Recensione. MUFFA: dalla Turchia un film austero, toccante e imperdibile (non si vive solo di Iron Man)

20130304061450Muffa (Küf), un film di Ali Aydin. Con Ercan Kesal, Muhammet Uzuner, Tansu Biçer. Turchia 2012. Presentato al festival di Venezia 2012 nella Settimana della critica.20130304061436
Un uomo, un piccolo uomo qualunque pieno di dignità, lotta quietamente e ostinatamente perché si faccia luce sulla misteriosa scmparsa del figlio vent’anni prima a Istanbul. Il dramma di un desaparecido e di suo padre, in un film rarefatto, austero, non melodrammatico, di un regista poco più che trentenne già padrone di uno stile sicuro e personale. Voto tra il 7 e l’820130304060952
Onore alla Settimana della Critica, cui si deve la presentazione a Venezia lo scorso settembre di questo film turco che segna l’eccellente esordio di un ragazzo poco più che trentenne dai molti talenti. Film poi premiato con il Leone del Futuro – Premio Venezia Opera Prima Luigi de Laurentiis, e direi meritatamente. Küf arriva adesso nelle nostre sale, sempre più sguarnite di opere autoriali e non mainstream, grazie alla Sacher, la casa di distribuzione di Nanni Moretti, e stiamo a vedere se, nonostante non sia proprio sintonizzato sul gusto medio, riuscirà a trovare un suo pubblico (e io lo spero). Sì, certo, quando si parla di un film turco da festival qualcuno mette subito mano alla pistola e parte pregiudizialmente all’attacco con le peggiori intenzioni demolitorie e stroncatorie (lo fanno anche certi critici illustri), con l’uffa-maccheppalle pronto a esplodere sguaiatamente. Io son dell’idea che se al cinema ogni tanto si soffre un cicinin, si fa un filino di fatica, non è poi questo gran disastro e sacrificio, dunque non ho pregiudizi di alcun tipo verso film turchi festivalieri, e nemmeno kazachi o thailandesi se è per questo. Non per masochismo, piuttosto per curiosità, per voglia di vedere e esplorare territori non così consueti. Se vai al cinema senza malevolenza e ben disposto, ti può anche capitare di fare qualche buona scoperta. È proprio il caso di questo bello, molto bello Küf/ Muffa.

il regista Ali Aydin, 32 anni

il regista Ali Aydin, 32 anni

Siamo nell’Anatolia estrema, in una landa con scarsa presenza umana e di desolati, vuoti paesaggi a perdita d’occhio. Bescat è un signore solo cui manca non molto alla pensione, sofferente di attacchi epiletici, che lavora nella locale stazione ferroviaria come controllore dei binari (curiosamente, è lo stesso lavoro che, nella stessa parte di Anatolia, svolge anche il protagonista di un altro film turco proiettato lo scorso febbraio alla Berlinale nella sezione Panorama, Soğuk). La moglie se n’è andata molti anni prima per malattia, ma soprattutto per il dolore dovuto alla misteriosa scomparsa del figlio appena ventenne, inurbatosi a Istanbul per frequentare l’universià e un giorno arrestato dalla polizia politica e mai più tornato. Un desaparecido, come accadeva spesso in Turchia negli anni tra 1990 e 1996, quando oppositori – comunisti o curdi – finivano inghiottiti nel niente, tant’è che più tardi, sull’esempio delle madri argentine di Plaza de Mayo, si sarebbe formato un analogo movimento detto delle Madri del sabato. Muffa racconta le ricadute psichiche e fisico-somatiche ed esistenziali di un episodio simile, e lo fa mostrandoci la figura dolente ma mai piagnona, nè mai doma, del suo protagonista Bescat. Un uomo semplice e più che qualunque, dalla vita scabra e disadorna, ma non inutile. Poiché tutti i suoi sforzi sono indirizzati verso un solo obiettivo, l’unico che gli interessi e che lo mantenga in vita, sapere dove sia finito quel figlio, vivo o morto: “Almeno, che possa andare un giorno sulla sua tomba”. Da anni manda alla polizia di zona lettere e suppliche e richieste di informazioni che quasi sempre restano senza risposta. I commissari si susseguono, ma la pratica non fa un passo avanti. Finchè non arriva un nuovo responsabile del posto di polizia, forse più umano dei predecessori, forse meno disattento, che sembra almeno, pur nei limiti impostigli dal ruolo, dare ascolto al povero Bescat. Il quale intanto se la deve anche vedere con un più giovane collega violento, prepotente e malvagio che si diverte a torturarlo psicologicamente, e pure sadico e manesco verso le sventurate donne che gli capitano a tiro. Un essere infame. Il film è anche una parabola morale che ci mette di fronte al bene e al male, e al loro scontro, il primo incarnato dal probo, dimesso, onesto Bescat, il secondo dal suo implacabile, abietto aguzzino: fino a un esito atroce in cui la vittima si prenderà a modo suo la vendetta (che peraltro gli lascerà dentro una scia amarissima e una colpa inestinguibile). Il film è questo, solo questo, Bescat e la sua lotta ostinata, tenace, senza mai un grido, per sapere della sorte del figlio, Bescat e la bellezza della sua esistenza limpida da umile, da ultimo, con una dignità che non viene mai meno. Non c’è accensione drammatica o melodrammatica in Muffa, i pochi personaggi si muovono in uno spazio svuotato di ogni superfluità, essenzializzato. Il giovane regista viene dalla videoart e si vede. Ha un forte seno dello stile (che è quanto fa di questo film qualcosa di notevole), impagina con un rigore che sta tra i grandi dell’austerità cinematografica, Dreyer, Bresson, e ovviamente il suo connazionale Nuri Bilge Ceylan, nome assoluto del cinema turco e riferimento imprescindbile. Ali Aydin pone grande attenzione al paesaggio, lo usa narrativamente, e cura maniacalmente la collocazione degi attori nello spazio dell’inquadratura. Videoartisticamente, anche gli interpreti si fanno elementi (oggetti) di una composizione squisitamente visuale, e si pensi solo a quella che è la sequenza fose più bella, quasi un manifesto programmatico, del film, il primo incontro tra il commissario e Bescat, con la macchina fissa a riprendere i due disposti in perfetta simmetria ai bordi opposti di un tavolo, e quell’accendino messo esattamente al centro dell’inquadratura a segnalare la divisione in due del campo visivo. Una scena che dura molto a lungo, perfetta, dove le scarne parole che i due si scambiano, all’apparenza così qualunque, suonano pesanti, gravide di conseguenze, definitive. Un bell’esempio di virtuosismo cinematografico, anche perché Ali Aydin riesce a unire qui (e nel resto del film) l’occhio implacabile e infallibile a buone doti di narratore. Pur nella lentezza e nell’estenuazione di un cinema rarefatto, e di silenzi e tempi interni dilatati fino a suscitare un effetto ipnotico, in Muffa la narrazione non manca mai, la storia ci appassiona e ci tiene legati fino alla fine. Una fine che arriverà con una rivelazione forse non così sorprendente, ma lo stesso sconvolgente. E quelle immagini nelle sinistre camere di un istituto di Istanbul ci restano dentro.

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