Recensione. KIKI – CONSEGNE A DOMICILIO, un vecchio Miyazaki che è, semplicente, un incanto

r1008594_hiresKiki – Consegne a domicilio, un film di Hayao Miyazaki. Durata 102′. Tratto da un racconto di Eiko Kadono, autrice di libri per bambini.r_1008247_hiresr1008704_hires-1
Così la piccola strega Kiki si emancipa dalla famiglia e diventa grande. Arriva solo adesso un film del 1989 del gran maestro Miyazaki, e conviene non perderselo. Kiki non è solo il racconto di formazione di una ragazzina, è lo sguardo incantato di un signore giapponese sulla nostra Europa. Un’Europa desiderata, immaginata, sognata da lontano. Valori antichi (la probità, l’onestà, la frugalità, l’etica del lavoro) e moderni emancipazionismi femminili. Una fiaba pedagogica senza la minima pesantezza, con un imprevedibile finale da disaster-movie. Voto 8 e mezzor1009320_hires-1
Per impenetrabili misteri di distribuzione arriva solo adesso da noi questo Miyazaki del lontano 1989, non considerato tra i suoi film maggiori. Va bene lo stesso. Anzi, vedendolo un quarto di secolo dopo ci appare benissimo invecchiato, solido e immarcescibile come un classico, con un profumo d’epoca che aggiunge ulteriore incanto a un’operina già di suo toccata dalla grazia. Non mi sdilinquisco facilmente di fronte a lavori e capolavori del gran maestro giapponese dell’anime, trovo anche irritante il culto smodato e, come tutti i culti, irrazionale e gregario che lo circonda dalle nostre parti da almeno un quindicennio, da quando fu riscoperto dai maggiori festival europei. Però, dopo una ventina di minuti, mi sono arreso anch’io di fronte a Kiki e a tanta squisitezza ed eleganza di racconto. Questo è un film in cui la grandezza del suo autore è occultata, mimetizzata dietro la semplicità di una fiaba di quieta allegria, con i suoi begli intenti pedagogici come si usava una volta (e ora non più) e però mai musona e malmostosa e saccente. Qualcosa che non è solo una lezione di cinema. Kiki ha tredici anni, l’età in cui le ragazze che come lei son nate streghe devono diventare grandi e intraprendere per così dire la loro professione. Lei è carina, con due genitori adorabili, un gatto nero con cui parla, e sì, resterebbe volentieri a casa, ma il richiamo della sua missione è irresistibile. Lascia mamma e papà e con l’adorato gatto Jiji (che suona come Gigi) vola sulla sua scopa in cerca di una città che le piaccia in cui insediarsi e intraprendere il mestiere di vera strega (strega buona, si intende, qui di magie nere e cattive non c’è traccia). La prima lezione impartita da Miyazaki a noi adulti e soprattutto ai ragazzi è questa: per diventare grandi si deve strappare il cordone ombelical-familiare, bisogna volare, buttarsi. Il bello, e l’incredibile per la nostra cultura d’Occidente e in particolare italica, è che i genitori di Kiki non battono ciglio quando lei decide di lasciarli per il suo anno di iniziazione al lavoro magico, il distacco avviene senza strepiti né lacrime, nella massima naturalezza, accettato come una svolta ineludibile cui sarebbe sciocco, oltre che inutile, opporsi. Volando e rivolando sulla sua scopa, la nostra piccola strega arriva in un città che la conquista con la sua torre dell’orologio, i tetti aguzzi e spioventi, le altane, il mare. Lì si insedia, e subito farà conoscenze e amicizie, mettendo a frutto la sua capacità di volare per un lavoro di consegne a domicilio attraverso cui acquisterà l’indipendenza economica e la sicurezza di sè. Il film è intriso di valori antichi, addirittura più ottocenteschi che novecenteschi. Mi riferisco alla sobrietà dei consumi, alla probità, all’onestà, all’etica del lavoro, alla mancanza di ogni lusso e superfluità in cui vivono i personaggi. Quando Kiki viene ospitata in una soffitta brutta e sporca, subito invasa dall’acqua quando piove, mai che si lamenti, anzi ringrazia la buona panettiera che l’ha accolta tanto generosamente, e quando si dà operosamente da fare nella bottega e con le sue consegne a domicilio mica c’è indignazione per quel lavoro minorile contro cui oggi tutti si scatenerebbero. Ora, lungi da me l’intenzione di elogiare frugalità e indigenza e sfruttamento, però un sano ricordo di come si stava quando si stava peggio non può che far bene a questa esausta, viziata e capricciosa, benchè in crisi, società d’Occidente. Il male da questo film è quasi del tutto espunto, la comunità è unita e solidale e cementata da valori (positivi) condivisi, non ci sono devianze e, non dico scontri, ma nemmeno contrapposizioni e contraddizioni, in una visione organicistica del vivere sociale all’inizio rassicurante e incantevole, ma alla fin fine – bisogna ammettere – abbstanza inquietante. L’inevitabile altra faccia della favole, che anche qui balza fuori, e anche questa è una lezione. Il resto è da guardare per le sottigliezze grafiche, la minuziosità secondo tradizione orientale, la cura dei dettagli. Si resta rapiti soprattutto da come Miyazaki disegna la sua città, una città europea, di un’Europa così come può averla conosciuta e amata da lontana un colto signore giapponese, proiezione fantastica di un sogno, di un desiderio. Città nordica con un che di anseatico, tra Stoccolma-Amburgo-Lubecca (e anche dell’alsaziana e da Miyazaki sempre amata Colmar), per niente mediterranea, con insegne in una lingua immaginaria dove si mescolano francese, inglese, tedesco e, se ho capito bene, perfino qualcosa di svedese e ungaro-finnico. Andamento narrativo non così lineare, con capricciosi sbandamenti e derive verso sottotrame e personaggi collaterali: le due anziane signore e la loro casa, i coetanei benestanti e fighetti, l’amica che abita nel bosco, soprattutto la parte finale con il dirigibile incidentato che sposta incredibilmente il film verso il disaster-movie, con tanto di intervento supoereroistico della nostra piccola strega. E però, al di là di tutto, Kiki resta nel suo nocciolo duro il racconto formazione di una ragazza, con tanto di rito di passaggio, dove, in una cornice di valori antichi, si fa sentire, anche se mai gridati, un’eco emancipazionista e perfino femminista.

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4 risposte a Recensione. KIKI – CONSEGNE A DOMICILIO, un vecchio Miyazaki che è, semplicente, un incanto

  1. aquanive scrive:

    Non trovo il pulsantino per “followare” il blog. 🙁

  2. Magda scrive:

    Incantevole davvero. Una nota in più sulla ragazza pittrice che permette a Kiki di affrontare la crisi della ‘creatività’. E che trova insieme a lei la forza per non sfuggire la propria. E la meraviglia degli sbalzi d’umore di Kiki che incontra la sua adolescenza nel più totale stupore di se stessa e delle sue reazioni. E in questo coinvolge anche noi….
    Bellissimi i titoli di coda – beato chi li comprende – che scorrono sugli epiloghi vari della narrazione. Una vera delizia.

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