Recensione. IL COMMISSARIO TORRENTE è il peggior film da molti anni in qua

Il commissario Torrente – Il braccio idiota della legge, regia di Santiago Segura. Con Cantiago Segura, Kiko Rivera, Cañita Brava.
torrente-il-braccio-idiota-della-legge-santiago-segura-si-mette-in-salvo-da-un-esplosione-in-una-sce-271405-596x400Volgare, anzi di più: laido, turpe. Al confronto di questo film spagnolo i nostri cinepanettoni sono uno squisito esempio di garbo ed eleganza. Un demenziale al grado zero di ogni decenza per raccontare avventure e disavventure di un commissario cretino e abietto. Di quei film che ti fanno vergognare di averli visti. Voto 2torrente-il-braccio-idiota-della-legge-il-regista-e-protagonista-santiago-segura-con-i-suoi-tra-comp-271411-596x398
Il peggio che si sia visto al cinema da molto tempo in qua, questo immondo film spagnolo che è il quarto di una si presume molto fortunata serie incominciata nel lontano 1998. Per peggio intendo la cosa più ignobile, volgare, laida che abbia solcato i nostri schermi in questo 2013, e non solo. E non lamentiamoci dei nostri cinepanettoni o dei flatulenza-movies anni Settanta con Alvaro Vitali e Bombolo. Al confronto di questo Il commissario Torrente erano esempi di garbo squisito, opere di bon ton da collegio delle fanciulle. D’altra parte, lo dico e pure lo scrivo da tempo alienandomi qualche simpatia e amicizia, la Spagna fin dagli anni Ottanta è il paese europeo massimo produttore di volgarità, sconcezze, turpitudini. La cosiddetta trasgressione (orrenda parola su cui bisognerebbe praticare d’urgenza l’eutanasia) della movida madrilena – che ha prodotto e si è riflessa nel cinema di Almodovar – si è poi rovesciata e degradata a ignobile cattivo gusto di massa, scambiato chissà perché per allegra anarchia e liberazione dei costumi. Nulla di più pesante dei tanti sotto Almodova visti al cinema, che di lui non hanno né la grazia né lo stile, e nulla di più apocalittico e inquietante della deboscia di massa che si vede in plaghe come Ibizia o le Canarie (leggere Houellebecq o vedere Ma mère di Christophe Honoré). Abissi che il nostro paese, che pure ha i suoi difetti, non ha mai raggiunto. Con l’aggravante che la Spagna ha preteso e pretende di darci lezione di progressismo e libertà individuale e buone maniere postmoderne, mentre è solo sprofondata in un buco nero pieno di melma, per non dir peggio. Ecco, provate a andare a vedere questo film (sempre che lo diano ancora in qualche sala) e, se resistete abbastanza per farvene un’idea, sappiatemi poi dire. Un film ossessionato dall’analità, ma non in senso figurato e nemmeno nobilmente freudiano, no, in senso letterale, e vi risparmio le spieghe e le esemplificazioni. Torrente, che un tempo doveva essere in polizia ma che adesso cerca di sopravvivere come malandatissimo agente privato, è il classico deficiente che, ovunque si muova e metta piede, combina disastri. Come il Peter Sellers di Hollywood Party, ma con qualche tonnellata di grevità in più. Una figurina da cinema demenziale che ha rinunciato a ogni decenza. Intorno a lui vediamo una fauna spaventosa e ripugnante di questa Spagna decantata, e il motivo ancor mi sfugge, come terra promessa di ogni dolce vita contemporanea. Bordelli ripieni di tette e culi e labbra siliconati, travestiti oversize che son mascheroni allarmanti, ricchi che sono delinquenti, spose cocainomani specializzate in sesso orale con sconosciuti, coppie gay che sono caricature inguardabili di quelle zapaterianamente coniugate in qualche municipio castigliano o catalano. Torrente (che non ha nessun scrupolo morale, ed è un essere abietto, e felice della propria abiezione) accetta l’incarico da parte di un boss di far fuori un tizio, ma è una trappola in cui resterà incastrato. Finirà in galera e vi lascio immaginare con quale delicatezza venga tratteggiato l’ambiente (nulla ci viene risparmiato, nemmeno la scena della doccia), cercherà di evadere, verrà ripreso. Battute che fanno accapponare la pelle e anche ti imbarazzano, ma che, visti gli incassi là ottenuti, in Spagna devono essere piaciute parecchio. Uno di quei film che ti fanno vergognare di averlo visto. In mezzo a tanto schifo però qualche cosa di interessante lo si trova. La non-correttezza politica, ad esempio. Qui non si fanno sconti buonisti a nessuno, nemmeno agli immigrati. E almeno tre scene sono da salvare, così godibile da indurmi a dare al film anzichè 0 un 2. La prima è l’esilarante balletto-kung fu del ragazzo che in galera poi diventerà amico di Torrente. La seconda è quando il nostro, per liberare casa sua subaffittata a decine  di clandestini sudamericani, annuncia loro che è in atto una sanatoria a numero chiuso: ai primi che si iscriveranno negli appositi uffici verranno concessi regolari documenti. Naturalmente tutti si precipiteranno fuori in un attimo, in una scena agghiacciante sì, ma che racconta sull’immigrazione clandestina più di mille analisi di sedicenti specialisti e di dotti report da ministero dell’integrazione. La terza è la sequenza sui titoli di coda, ed è quella in cui Torrente, di nuovo in galera, partecipa con gli altri detenuti a un numero cantato e danzato collettivamente che somiglia – anche nelle divise arancioni – alle performance della prigione filippina di Cebu rese celebri dai video su Youtube. Occhio ai cameo. C’è Ana Obregon, da decenni al centro del sistema-spettacolo spagnolo e, con la scusa di una partita di calcetto in galera, vediamo anche Sergio Ramos del Real Madrid e Cesc Fabregas del Barcellona, così entrambe le tifoserie, acerrime nemiche, son contente.

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