Film stasera sulle tv gratuite: EL ALAMEIN (introduce Paolo Mieli) – mercoledì 24 aprile 2013

El Alamein – La linea del fuoco, Iris, ore 21,04. Nel ciclo ‘Se questo è un uomo’ introdottoi e commentato da Paolo Mieli.
el_alameinAndré Anciman, nel suo meraviglioso memoir Ultima notte ad Alessandria (Guanda editore), rievoca la paura della sua famiglia ebraica – e dell’intera comunità israelita alessandrina – che le truppe tedesche e italiane, in avanzata lungo le linee nordafricane, arrivassero nell’autunno del 1942 in città. E che, una volta conquistata Alessandria e l’intero Egitto, i tedeschi procedessero anche lì alla pulizia etnica mandando nei campi gli ebrei come peraltro avevano già incominciato a fare in Tunisia. Tedeschi e italiani non arrivarono mai a conquistare l’Egitto, benché Mussolini già fosse pronto a partire per una cavalcata trionfale tra le Piramidi con tanto di cavallo bianco. Invece gli inglesi fermarono a soli 70 chilometri da Alessandria, a El Alamein (le due bandiere, in arabo), l’Afrika Korps di Rommel e gli alleati italiani. Sanguinosa battaglia, in cui perirono migliaia di nostri connazionali, che si batterono con onore fino all’ultimo, nonostante gli scarsi mezzi su cui potevano contare. Una nostra sconfitta, una sconfitta italiana, ma se non si fosse perso, cosa ne sarebbe stato degli ebrei di Alessandria e dell’intero Egitto e poi della Terrasanta e poi della Siria? E anche dei non ebrei?
El Alamein è nome denso di risonanze emotive, patriottiche, storiche, non sempre concordanti, anzi il più delle volte discordanti e dissonanti. Come per molti eventi della partecipazione italiana alla seconda guerra mondiale su El Alamein è calato a lungo il silenzio, la rimozione. Liquidata, quella battaglia, come cosa di fascisti, dunque disdicevole, da cancellare, come se il fascismo non ci appartenesse, non ci fosse appartenuto. Come se non fosse stato, per dirla con una formula celebre e pure abusata, autobiografia della nazione, come se non fosse venuto dalle viscere di questo paese. Poi, tra anni Ottanta e Novanta, si è ricominciato a guardare a El Alamein con un occhio meno ideologico, vedendo in quello scontro e in quella carneficina anche un fatto profondamente nostro, una tragedia italiana, di morti e vittime e sangue italiani. Sono stati, tre anni fa, ad El Alamein, durante un soggiorno ad Alessandria, ed è stata un visita che non ho dimenticato. Ti inoltri in una landa desolata e semidesertica che porta verso il Mediterraneo, e man mano ti avvicini all’enorme mausoleo progettato da Caccia Dominioni in memoria dei nostri soldati caduti nella battaglia. Tutto in marmo bianco, davvero abbagliante nel sole d’Egitto, una torre che si alza sopra un edificio razionalista che si stende tra la sabbia e i sassi. All’interno, un solitario guardiano arabo custodisce i nomi di tutti i caduti, ritrovati o dispersi, incisi sulle pareti, e davvero ti si stringe il cuore a pensare a tutti quei ragazzi finiti lì e morti. Non ti chiedi se fossero dalla parte giusta o sbagliata (erano da quella sbagliata, comunque), pensi solo a loro, ai Giuseppe, i Mario, gli Ernesto, i Giovanni che stanno lì con i loro nomi sul marmo.
Questo film, El Alamein – La linea del fuoco, arriva molto tardi, nel 2002, solo quando il tabù sulla battaglia e sui suoi morti si stava sgretolando presso l’opinione pubblica (e i media) italiana. Finalmente se ne poteva parlare senza passare per fascisti. Si incarica della difficile impresa Enzo Monteleone, già sceneggiatore per Salvatores e il suo Mediterraneo, che qui scrive il copione e si mette anche alla macchina da presa. La Grande Storia vista attraverso la storia di un fante, il soldato Serra, che si arruola volontario sull’onda della propaganda bellica, e si ritrova in Nordafrica insieme agli altri del corpo di spedizione italiano, gente male equipaggiata e costretta a muoversi in condizione climatiche difficili. La vicenda di Serra si intreccia a quella di vari commilitoni, tra patriottismi e dubbi e disincanti che incominciano a farsi strada. La vita di trincea, le morti stupide e casuali, la solidarietà, e poi la battaglia, la carneficina. Monteleone prudentemente si tiene al di qua di ogni discorso politico, ideologico, perfino storiografico. Mette in scena un coro di ragazzi travolti da eventi più grandi di loro, ne registra le voci, si limita alla commedia e alla tragedia umana. Spira una cert’aria di giovanilismo, la stessa del Mediterraneo di Salvatores, dove l’escapismo, perfino la goliardia prevalevano sull’appartenza militare, sull’essere in guerra e pedine volenti o nolenti della Storia. Il guaio è che la generazione dei Salvatores e dei Monteleone, che è quella sessantottina e degli immediati anni seguenti, non ha sensibilità per i fatti bellici, per la drammaticità della storia, ne rifugge quasi istintivamente. Non è in grado di rappresentare la guerra perché l’ha espunta dai propri orizzonti ideologici e mentali. Questa incapacità a pensare la guerra finisce con l’influenzare pesantemente il film e renderlo inadeguato. I cineasti venuti prima, i Monicelli, gli Zampa, i Comencini, che la guerra l’avevano davvero conosciuta, la sapevano anche mettere in scena. Ma i Monteleone-Salvatores no, non ce la fanno, se non derubricandola e depotenziandola a pretesto di commedia generazionale. Un grande film su El Alamein è ancora da fare.

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