Recensione. IRON MAN 3 la butta sull’ironia (anche troppo). E il vero effetto speciale è Robert Downey Jr.

"Iron Man 3 (in 3D), regia di Shane Black. Con Robert Downey Jr., Gwyneth Paltrow, Guy Pearce, Ben Kingsley, Rebecca Hall, Don Cheadle, Jon Favreau."
Con un Robert Downey Jr. ironicamente e autoironicamente scatenato, questo terzo episodio dell’Uomo-armatura vira sempre di più in commedia, e perfino in farsa un filo svaccata. Ci si diverte, certo. Ma l’impressione è che attore e autori non credano più molto nell’operazione e ne prendano le distanze buttandola sul parodistico. Voto 6 e mezzo"
Il vero effetto speciale di questo Iron Man 3 è Robert Downey Jr., il super eroe a più alta densità e qualità interpretativa che si sia mai visto. Basta riguardarsi l’assai godibile The Avengers per rendersi conto che quando Downey as Iron Man scende in campo non ce n’è più per nessuno, tutti gli altri spariscono e si sciolgono, compreso il possente Thor. È che Downey è attore strepitoso, e mica lo scopriamo adesso, ed è geneticamente portato alla commedia. In fondo gli è bastato gonfiarsi i muscoli come il superomismo (cinematografico) attuale comanda per stracciare tutti i rivali del settore. Come pochi altri oggi nel cinema (Clooney per esempio) ha il dono della grazia naturale e dell’autoironia e qui, più che nei due precedenti Iron Man, ce lo fa vedere. Anche troppo. Questa parte terza della saga dell’uomo dalla tecnoarmatura, di spettacolarità ovviamente potenziata dal 3D, è uno strano ibrido, una chimera, qualcosa tra la comedy – sia nella variante sophisticated che in quella screwball – e l’action di ultima generazione, una contaminazione che non s’era mai vista, almeno in questa misura. Anzi, stavolta l’aspetto comedy – determinato dall’ironia massicciamente profusa da Downey – prevale, e non è che la cosa funzioni sempre, anzi. L’impressione in certi momenti è che gli autori, ma soprattutto lui, l’attore-mattatore, non credano più molto all’operazione e cerchino di prenderne le distanze, come a dire siamo qui, in questo film, ma gradiremmo starcene altrove e fare altre cose. Non è così bello, ecco. Si preme tanto sull’acceleratore dell’ironia e dell’autoparodia che a tratti si svacca e si rischia la goliardata, se non fosse per la classe di Downey che impedisce al film di inabissarsi. Alla fine mi son convinto che la collaudata coppia Tony Stark-Pepper, ovvero Downey-Gwyneth Paltrow, altro non sia che la riedizione-reincarnazione dei battibeccanti e adorabili e indimenticabili Nick e Nora di quei lontani film in bianco e nero anni Quaranta con Dick Powell e Myrna Loy. Il dubbio è: ma davvero il pubblico popcorn globale di oggi vuole questo? Non è che l’eccesso di battute autodemolitorie e di clin-d’oeils e di siparietti rischi di far deragliare Iron Man 3 dai binari e dalle implacabili regole linguistiche del genere super eroistico spingendolo verso il garbuglio e il casino? La risposta la daranno gli incassi. Si fa anche un tentativo poco convinto di cavalcare l’onda attuale dell’eroe stanco, vulnerabile e vulnerato, fallato, indebolito, ma pronto poi a rinascere da se stesso più forte e vincente di prima, così come abbiamo visto nei tre Dark Night di Christopher Nolan (e soprattutto nell’ultimo) e in Skyfall. Lo Stark/Iron Man che vediamo all’inizio è soggetto ad attacchi di panico, dopo il trauma subito dall’invasione aliena a New York in The Avengers, si sente infragilito e inadeguato all’ennesima missione impossibile che lo attende. Solo che questa pista narrativa della fragilità viene chissà perché subito abbandonata dagli sceneggiatori e non produce nessun effetto sul racconto, non genera tornanti significativi, restando un’enunciazioe per così dire sterile, celibe, e non è la sola smagliatura di uno script tanto oscillante da essere qua e là perfino sgangherato (vogliamo parlare della figura del vicepresidente degli Stati Uniti di cui non si capisce il ruolo nella storia?). Stavolta il nostro eroe, per quanto stanco, demotivato e paralizzato dal panico, si deve sbattere per sventare un attacco al cuore del potere Usa, cioè al suo presidente (è una mania: succede lo stesso in Attacco al potere e in G.I. Joe la vendetta, sucederà tra poco in White House Down di Ronald Emmerich). Attacco sferrato da un misterioso terrorista globale un po’ Bin Laden e un po’ guru californiano chiamato il Mandarino (Ben Kingsley), naturalmente spietato spietatissimo – ammazza in diretta tv globale un ostaggio con una crudeltà che neanche a Tora Bora – e dal suo alleato, uno scienziato criminale (Guy Pearce) che ha trovato il modo di trasformare gli esseri umani in armi letali. Le spieghe su questi mutanti, anzi mutati, non sono chiarissime e qualche volta i suddetti tizi esplodono qualche volta no, qualche volta si rigenerano qualche volta no, insomma non si capisce molto bene, ma non stiamo a sofisticare troppo, essendo questo Iron Man 3 un giocattolone che ha come solo fine spettacolo e alti incassi, mica la stringente logica narrativa. C’è un buon twist nel racconto, un colpaccio di scena, quando si scopre la verità nient’altro che la verità sul temibile Mandarino, ed è una frecciata alle smanie simulatorie e dissimulatorie della nostra ipertrofica società-spettacolo. Si moltiplicano le tecno-armature fabbricate da Tony Stark/Iron Man, e anche gli inquilini che ci si ficcano dentro, sicchè a un certo punto è grande la confusione e non capiamo più chi sia l’uomo d’acciaio e chi no. Si sobbalza comunque allo spettacolare attacco del Mandarino alla villa di Malibu e allo scontro finale, ed è (quasi) tutto. Per i cinefili c’è pure una citazione ghiottissima, allorché Tony Stark, con addosso un poncho indiano, si trascina nella neve l’armatura vuota, ed è una scena puntigliosamente ricalcata sul Django di Sergio Corbucci e sul suo Franco Nero che si portava dietro nel fango una bara. Neanche Tarantino in Django Unchained aveva omaggiato così esplicitamente il Django originale.

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