Recensione. STA PER PIOVERE: storia di un nuovo italiano di nome Said che l’Italia non vuole

foto STA PER PIOVERESta per piovere: Said Mahran. Nato in Italia. Espulso, un film di Haider Rashid. Con Lorenzo Baglioni, Mohamed Hanifi, Giulia Rupi, Amor Ati, Michael Alexanian. Italia 2013. Distribuzione Radical Plans. A Milano è in programmazione al cinema Apollo, a Roma al Fandango. Altre informazioni: Twitter #staperpiovere e Facebook http://www.facebook.com/StaPerPioverefoto STA PER PIOVERE 3
Said ha vent’anni, è nato in Italia, tifa Italia, si sente italiano. Lo stesso il fratello minore. Ma non sono italiani per legge. Sicchè quando il padre, immigrato decenni prima dall’Algeria, perde il lavoro, tutti e tre vengono espulsi: un film che esce in significativa coincidenza con l’infuocato dibattito sullo jus soli. Sta per piovere rischia di scivolare nel racconto a tesi, nel manifesto politico, nel predicatorio, ma fortunatamente la storia regge, avvolge, coinvolge fino all’ultima scena tenendoti inchiodato con la domanda: ce la faranno Said e i suoi a restare qui? Soprattutto, il film rivela un regista di 28 anni che sa girare con sorprendente abilità. Voto tra il 6 e il 7foto STA PER PIOVERE 2
Piovono critiche entusiaste e commenti al limite dell’estatico su questo film quanto mai tempestivo, trattando di jus soli proprio adesso che si dibatte furiosamente del tema – il diritto alla cittadinanza per nascita – e la cosa è sull’agenda politica del nuovo governo, come sta a dimostrare la nomina a ministro per l’integrazione di un’italiana di origine congolese. Il film è bello, va visto, ma ridurlo a manifesto politico e veicolo di messaggio – da messaggeria politically correct – sarebbe un peccato, e significherebbe fare un torto al regista Haider Rashid, anni 28, nato a Firenze da madre italiana e padre iracheno. Perché qui io sono rimasto colpito (che ci volete fare, sarò in controtendenza) soprattutto dalla nascita di un autore, giovane, giovanissimo per gli standard del nostro cinema, e già con un’evidente capacità di girare, dotato di una tecnica sofisticata che gli consente di allinearsi – attraverso l’uso abbondante della macchina a mano – allo stile immediatista, nervoso, nevrotico, frantumato di tanti cineasti stranieri suoi coetanei o poco più. Linguaggio internazionale, per niente angusto e da provincia, di chi ha studiato e lavorato fuori dai nostri confini (mi pare che Rashid abbia alle spalle un soggiorno londinese e continui ad avere con la sua casa di produzione Radical Plans connessioni all’estero) e adesso importa quanto ha imparato, contribuendo allo svecchiamento, sia detto senza la minima retorica, del nostro ingessatissimo cinema. In un’intervista, se ricordo bene a Repubblica, ha dichiarato di rifarsi a Francesco Rosi e a tanto cinema civile del nostro passato, quello degli anni Sessanta e Settanta, cercando di recuperarne e riproporne la capacità di raccontare il mondo e anche la presunzione, o l’illusione, di cambiarlo. Vedendo Sta per piovere a me son venuti in mente però altri autori, i soliti, imprescindibili fratelli Dardenne o Ken Loach, o la rabbiosa Andrea Arnold. Temo però che la notevole personalità registica messa in mostra da Haider Rashid venga oscurata da quanto il film racconta, dal suo contenuto, così ancorato al tema incandescente dello jus soli da mettere in ombra tutto il resto.

La storia è, per quanto molto ben scritta e ancora meglio girata, fin troppo esemplare, così esemplare da far slittare Sta per piovere verso il dimostrativo, il didascalico, perfino a momenti il declamatorio. Però storia costruita benissimo, secondo un classico, impeccabile e inesorabile meccanismo narrativo che ti aggancia, non ti dà tregua, e ti trascina via con sè fino all’ultima scena. Il messaggio resta, predicatoriamente, messaggio, ma per fortuna riesce a farsi spettacolo e a coinvolgere e non annoiare. Anche se non ci sono molte sfumature, lo schematismo è evidente, i buoni e i cattivi restano rigorosamente separati da una riga rossa perché non ci siano confusioni tra le parti né, tantomeno, invasioni di campo. Dunque: siamo a Firenze, e tra le prime scene c’è quella, assai simbolica, perfino troppo, di un gruppo di ragazzi che tifano in piazza per una partita della nazionale. Tra di loro, con tanto di tricolore dipinto sulla faccia, ecco Said, ragazzo belloccio e brillante, lesto di testa e di lingua, studente di ingegneria, fidanzata a una bella ragazza, di notte panettiere. Said è nato in Italia, cresciuto in Italia, tifa Italia, si sente italiano, parla italiano con cadenza fiorentina, ma non è italiano per la legge. Resta algerino, come suo padre, immigrato decenni prima, e come il fratello minore, pure lui nato nel nostro paese che l’Algeria l’ha vista solo in cartolina. La faccenda si fa spessa e drammatica, e non più solo formale, quando il padre perde il lavoro dopo il suicidio del padrone dell’azienda. E la legge, mi pare la Bossi-Fini (se sbaglio correggetemi), prevede che senza un contratto di lavoro e senza un reddito certo e certificabile tu straniero non puoi più avere il permesso di soggiorno e vieni espulso, rispedito a casa. A casa? Ma la casa, per i tre, e soprattutte per i due figlioli, non è forse qui? Però la macchina della legge prosegue inesorabile, inarrestabile. Said, il leader della famiglia, le prova tutte per salvare se stesso, il fratello e il padre dall’espulsione, si rivolge a un buono e appassionato avvocato, invoca il sostegno di associazioni e gruppi vari, fa ricorso. Essendo figlio di questa Italia, e di questi tempi, sa bene quanto conti la comunicazione, ed è così abile da trasformare il proprio caso familiare in un caso assai mediatico, diventando una piccola star intervistata e adorata da stampa, tv, radio, social network. Ed è la parte, questa, migliore del film, la meno ovvia, quella in cui il famoso messaggio si incarna in un racconto che ha i toni del beffardo, della satira, e mi riferisco a come ci vengono presentate quelle maschere varie del potere – emissari di partito, funzionari di una qualche istituzione – che cullano Said e gli offrono di entrare nei loro ranghi, insomma di darsi alla carriera politica e di trasformare quello che per lui è un dramma personal-famliare in questione pubblica da cavalcare anche cinicamente a fini elettorali. Tra le altre cose molto buone di Sta per piovere ci sono anche il personaggio della fidanzata italiana, donna forte, coraggiosa e non piagnona benissimo resa dall’interpretazione di Giulia Rupi, e la relazione non così convenzionale, e dunque parecchio interessante, tra Said e il fratello minore. Nella foga del film di denunciare e di giovare alla causa dello jus soli capita che qua e là ci sia qualche buco di sceneggiatura, si vada di fretta, si lasci in sospeso qualche questione. Esempio: a un certo punto si accenna che al padre viene negato il rinnovo del permesso di soggiorno anche per via di vaghi reati politici, forse l’appartenenza a un partito di sinistra. Purtroppo si accenna e poi si soprassiede. Invece mi piacerebbe tanto sapere se davvero l’iscrizione a un partito possa costituire in questi casi un’aggravante, o se invece occorrano ben più consistenti reati politici (sovversione ecc.). Soprattutto, mi chiedo: basta davvero la perdita del lavoro per un’espulsione, anche dopo tanti anni di permanenza del nostro paese? Se qualcuno mi fa sapere lo ringrazio fin da ora. Al di là di qualche sfasatura di script, si resta comunque inchiodati alla poltrona per vedere, come in un eccellente supencer, come andrà a finire, se i nostri ce la faranno o no a restare in Italia, nella loro Italia, o se verranno rispediti in Algeria, la loro Algeria. Naturalmente no spoiler, mica voglio rovinarvi il piacere. Quanto agli attori: Said l’algerino-fiorentino è interpretato in modo assai convincente dal toscanissimo Lorenzo Baglioni, che comunque la faccia da sponda sud del Mediteraneo ce l’ha.

 

 

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