riserbo, ma anche un approccio esausto ed evanescente che non riesce neppure lontanamente a restituire o, almeno a suggerirci, quel gorgo che è l’omicidio di una madre su un figlio. Tutto, ahinoi, vien rappresentato e filtrato attraverso un approccio certo bene intenzionato e in buona fede che è però quello, piccino piccino, della psicologia dilagante, di quello psicologismo che ha preso il posto della riflessione alta (filosofica, antropolologica, anche teologica) sul male e che si propone oggi – e non da oggi – come nuova cura dell’anima. Mica per niente nel film assistiamo, purtroppo, a sedute di auto-aiuto – o di autocoscienza, o di psicoterapia collettiva, chiamatele come volete – in cui alcune neomamme tutte colpite da ansie e perturbamenti del dopo parto raccontano se stesse sotto la guida (guida?) di una psicologa. Naturalmente siamo in un qualche Centro di Assistenza Psicologica di un qualche quartiere in una città che è Torino, e le testimonianze son tutte un parlar di “emozioni”, di “crisi fortissima”, di “mi sentivo in colpa”, di “mi sentivo vuota”, nel tremendo linguaggio massificato e banalizzante suggerito al popolo femminile dalle psicologhe da strapazzo da magazine cartaceo e da talk-show e dibattito televisivo. Ora, alla terza o quarta signora che in primo piano parla di se stessa e delle proprie turbe ed “emozioni” vien voglia di scappare: certo, la sofferenza è vera, sono le parole per dirla a essere inascoltabili. Tutto parla di te segue una traccia narrativa debolissima, al limite del nulla. Vediamo una signora dall’accento straniero di nome Pauline (è la gloriosa e davvero mitica Charlotte Rampling) aggirarsi per una plumbea Torino e dividersi tra un vecchio villino liberty polveroso in cui – intuiamo – ha trascorso la sua prima parte di vita, e il suddetto gruppo di sostegno alle mamme depresse. Diciamo che fa la volontaria, anche se non capiamo mai che cosa faccia esattamente e come voglia rendersi utile. Intanto, flash back nella mente della signora, e immagini tremolanti sullo schermo, e immagini che virano dal colore al bianco e nero, a suggerirci intensità ed “emozione fortissima”. Capiamo che là nella casa dev’essere successo qualcosa di inquietante (le case liberty nel cinema italiano han sempre veicolato disastri familiari, fin dai tempi di Il conformista di Bertolucci e Profondo rosso di Dario Argento) quando Pauline era piccina, e dev’essere quel misterioso qualcosa che la spinge a seguire, peggio di una stalker, una delle mamme del suddetto gruppo di autoaiuto-autocoscinza di nome Emma. È che Emma è depressa, depressissima per quel bambino che piange sempre e le succhia l’esistenza e le impedisce di far la vita di prima, di quand’era attrice-ballerina in un gruppo di nostrano teatro danza alla Pina (Bausch, ma gli aficionados si sa l’han sempre chiamata Pina e basta). Il finale è telefonatissimo, già intuito e indovinato un quaranta minuti prima almeno. C’è un Trauma Originario Infantile che viene rievocato e spiegato come in un Freud-movie hollywoodiano anni Quaranta e Cinquanta, tra Io ti salverò, Lo specchio scuro e Improvvisamente l’estate scorsa, solo che qui la scena primaria vien ricostruita con l’animazione (ed è una delle idee migliori del film, va detto). Fatte salve le ottime intenzione, purtroppo Tutto parla di te è ben poca cosa. Di buono c’è l’ibridazione, assai contemporanea e in linea con molti film di nuova generazione (penso a L’estate di Giacomo di Comodin), di doc e fiction, per il resto il film di Alina Marazzi è tenue fino all’inconsistenza, depotenziando nel sentimentale e nello psicologismo spicciolo la forza devastante del tema affrontato. C’è poi Charlotte Rampling, in un non ruolo che la sacrifica parecchio, anche se qua e là i suoi occhi lanciano sguardi affilati come rasoi e lasciano intravedere, loro sì, un mondo di ombre e tenebra. Ma purtroppo non bastano i Charlotte Rampling’s Eyes a salvare il film.

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3 risposte a Recensione. TUTTO PARLA DI TE: il lato oscuro della maternità. Ma non basta un tema importante a fare un buon film

  1. sonia scrive:

    wow!
    grande recensione! perfettamente daccordo con te, un film inguardabile! e poi questa storia della mamme depresse è super borghese.. che palle! ma perchè invece tutti ne parlano bene di questo film? questa è l’unica recensione “vera” che ho trovato. complimenti

    • luigilocatelli scrive:

      perché ne parlino tutti bene non saprei, francamente non riesco a capirlo. Che il fim non sia granchè lo si vede a occhio nudo, oltretutto all’anteprima stampa qui a Milano non ho colto entusiasmi tra i giornalisti. Non sono d’accordo quando scrivi che la storia delle mamme depresse è cosa borghese, penso invece sia una faccenda maledettamente vera e seria, è come la affronta il film (soprattutto il linguaggio) a non convincere.

  2. Pingback: Film stasera in tv: UN’ORA SOLA TI VORREI (ven. 19 dic. 2014, tv in chiaro) | Nuovo Cinema Locatelli

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