Recensione. IL MINISTRO è un ottimo film sulla politica: non becero, non antipolitico, non populista. Da non perdere

"L'EXERCICE DE L'ETAT" UN FILM DE PIERRE SCHOELLERIl ministro – L’esercizio dello Stato, un film di Pierre Schoeller. Con Olivier Gourmet, Michel Blanc, Zabou Breitman, Laurent Stocker, Sylvain Deblé.19796505
Miracolo: un film (francese) che tratta di politica, politici, esercizio del potere senza cadere nel becerume e assecondare le peggiori pulsioni anticasta. Ritratto di un ministro alle prese con problemi pubblici e privati, un racconto di trame e lotte di palazzo appassionante come un thriller e rigoroso come un trattato antropologico. Uno dei migliori film di questi ultimi mesi. Voto tra il 7 e l’819716622
Arriva con due anni di ritardo – lo presentarono a Cannes 2011 a Un certain regard – questo notevole film francese che finalmente tratta di politica, mette in scena la politica e i suoi giochi, astenenendosi da ogni becero furore anticasta, populista, antipolitico. Un miracolo, di questi tempi orrendi di tribuni e demagoghi, di guitti e vari scarti della società-spettacolo che danno la scalata al potere pubblico e a istituzioni un tempo degne, e, specularmente, di opinioni pubbliche invelenite e inacidite a caccia perenne di capri espiatori. Il sottotitolo L’esercizio dello stato, che poi è il titolo originale, spiega piuttosto bene quel che il film vuole e riesce a essere, una sorta di distaccato trattato – travestito e svolto in forma di narrazione – sui giochi odierni di palazzo tra Guicciardini, Machiavelli e magari Carl Schmitt, e anche di saggio antropologico ed etologico sulla lotta per la supremazia e le sanguinose guerre per bande nei corridoi che contano. Siamo in Francia, nel paese più statolatrico che ci sia, ancora orgoglioso di sè quale primo, archetipico e quintessenziale stato-nazione, e il film, per quanto disincantato e critico e per niente indulgente, lascia intravedere un rispetto per i riti, i codici, le procedure e le forme del potere che in Italia è semplicemente impensabile. Noi al cinema abbiamo robaccia come Benvenuto presidente! o Viva l’Italia, in Francia si producono cose come questo Il ministro o La cuoca del presidente, visto un paio di mesi fa e pure quello assai civile nel ritrarre i potenti e per niente ammorbato dal germe dell’antipolitica. Guardare e imparare, anche se poi, da italiani, non possiamo di sicuro inventarci (al cinema e non solo) da un giorno all’altro un senso dello stato e delle istituzioni che non ci appartiene, e però sì, un po’ migliorare possiamo, e dobbiamo.
Siamo nelle segrete stanze del governo francese, un governo di centrodestra alla Sarkozy, anche se il primo ministro non gli somiglia troppo. In particolare, il film va a visitare il ministero dei trasporti: titolare del dicastero è Bertrand Saint-Jean, un omone con le palle dal piglio sanguigno, uno che si è fatto le ossa sui marciapiedi sporchi della vita vera e non nelle scuole elitarie per burocrati e tecnocrati quali l’Ena. È lui il protagonista della nostra storia. Lo vediamo nella sua trama di relazioni con i collaboratori e i familiari (e mica per niente il film comincia con un suo incubo, quasi una dichiarazione programmatica di quel che Il ministro intende essere, un ritratto privato e pubblico, giacchè – come diceva un vecchio slogan post sessantottino – il personale è politico, e viceversa), e lo vediamo nell’esercizio delle sue funzioni. C’è qualcosa di molto grosso in ballo, la privatizzazione delle stazioni ferroviarie, un progetto cui il nostro Saint-Jean è contrario, e non esita a dichiararlo in un’intervista. Ma se la deve vedere con l’ultraliberista ministro delle finanze, che quella privatizzazione la sostiene e la vuole a ogni costo. Questo è lo scenario diciamo così visibile e immediatamente politico in cui si muove il protagonista, l’asse narrativo primo e più importante, sul quale poi si innestano trame periferiche e sottotrame e personaggi vari e collaterali, fino a comporre un quadro complesso e stratificato e per niente unidimensionale di una vita a Palazzo. C’è un drammatico incidente che coinvolge un autobus scolastico, c’è la relazione che si instaura tra il ministro e il suo chauffeur, un proletario taciturno e leale, che è forse la parte meno prevedibile e più interessante, e che consente al regista Schoeller di mettere in scena la collisione tra popolo e chi lo rappresenta senza scadere nel populismo. C’è, soprattutto, il legame tra Saint-Jean e Gilles, il suo collaboratore più fidato e prezioso, il gran burocrate a conoscenza di ogni meccanismo del potere e ogni leva segreta, il perfetto servitore dello stato, il tessitore indispensabile e discreto delle trame più difficili. Incredibile, Il ministro riesce a rendere bella, presentabile, narrativamente appetibile la politica senza scadere nel berciare plebeo, e questo se permettete è un gran risultato. Non mancano le critiche all’esercizio dello stato, e come potrebbe essere diversamente. Anche qui, come in molti altri film o romanzi sul potere oggi, si mette impietosamente il dito in una delle piaghe della politica odierna occidentale, l’ossessione per il consenso, il terrore di pedere qualche punto nei sondaggi e di cadere nell’impopolarità. La società-spettacolo ha contaminato e investito anche il sistema del potere e del governo, e ogni azione, ogni decisione, anche lì viene misurata con l’applausometro, e tutto è sopportabile, ma non che la recita incappi in qualche fischio e buuh. I sondaggi, cosa dicono i sondaggi? è la prima domanda che ogni politico si fa non appena apre gli occhi la mattina, e questo francamente è orrendo e dà la misura esatta del degrado, e di come sia debole e pavida la politica oggi di fronte ai capricci e agli umori e malumori della cosiddetta opinione poubblica (quella che in altri tempi veniva chiamata popolo, e ancora prima plebe o, dispregiativamente, plebaglia). Il ministro non è indulgente verso chi il potere ce l’ha e lo esercita ma anche, specularmente, verso il cupo rancore che spesso agita chi quel potere lo subisce. Bertrand Saint-Jean compie un piccolo, stupido abuso – intima al suo chauffeur di imboccare un tratto di autostrada non ancora aperto anche se già percorribile – che rischierà di costargli tutto, la vita, la carriera, la famiglia. Chiusura in una piccola chiesa, con canti tradizionali sardi che risuonano, lì nella Francia profonda, come un arcano messaggio mandato da un mondo ancestrale e possente in questa corrotta, lacera, prostrata ipermodernità d’Occidente, ed è un gran momento di cinema. Se Il ministro ha un limite, è nella sua indecisione narrativa, nel suo non osare un racconto davvero forte e coinvolgente, forse nel timore di cadere e scadere nel romanzesco e di sacrificare il proprio rigore descrittivo e quasi fenomenologico. Bertrand Saint-Jean è Olivier Gourmet, l’attore belga indimenticato protagonista dei dardenniani La promessa e Il figlio, e non per niente proprio i Dardenne figurano tra i produttori. Ma il migliore è Michel Blanc, che riesce a farci amare il suo Gilles, l’apparentemente incolore e modesto servitore dello stato, uno che con la sua sola esistenza ci fa capire come il potere non sia sempre e necessariamente demoniaco. Pierre Schoeller, che si era rivelato a metà degli anni Duemila con Versailles, conferma con questo film di essere un regista da tenere d’occhio, uno che potrebbe salire molto in freetta ai vertici. A la prochaine fois, al prossimo film.

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