Cannes, i film in concorso: un commento (troppa Francia, molta America, poca Italia)

Only God Forgives

Only God Forgives

The Immigrant

The Immigrant

Behind the Candelabra

Behind the Candelabra

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Svelato a mezzogiorno uno dei misteri più gloriosi dell’anno cinematografico, vale a dire il programma di Cannes, non resta a questo punto che commentare: cominciando da quel che balza subito all’occhio, la preponderante presenza francese.
(Intanto, sotto ritrovate la lista dei film comunicata in conferenza dalla ormai collaudata coppia formata da Thierry Fremaux, delegato generale del festival, e dal presidente Gilles Jacob, con tanto di fuori programma, proiezioni speciali e vari eventi. Anche se poi il sugo è fornito dalla ‘Compétion’ e, in subordine, da ‘Un Certain Regard’. Occhio, i film indicati con la dicitura 1er concorrono per la Caméra d’or, premio assegnato a un’opera d’esordio presentata in questa o altre sezioni). Via con il commento, allora.

1) Meno film, per fortuna. L’anno scorso in competizione ce n’erano 22, quest’anno si è scesi alla più ragionevole quota di 19, allineandosi alla cura snellente già applicata a Locarno e Venezia.
2) Troppa Francia. Il dato è clamoroso: se ho contato bene, sono sette i film di produzione francese (Bruni-Tedeschi, Despaillières, Haroun, Polanski, Ozon, Kechiche e Farhadi: lui è iraniano, ma il suo Le Passé è totalmente made in France). In più c’è in concorso un altro regista francese, francesissimo a tutti gli effetti, Arnaud Desplechin, anche se il suo film Jimmy P. è in inglese e porta, stando alle note di produzione, il marchio USA. Ecco, facciamo otto, che su un totale di 19 è quasi la metà. Francamente, e con tutto il rispetto per gli ottimi nomi in lizza, mi pare troppo. Pur vero che ormai, in tempi di coproduzioni globali con apporti finanziari e ideativi da ogni parte del mondo, risulta sempre più difficile attribuire un colore nazionale a un film, ma qui l’egemonia francese mi pare incontestabile.
3) Italia: un film e mezzo (Sorrentino e un po’ di Valeria Bruni-Tedeschi). Siamo in competizione con La grande bellezza di Paolo Sorrentino, il cui trailer lascia pensare a una sorta di Dolce vita ai tempi e alle corruzioni e degradi di oggi. Per mezzo film mi riferisco a Un castello in Italia di Valeria Bruni-Tedeschi in quanto lei, parigina integrale, è pur sempre nata in Italia e ancora parla la nostra lingua e, credo, si senta un po’ italiana. Dunque l’arruoliamo a metà nella nostra rappresentativa.
4) Sì, c’è Valeria Golino, però a Un Certain Regard. Nella seconda sezione per importanza del festival, dopo la ‘Compétition’, è riuscita a entrare Valeria Golino con il suo primo film da regista Miele, su un tema tosto come il fine-vita. Se vogliamo essere precisi, è dunque improprio titolare, come molti hanno fatto, “Sorrentino e Golino a Cannes”, lasciando intendere che tutti e due siano, affiancati, nel concorso principale: non è così.
5) Ma perché ci vanno sempre i soliti italiani? Mi sa che il festival numero uno al mondo è come un club assai esclusivo: fai fatica a entrarci, ma una volta che ci sei dentro non ti sbatte fuori più nessuno e resti tra gli eletti. Anche noi italiani abbiamo i nostri habitué del club, registi che, qualunque film girino, vengono beati loro regolarmente invitati. Il primo, ovvio, è Nanni Moretti (che l’anno scorso non presentava film, però presiedeva la giuria), poi ci sono Paolo Sorrentino, Matteo Garrone e Daniele Luchetti. Mica si discutono i loro meriti, la qualità del loro lavoro, né tantomeno la legittimità della loro presenza a Cannes, però, sant’Iddio, non sarebbe il caso di allargare il cerchio fino a includere qualche altro nostro nome? Sì, lo so che il cinema italiano oggi è quello che è, ma insomma non sarebbe male vedere Cannes puntare su qualche nome meno consacrato. A la prochaine fois. Intanto stavolta tocca a Sorrentino.
6) Molta America, un po’ di Asia, niente Est Europa. Se la Francia è presenza egemone, anzi schiacciante, nemmeno l’America scherza. Eccola infatti con i Coen, James Gray, Alexander Payne, Soderbergh. Dunque, facciamo i conti, Stati Uniti e Francia mettono insieme dodici film su diciotto, e credo che non occorrano ulteriori commenti. Il molto atteso film del danese (ma basato in America) Nicolas Winding Refn, Only God Forgives, risulta una coproduzione tra Francia e Danimarca. Non ci sono film russi, niente dalla Romania (che pure ha appena vinto a Berlino), niente da Germania e Gran Bretagna, niente da Israele, oggi uno dei più interessanti laboratori cinematografici. Niente dalla Grecia, che ha espresso negli ultimi anni alcune delle cose più interessanti e conturbanti viste al cinema. Dall’Asia un film cinese e due giapponesi, in fondo non così tanti. Una geopolitica che mi pare sbilanciata (ma si potrebbe rovesciare tutto e parlare invece, altrettanto legittimamente, di una geopolitica incerta, con film apolidi, esuli, globalizzati, senza bandiera o con troppe bandiere).
7) I venerati maestri e i quasi maestri: Polanski, Coen, Miike. I festival si assomigliano tutti, basandosi in fondo sullo stesso format. Si tratta di mettere insieme un accorto mix di nomi consolidati, già classici, da enciclopedia del cinema, con altri in attesa della definitiva consacrazione, più qualche rampante e un pugno di outsider che potrebbero far gridare alla scoperta e al miracolo. Il nome più illustre in concorso è fuor di dubbio quello di Roman Polanski, con la trasposizione molto libera e molto mediata da un play inglese (trasposizione un po’ tardiva, direi dal profumo troppo anni Settanta) di Venere in pelliccia di Sacher Masoch. Vediamo se farà meglio dei suoi ultimi, deludentissimi L’uomo nell’ombra e Carnage. Gli sfrenatamente eclettici Coen, già palmadorati una vita fa per Mister Hula Hoop, si ripresentano con il loro biopic assai filologico su un folksinger primi anni ’60. Maestro consolidato è pure il giapponese Takashi Miike, adorato dai cinefili delle webzine e però mai riconosciuto davvero a un festival di peso.
8) I quarantenni (e qualcosa) in attesa della consacrazione. Sarebbe il caso che finalmente si desse un riconoscimento a uno come Ozon che da una vita è tra i migliori in circolazione e non sbaglia un colpo (vedi anche il nuovo, bellissimo Nella casa), e inesorabilmente ignorato finora dai vari palmarès. Lo stesso dicasi per Arnaud Desplechin, autore di film come I re e la regina e il meraviglioso Un racconto di Natale. Kéchiche, quello per capirci di Cous-cous e Venere nera, scalpita da tempo perhé i festival gli diano quel che merita, e vediamo se questa volta è arrivato il suo turno. Altro grande non ancora del tutto consacrato è l’americano James Gray: ha girato film assoluti (Little Odessa, Two Lovers, I padroni della notte), peccato che ai festival qualcuno abbia sempre storto il naso. Pure lui in rampa di lancio per la Palma, ci mancherebbe. E ancora, il nostro Paolo Sorrentino, l’americano Alexander Payne (grandissimo sceneggiatore, buon regista), il cinese Jia Zhangke, che qualche anno fa con Still Life vinse a sorpresa a Venezia.
9) Sorvegliati speciali: Refn e l’iraniano Farhadi. Il primo viene dal trionfo planetario di Drive, lanciato e premiato proprio a Cannes due anni fa, e adesso è atteso da legioni di jeunes critiques con il nuovo Only God Forgives (ancora con il suo attore-feticcio Ryan Gosling e una Kristin Scott Thomas ultrapop come non l’avete mai vista). È, il suo, il film più commentato e pregustato, quello dal passaparola più intenso. Immagino già le file a Cannes. Asghar Farhadi è invece quel signore che con Una separazione si è portato via – meritatamente – tra 2011 e 2012 due Oscar, l’Orso d’oro a Berlino e innumerevoli premi in varie parti del mondo. Ora, dal suo semiesilio lontano da Teheran, manda al festival Le passé, un’altra storia di separazione, stavolta di iraniani a Parigi, con le star francesi Bérénice Bejo e Tahar Rahim. Farhadi è uno strepitoso sceneggiatore, vediamo se manterrà quanto ha mostrato nel precedente film. Tra i favoriti.
10) Soderbergh, ma non dovevamo vederci più? Aveva detto a Berlino che Effetti collaterali sarebbe stato il suo ultimo film, poi basta, si sarebbe dedicato ad altri progetti. Invece riecco l’infaticabile Steven Soderbergh in concorso a Cannes (dove fu lanciato con la Palma a Sesso, bugie e videotape) con Behind the Candelabra, biopic che si annuncia golosissimo sul pianista Liberace, icona gay dei tempi pre-liberazionisti, un personaggio davvero enorme (lo interpreta Michael Douglas). Certo, si dirà che questo non è un vero film, ma una produzione televisiva HBO, e dunque il proposito di Soderbergh non è stato infranto. Scusate, ma a me pare lievemente contraddittorio annunciare a un festival (Berlinale) ‘questo è il mio ultimo film’ e poi tornare al successivo (Cannes) con uno nuovo, televisivo o no poco importa
11) Possibili sorprese. I nomi in concorso sono quasi tutti ampiamente conosciuti. Se proprio vogliamo trovare degli outsider, e si fa fatica, identifichiamoli nell’olandese Alex Van Warmerdam, nel giapponese Hirozaku (quello del cultissimo After Life), nel messicano Amat Escalante, nella italo-francese Valeria Bruni Tedeschi. Questo Cannes li potrebbe mandare definitivamente in orbita.
12) Ma perché Sofia Coppola e Claire Denis a Un Certain Regard? Ci sono cose ai festival, a tutti i festival, che si stenta a capire. Scusate, Sofia Coppola, che non piace a tutti ma insomma è una che bene o male ha vinto un Leone d’oro a Venezia con Somewhere, è stata messa in seconda serie: il suo The Bling Ring anzichè in concorso è finito a Un Certain Regard ed è, in my opinion, uno dei misteri veri di questo Cannes. Lo stesso vale per Claire Denis, forse la maggior cineasta francese. Ma perché con il suo Les salauds non è in competizione? Qualcuno ce lo spiegasse, per favore. Compagni di sezione di Sofia Coppola e della Denis son pure il filippino Lav Diaz (l’ultimo suo film, avvistato a Venezia 2011, durava sei ore: questo solo 4) e l’ormai incontenibile James Franco, immancabile a ogni festival come attore o come regista o come entrambe le cose, qui registattore con un film tratto da Faulkner.

In competizione
Film d’apertura
Baz LUHRMANN:   Il GRANDE GATSBY (Fuori concorso)

Valeria BRUNI-TEDESCHI:   UN CHÂTEAU EN ITALIE
Ethan COEN, Joel COEN:   INSIDE LLEWYN DAVIS
Arnaud des PALLIÈRES:   MICHAEL KOHLHAAS
Arnaud DESPLECHIN:   JIMMY P. (PSYCHOTHERAPY OF A PLAINS INDIAN)    2
Amat ESCALANTE:   HELI
Asghar FARHADI:   LE PASSÉ
James GRAY:   THE IMMIGRANT
Mahamat-Saleh HAROUN:   GRIGRIS
JIA Zhangke:   TIAN ZHU DING
(A TOUCH OF SIN)
KORE-EDA Hirokazu:   SOSHITE CHICHI NI NARU
(LIKE FATHER, LIKE SON)
Abdellatif KECHICHE:   LA VIE D’ADЀLE
Takashi MIIKE:   WARA NO TATE
(SHIELD OF STRAW)
François OZON:   JEUNE ET JOLIE
Alexander PAYNE:   NEBRASKA
Roman POLANSKI:   LA VÉNUS À LA FOURRURE
Steven SODERBERGH:   BEHIND THE CANDELABRA
(MA VIE AVEC LIBERACE)
Paolo SORRENTINO:   LA GRANDE BELLEZZA
Alex VAN WARMERDAM:   BORGMAN
Nicolas WINDING REFN:   ONLY GOD FORGIVES

Film di chiusura
Jérôme SALLE:   ZULU (Fuori concorso)

Un Certain Regard

Film d’apertura:
Sofia COPPOLA:   THE BLING RING
Hany ABU-ASSAD:   OMAR
Adolfo ALIX JR.:   DEATH MARCH
Ryan COOGLER:   FRUITVALE STATION  (1er film
Claire DENIS:   LES SALAUDS
Lav DIAZ:   NORTE, HANGGANAN NG KASAYSAYAN
James FRANCO:   AS I LAY DYING
Valeria  GOLINO: MIELE  (1er film)
Alain GUIRAUDIE :   L’INCONNU DU LAC
Flora LAU:   BENDS (1er film)
Rithy PANH:   L’IMAGE MANQUANTE
Diego QUEMADA-DIEZ:   LA JAULA DE ORO (1er film)
(LA CAGE DORÉE)
Mohammad RASOULOF:   ANONYMOUS
Chloé  ROBICHAUD:   SARAH PRÉFÈRE LA COURSE
(1er film)
Rebecca ZLOTOWSKI:   GRAND CENTRAL

Fuori concorso
J.C CHANDOR:    ALL IS LOST
Guillaume CANET:   BLOOD TIES

Proiezioni di mezzanotte
Amit KUMAR:   MONSOON SHOOTOUT (1er film)
Johnnie TO:   BLIND DETECTIVE

Omaggio a Jerry Lewis
Daniel NOAH:   MAX ROSE

Proiezioni speciali
Stephen FREARS:   MUHAMMAD ALI’S GREATEST FIGHT    1h37
Roberto MINERVINI:   STOP THE POUNDING HEART    1h38
Roman POLANSKI:   WEEK END OF A CHAMPION    1h20
James TOBACK:   SEDUCED AND ABANDONED    1h35
Cinéfondation: Taisia IGUMENTSEVA:   OTDAT KONCI (1er film)  (BITE THE DUST)

Proiezione di Gala in onore dell’India
Anurag KASHYAP, Dibakar BANERJEE, Zoya AKHTAR, Karan JOHAR:   BOMBAY TALKIES

 

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