Recensione. RAZZABASTARDA: Alessandro Gassman regista sorprende (anche se non convince)

_MG_0268 3RazzaBastarda, un film di Alessandro Gassman. Con Alessandro Gassman, Giovanni Anzaldo, Manrico Gammarota, Sergio Meogrossi, Michele Placido, Matteo Taranto, Madalina Ghinea, Nadia Rinaldi._MG_0537 2
Un film che purtroppo nessuno sta andando a vedere: peccato, vale il biglietto. Film sballato, non risolto, eppure generosissimo. Alessandro Gassman – regista e attore – mette in scena una storia che ricorda Mamma Roma di Pasolini, solo che stavolta è un padre, immigrato romeno, a lottare belluinamente per salvare il proprio figlio dal degrado. Tutto è immerso nel buio, in un bianco e nero che è soprattutto nero: nero-pece, nero-catrame. Toni urlati, macellerie e crudezze assai pulp. Il problema è che, nonostante gli sforzi di Gassman, questo è e resta inesorabilmente teatro filmato. Voto 6+_MG_1739
Sabato 20 aprile alla proiezione di RazzaBastarda all’Odeon The Space di Milano – sala 9 – eravamo in tre. Ripeto: in tre. Eppure pioveva, clima favorevole all’affluenza al cinema. Roba da stringere il cuore. Ed ecco, dal sito ScreenWeek, gli incassi italiani nell’intero weekend del film di (e con) Alessandro Gassman: la povera cifra di 24mila euro raccolti in 75 schermi, con una media spaventosamente bassa di 330 euro, la peggiore dell’intera classifica. Non sarà un capolavoro, RazzaBastarda, ma un simile disastro non se lo merita, anche perché a fronte della media qualitativa del cinema italiano svetta per coraggio e perfino ambizioni autoriali. Film bislacco, trucido anzi truculento, di un pulp romanesco greve e di massima sgradevolezza, che vuol essere “un pugno nello stomaco” ma rischia di restare intrappolato nei propri eccessi e nel proprio urlo, e comunque mai ruffiano e compiacente verso il (declinante quantitativamente) pubblico italiano delle sale cinematografiche. Film, anche, con una storia strana e contorta alle spalle. Trattasi difatti della trasposizione in cinema del play Roman e il suo cucciolo già portato in teatro da Alessandro Gassman, a sua volta adattamento italiano, anzi alle periferie e ai lumpenproletariati laziali, di quel Cuba and his teddy bear recitato on stage a New York da Robert DeNiro nel remoto 1986 e scritto dal giovane drammaturgo di origine portoricano-cubana Reinaldo Povod: il quale sarebbe morto, per tubercolosi, di lì a qualche anno. Un altro dei geni maledetti e sregolati e bruciati andati via troppo presto in quel periodo tra Ottanta e Novanta, come Basquiat, come Keith Haring. Vi si raccontava, in Cuba and his teddy bear, di un padre portoricano che, pur nel degrado della sua condizione, lottava per tenere il figlio adolescente al riparo dai disastri e assicurargli una vita decente. Qui, in RazzaBastarda, la storia si sposta in una baraccopoli ai margini di Latina dove vive e lavora Roman, immigrato dalla Romania quando ancora c’era Ceausescu, con una piccola autofficina, in realtà spacciatore da sempre di coca. Ma la sua vita è “Cucciolo”, il figlio Nicu, neanche diciotto anni, la luce dei suoi occhi, nato in Italia, studente, su cui Roman punta per un riscatto sociale sempre sognato e mai raggiunto. Farà di tutto per preservarlo da una possibile deriva criminale, ma rischierà di perdere tutto: se stesso, la propria vita, e Nicu. Sarà proprio Nicu con una iniziativa balorda che sa molto di rivolta edipica a innescare la deflagrazione finale. Ricorda qualcosa? Sì, ricorda – clamorosamente – Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini, con la differenza che lì c’era una madre, non un padre, a combattere come una belva contro tutto e tutti per il proprio figlio pischello e tenerlo fuori dal gorgo. Ma il resto ci assomiglia in modo impressionante. Ad accentuare il pasolinismo del film c’è lo sfondo lumpen-borgataro alla Accattone, e la stessa fisiognomica dell’attore che interpreta Nicu, Giovanni Anzaldo, quello che Pasolini avrebbe definito un “riccetto”. Non c’è traccia però delle austere messinscene del primo PPP regista, qui tutto è sovraccarico, gridato, ogni miseria morale e materiale (la baracca, lo spaccio di cocaina ed eroina all’ingrosso e al dettaglio, la prostituzione romena e africana, il racket, i bordelli nelle lande desolate) esibita e spettacolarizzata, in un furioso processo di mimesi, di più vero del vero, che finisce con l’essere alquanto malsano e allarmante. Ogni distanza tra rappresentazione e materia rappresentata viene annullata, in un ipernaturalismo che vorrebbe restituire la realtà, nient’altro che la realtà, nella sua crudezza, e che rischia invece di abbassarsi al suo livello, di farsi melma nella melma. Però va riconosciuto ad Alessandro Gassman, che è un protagonista belluino e di dominante fisicità, di tentare da regista strade per niente ovvie. Di voler essere un autore e, in parte, di riuscirci. Immerge il film in un bianco e nero che è più nero che bianco, in un’oscurità limacciosa, nero-pece, nero-catrame, nero-petrolio (altro rimando a Pasolini?), dove lo spettatore viene inghiottito fino a distinguere a malapena i personaggi che si agitano sullo schermo (l’agitazione, l’ipercinesi è una delle cifre di questo film). I rari momenti a colori sono visioni, deliri, oscure e sanguinolente scene di riti zingari (il protagonista Roman è per metà rom) di un cristianesimo pagano e perfino quasi voodoo. Gassman costruisce spesso immagini potenti che non si dimenticano, sa alternare la truculenza – compresto un buco di eroina in diretta – a pause visive, sospensioni fatte di nuvole che corrono in cielo o paesaggi inquietanti di moderne non-architetture di metafisica selvaggeria. Siamo in un’umanità ai confini del bestiale, dominata dagli istinti e dalle pulsioni primarie, con imprevisti squarci però su altri mondi e altre possibili dimensioni (il personaggio del Talebano, con le sue citazioni di Sartre e Thomas Bernhard). Signori, Alessandro Gassman è un regista vero e in questo film, sballato eppure generosissimo, lo conferma. Gli manca il ritmo, segue troppo l’andamento del testo teatrale senza rivederene il tempo interno e adeguarlo al cinema, si condanna insomma troppo spesso alla maledizione del teatro filmato: che è il limite maggiore di RazzaBastarda, insieme all’imbarazzo che ogni tanto ci fa provare con attori italiani, italianissimi, che fanno i romeni con un accento romeno non so quanto reale e quanto immaginario, e che suona falso e parodistico. Forse questo a teatro funziona molto bene, al cinema rivela tutta la sua artificiosità (e mi viene in mente il Tennesseee Wiliams di Un tram che si chiama desiderio recentemente riportato in scena da Antonio Latella, dove Vinicio Marchioni recita con un accento slavo che non infastidisce per niente, anzi). E gli immigrati dall’est vengono visti attraverso troppi cliché per essere attendibili fino in fondo, anche la parte immaginifico-visionaria sui riti zingari mi pare assaiu poco verosimile (attendo conferme o smentite da chi della cultura rom e sinti sa più di me). Compare in un ruolo collaterale, quello di un losco avvocato, Michele Placido, che di questo cinema neo-lumpen e italo-pulp è stato uno dei padri con il suo grandissimo Romanzo criminale.Schermata 2013-04-23 a 16.17.44

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