Recensione: SUPERSTAR, l’ennesimo (e non necessario) film sui reality e la celebrità per caso

Superstar -L’uomo che non voleva essere famoso è proiettato in questi giorni al cinema Oberdan-Cineteca di Milano. Ripubblico la recensione scritta dopo la sua presentazione alla Mostra di Venezia 2012.20178865

Superstar, regia di Xavier Giannoli. Con Kad Merad, Cécile de France. Francia 2012. Sezione Venezia 69 (Concorso per il Leone d’oro).20178867
Un uomo di colpo scopre di essere famoso, e non sa perché. Tutti lo seguono, lo vogliono, lo fotografano. Ricorda qualcosa? Certo, l’episodio con Benigni dell’ultimo Woody Allen di To Rome with Love. Insomma, un altro film sull’ossessione della celebrità e su quanto son cattivi e potenti i media vecchi e nuovi. Francamente, non se ne può più. Però Superstar qui a Venezia è molto piaciuto ai politicamente correttissimi ed è di quei film che ai festival qualche premio se lo portano sempre a casa. Voto 4 e mezzo20178862
Un film di quelli che piacciono molto a stampa e pubblico e probabilmente anche alle giurie, per via del suo j’accuse al sistema malato dei media e all’ossessione contemporanea della celebrità. A me non è piaciuto per niente, ovvio e moraleggiante com’è, ma poco vuol dire. Anche a Cannes Reality di Matteo Garrone, su tema abbastanza affine – la vita di un uomo qualsiasi stravolta dall’essere o dal voler essere famoso – mi aveva dato fastidio e fatto pure un po’ incazzare, poi si sa com’è finita, che si è preso il Gran premio speciale dala Giuria tra gli osanna dei critici (in gran parte italiani però). Non vorrei che a questo Superstar del francese Xavier Giannoli succedesse qualcosa di simile. Dunque, la storia sembra la dilatazione dell’episodio di Roberto Benigni in To Rome with Love di Woody Allen, il più brutto di un film già non eccelso di suo, quello del tizio che chissà come chissà peerché diventa famoso. Famoso per essere famoso. In questo Superstar di colpo un uomo qualunque, faccia qualunque, lavoro qualunque – l’uomo qualunque, l’everyman insomma – senza apparente motivo (e se c’è non ci viene purtroppo spiegato) si ritrova a essere celebre, fotografato, inseguito (e la scena iniziale di lui in macchina nel tunnel fiancheggiato dai motociclisti richiama l’Alma e la fine di Diana), paparazzato, assediato da telefonini flashanti e richieste fameliche di autografi in metrò, per strada, sottocasa. Poteva mancare la televisione? Certo che no. Anche se la faccenda nasce su Youtube e viene rilanciata dai social network, è poi la più odiata dagli intellettuali engagée, insomma la “cattiva maestra” a entrare in campo e a farla da padrona, usando Martin Karminski, così si chiama il nostro eroe qualunque, a biechi fini di audience. Quel che segue è una parabola così esemplare da sembrare brechtiana, solo che ahimè del genio di Brecht non vi è traccia, e non è nemmeno più tempo di ferrigni sarcasmi e demolizioni ideologiche da repubblica di Weimar. Qui siamo solo nella baluginante e idiota ipermodernità del wahroliano “tutti hanno diritto al loro quarto d’ora di celebrità” (però una volta o l’altra vorrei fare il controllo testuale, magari il buon Andy non ha detto proprio così e lo si tira in ballo a sproposito). Il regista in conferenza stampa post-proiezione pur non dichiarandosi un intellettuale ha tirato in ballo gli studi di Edgar Morin sulla costruzione degli idoli nella società di massa. Mah. A me sembra che questo film galleggi sulla superficie delle cose e del fenomeno concatenando un’ovvietà all’altra. Naturalmente dopo l’apice della popolarità incomincia la discesa, e così come la massa con i media di massa lo ha costruito, così lo distruggerà. Dio mio, queste cose le abbiamo viste mille volte al cinema, a teatro, a partire almeno da Un volto tra la folla di King Vidor, per non parlare dell’antropologo-filosofo René Girard che sulla creazione, consumo e distruzione degli idoli ha illuminato le nostre menti. Xavier Giannoli svolge diligentemente un compito che ha molti precedenti e molti storici suggeritori, e non aggiunge al già detto e al già visto un colpo d’ala, un’invenzione che è una, se non una professionale e abbastnza vivace messinscena. Tutto è di massima prevedibilità, stabilite le premesse il resto scorre via su binari prefissati, acciocchè la Critica alla Cattiva Televisione e ai cattivissimi media vecchi e nuovi (ancora! ma basta!) vada a colpire il suo bersaglio e susciti l’indignazione delle anime belle del politically correct. Che difatti stamattina al press screening hanno calorosamente applaudito. Ah signora mia, quei perfidi talk show, e quella capacità demoniaca, sì, proprio del diavolo, di creare dal nulla le celebrities e di imporcele tramite lavaggio del cervello. Peccato che il film non stia in piedi neanche per un momento, visto che non si degna di spiegarci com il fenomeno Martin Karminski abbia avuto inizio (forse agli sceneggiatori non è venuta l’idea giusta, chissà). Mai al mondo si è visto un caso di celebrità nata dal nulla come quello che ci mostra Superstar, un innesco, per quanto casuale, per quanto apparentemente periferico e di scarso peso, c’è sempre. Il film parte dall’assunto che la celebrità non ha bisogno di alcuna spiegazione razionale, è un puro riflesso mediatico, una proiezione o allucinazione di massa. Ma è un assunto puramente ideologico. Giannoli in conferenza stampa ha anche tirato in ballo Le metamorfosi di Kafka e il Samsa che di colpo si sveglia scarafaggio, come qui il suo Martin Karminski si sveglia superstar, e ha parlato dell’assurdo quotidiano che può irromere nelle nostre vite e stravolgerle. Spiegazioni che non bstano a salvare il film dall’artificiosità e da una freddezza da parabola ideologica.

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