Recensione. L’UOMO CON I PUGNI DI FERRO: un godurioso pastiche di wuxiapian, spaghetti-western e molto altro

MML’uomo con i pugni di ferro, regia di RZA. Con Russell Crowe, RZA, Jamie Chung, Lucy Liu, Pam Grier, Rick Yune.ironfists13
Un film presentato da Tarantino. E del maestro Quentin in effetti c’è qualcosa: lo spettacolo ribaldo e rutilante della violenza, la devozione e l’omaggio verso i generi cinematografici e i B-movies. Il modello base di riferimento è il wuxiapian; ci troviamo difatti nella Cina di fine ‘800 tra bande rivali, carichi d’oro, bordelli, avventurieri. Tripudio e trionfo di arti marziali, scintillare di lame-gioiello. Un film che è un pastiche godurioso, dove trovi anche lo spaghetti western, i samurai-movies di Kurosawa, la blaxoploitation anni Settanta. Purtroppo il plot è incerto, senza centro e senza una direzione narrativa forte. Ma il film è sicuramente molto meno brutto di come l’hanno dipinto in America (e adesso in Italia). Vedibile. Voto 6 e mezzoironfists14
Film che si fregia della dicitura “presentato da Quentin Tarantino”, il che vuol dire tutto e il suo contrario. Prodotto? Patrocinato? Promosso? Diciamo che Quentin ha dato il suo avallo, però forse non così convinto, altrimenti avrebbe scelto una formula meno vaga e ambigua. Il suo nome comunque non è bastato in America a garantire successo a L’uomo con i pugni di ferro, malmenato da gran parte dei critici (quelli del panel Metacritic almeno) e malamente accolto dal pubblico, tant’è che gli incassi si sono assestati sulla miseranda cifra (per un film di tali ambizioni commerciali) di 15 milioni di dollari. Sicchè dalla visione mi aspettavo il peggio, invece L’uomo con i pugni di ferro non è mica tanto male, anzi: si lascia guardare con piacere, azzecca qualche bella sequenza action-combattente, appare come un prodotto onesto, sentito, come il sincero e devoto omaggio di un afroamericano al cinema che ha amato e in qualche modo l’ha forgiato, e non ha il malsano odore dei dei film confezionati secondo le regole furbette del marketing. Alla regia c’è il premiato rapper RZA, che qui fa il suo esordio lungamente preparato e pregustato alla macchina da presa, ma che è anche interprete di uno dei ruoli chiave del film e co-sceneggiatore insieme a uno della factory tarantiniana come Eli Roth, quello di Hostel per capirci. Non è di sicuro un podotto dozzinale, L’uomo con i pugni di ferro, ci intravedi tutto l’amore di RZA per molto cinema di genere, in testa i wuxiapian hongkonghesi di arti marziali e i film giapponesi di samurai. Il limite semmai è quello di un compito per molto tempo preparato e molto diligentemente eseguito, dunque una certa freddezza, un eccessivo autocontrollo, un non lasciarsi andare alle correnti e ai flussi del racconto per paura di sbagliare. Si presenta come un wuxiapian abbastanza classico, ambientato in una Cina che si immagina da certi dettagli alla fine dell’Ottocento, in una qualche remota provincia dell’ormai agonizzante impero. C’è un carico d’oro governativo intorno a cui si scatenano molti appetiti, a partire da quelli della banda dei Lions e del suo feroce giovane boss, il quale si è appena impossessato del clan dopo averne fatto fuori il legittimo capo. Contro di lui si mette in marcia il figlio del defunto, ansioso di vendicare il gnitore così ignobilmente massacrato. Non bastasse, a Jungle Village, la piccola città al centro del racconto, arriva un avventuriero inglese dal passato e dal presente non così limpidi. Il luogo in cui tutti si incontrano e si scontrano, in cui le vite trovano il proprio destino, è il lussuoso bordello locale, bellissime ragazze aduse a ogni arte amatoria e una maîtresse assai dominatrice, astuta, intelligente, intrigante, signora dell’inganno e della simulazione, tessitrice di trame e complotti, regina dei doppi e tripli giochi. Una Lucy Liu tornata bella e imperiosa, dopo tante prove scialbe degli ultimi anni (penso a Un giorno questo dolore ti sarà utile di Roberto Fenza). C’è l’uomo qualunque, pronto però a trasformarsi in eroe contro i prepotenti, un fabbro di eccezionale valore in grado di creare armi letali e di micidiale bellezza. Un nero naufragato su quelle coste (lo interpreta lo stesso RZA) e salvato da alcuni monaci buddusti, che lo inizieranno non solo all’arte della meditazione, ma anche a quelle marziali. Ora, il teatro è pronto, i protagonisti, i personaggi collaterali e le comparse pure. Potete immaginare cosa si scatena. Soprattutto, scontri di kung fu e relative acrobazie volanti (ed è bellissima la sequenza del guerriero che si libera dalle funi di ferro con cui l’anno imprigionato e sospeso a mezz’aria), trionfi cromatici che ricordano le meraviglia visuali di Zhang Yimou e dei suoi La città proibita e La foresta dei pugnali volanti, sequenze assai elaboarate e curate e perfino con segno autoriale come la lunga carrellata dall’alto attraverso le stanze del bordello. RZA omaggia il cinema reso grande da Bruce Lee e dagli Shaw Brothers di Hong Kong, ma anche i Kurosawa-movies e Sergio Leone, ovvio. Nello straniero Russell Crowe (bravo e ironico, ma ormai fisicamente troppo appesantito per un action, anche se gli vengono risparmiate qui fatiche troppo pesanti) rivediamo il Clint Eastwood della trilogia del dollaro, come nella mistica e nell’epica (e anche nel voyeurismo e feticismo) degli scontri e delle morti violente seriali ritroviamo l’eco di infiniti altri spaghetti western. E ancora, c’è qua e là un che di ribaldo e smargiasso da bloxploitation anni Settanta, citata esplicitamente atraverso un cameo dell’icona Pam Grier, c’è il cinema super eroistico degli ultimi anni. La sgargiante black culture hip-hop imprinta e impronta tutto, e trasuda da ogni scena, da ogni inquadratura, il culto feticistico per le lame, la loro carica mortifera e la loro minacciosa, scintillante bellezza. Un pastiche di molti generi e molti stili, una gran cavalcata attraverso molti sogni e molti immaginari. Se questo film non funziona davvero è per il plot eccessivamente contorto, senza un vero protagonista (chi lo è: lo straniero? il fabbro? il capobanda?) e senza un asse narrativo dominante su cui incerniare tutto il resto. Il racconto è ondivago, isolando ora questo ora quello, senza un vero centro e nemmeno una direzione decisa. L’uomo coi pugni di ferro (se lo vedrete, capirete perché questo titolo) ha momenti notevoli, ma purtroppo restano blocchi separati che non si incastrano mai davvero.

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