Recensione. POST TENEBRAS LUX: un film di pura follia, sospeso tra la bufala e il sublime

856430_424630444287435_15148392_oPost Tenebras Lux, regia di Carlos Reygadas. Con Adolfo Jimenz Castro, Nathalia Acevedo, Willebaldo Torres, Rut Reygadas, Eleazar Reygadas. Distribuito da Academy Two. Al cinema da giovedì 16 maggio.0450891
Premessa:
Quando ho visto a Cannes l’anno scorso Post Tenebras Lux son rimasto tramortito, e mi sono pure infuriato parecchio. Definirlo punitivo è dir poco. Post Tenebras Lux del messicano Carlos Reygadas, tra i cineasti più radicali e personali in circolazione, è un’ardua prova cui anche lo spettatore maggiormente ben disposto e più cinefilo rischia di soccombere, soprattutto se capita di vederlo in un festival con i suoi ritmi e orari massacranti (attese esasperanti per entrare, un film via l’altro). La recensione che trovate qui sotto l’ho scritta allora, sull’onda dello shock, anzi dell’incazzatura, anche della stanchezza, e la ripubblico telle quelle. Concludevo dicendo: chissà a rivederlo l’effetto che potrebbe fare. Bene, questo folle, disturbante, anche sadico (verso chi guarda) film di Reygadas l’ho poi rivisto a Milano in una rassegna, e devo dire che la ri-visione ha provocato qualche squarcio di luce nella mia mente, dopo tante tenebre. Quello che la prima volta mi era sembrato un rompicapo inafferrabile, un cubo di Rubik lanciato sulla testa di noi poveri spettatori, al successivo e secondo impatto mi si è svelato finalmente. In realtà in Post Tenebras Lux una storia c’è, ed è quella di una famiglia della borghesia colta messicana, lui, lei e due figli piccoli, un maschio e una bambina, ritiratasi in una casa in campagna, in una zona al limite del selvaggio. La coppia è in crisi, ma il peggio verrà da altri, dall’esterno, dalle relazioni con gente della comunità locale. Succederà qualcosa di tragico, che spezzerà non solo gli equilibri familiari, ma anche quelli extradomestici. Solo che Reygadas applica a questa narrazione quello che un critico di LesInrocks ha felicemente definito ‘modalità shuffle’, ha preso i singoli blocchi di racconto e li ha rimescolati a caso. Il risultato è che ogni ordine narrativo e temporale viene infranto, sicchè capita di vedere i figli già grandi (la scena della partita di rugby, quella della festa con la nonna) e poi piccoli, e così via. Più che di decostruzione, qui si dovrebbe parlare di demolizione. Come entrare in certi siti archeologici dove le rovine sono accumulate e scompostamente miscelate, e a te tocca ricostruire mentalmente come potessero essere in origine gli edifici, gli archi, le strade. Post Tenebras Lux è un tempio crollato su se stesso, un ammasso di rovine, a noi spettatori tocca rimettere insieme i pezzi e individuare nel caos l’odine segreto del racconto. Una sorta di cammino iniziatico affinché l’inconoscibile diventi conscibile. Il che è possibile (forse) dopo più visioni, al limite dell’impossibile alla prima. Resta l’indubbia maestria del regista, il suo inondare di tenebra o di luce le inquadrature, come quell’inizio fantasmagorico (le pozze, la luce dell’alba, i cavalli) che ti comunica un che di panico, di cosmico anche, alla The Tree of Life. Desolazione, senso di sperdimento. Claustrofobia. Personaggi braccati dalla macchina da presa fin dentro l’intimità (le avance di lui a lei, la sequenza nell’hammam degli scambisti). Post Tenebras Lux si è portato via a Cannes 2012, tra molti buuh, il premio per la migliore regia, e ancora oggi non saprei dire se meritatamente o no. Ma col passare dei mesi sono diventato più indulgente, e dunque che lo si vada a vedere, questo film, e poi se ne parli e riparli.0450831
705324_389250021158811_550107789_oE questo è quanto ho scritto l’anno scorso a Cannes dopo la proiezione di ‘Post Tenebras Lux’.

Si pensava di aver raggiunto a queso Cannes il massimo del delirio con Holy Motors di Carax, invece non avevamo ancora visto il messicano Post Tenebras Lux. Un film-non film, una storia che forse c’è ma subito sparisce e forse si metamorfizza in altre storie, con altri personaggi. Il diavolo che compare un paio di volte, con tanto di corna, barba caprina e piede biforcuto che neanche il Malleus Maleficarum. Forse il nichilista Reygadas vuole teorizzare e praticare la morte del cinema, Ma se è così, ce lo dicesse prima, che lo si scansa e non si perde tempo. Voto: 4.

Della serie: ho visto ai festival cose che voi umani non potete immaginare. L’altra sera con Holy Motors pensavo si fosse raggiunto il tetto consentito del delirio a questo Cannes, invece no, mi è toccato vedere ieri questo Post Tenebras Lux, del già riverito piccolo maestro messicano Carlos Reygadas, uno che da anni conta su appassionati devoti sparsi soprattutto in Europa. Già bisogna diffidare dei titoli in latino, che rivelano nei loro autori una tensione quasi mai realizzata al sublime (qualche eccezione c’è, Dies Irae di Dreyer o Sebastiane di Derek Jarman per dire) e le peggiori torture alto-autoriali per lo spettatore. Così è stavolta. Accolto da buuh ma anche da appassionati applausi, è così fuori di testa e inguardabile che di sicuro si trasformerà in una passione dei cinefili più estremi, quelli che più li maltratti e più delibano estatici i piaceri e le glorie del martirio. C’è anche un sado-masochismo da cinemaniaci, con i suoi master inflessibili dotati di ogni strumento di tortura (i registi più inaccessibili e rigorosi e punitivi) e gli schiavi felici, pronti a godere nel momento della massima sofferenza, anche della massima umiliazione. Appartenessi alla categoria, sarei entrato in una dimensione quasi mistica di godimento ieri davanti a Post Tenebras Lux, ma non appartengo. Perciò mi sono annoiato e moderatamente incazzato. Moderatamente, perché il talento a Reygadas bisogna riconoscerlo, e qua e là ci fa balenare il film che questo PTL avrebbe potuto essere e non è, e perché il narciso messicano riesce a costruire sequenze (qualche sequenza) debitamente disturbante. Ma l’egolatria l’ha fregato, inducendolo a pensare che tutto fosse concesso alla sua Arte, perfino (non) costruire un film in cui ogni logica e linea narrativa viene distrutta e che è solo un accumulo di sequenze, singolarmente prese magari interessanti, ma che non si incastrano in nessun racconto, e non è nemmeno il solito procedere decostruzionista, no, qui siamo al nichilismo cinematografico, allo zero pervicacemente cercato e voluto, purtroppo anche imposto agli altri. Già, che c’entriamo noi con le ansie del signor Reygadas di porsi a Nuovo Autore Assoluto, a Esploratore delle Nuovo Frontiere Filmiche? Che poi qualcosa gli si potrebbe anche perdonare, ma la rinuncia a raccontare no, questo non si può. Naturalmente, per fare più avanguardia e sperimentalismo, si usa anche in questo film la solita steadycam ballonzolante con inquadrature come sfuocate e con effetto alonato (non chiedetemi ulteriori ragguagli tecnici, riferisco solo ciò che ho visto). Se proprio proprio ci sforziamo di trovare una linea narrativa, questa potrebbe essere la storia di una coppia della borghesia messicana che si è trasferita, più che in campagna, in mezzo a un bosco con tanto di laghetti e torrenti, in una di quelle villotte archi-avanguardistiche figlie della casa sulla cascata di Frank Lloyd Wright. I due sono abbastanza in crisi, anche perché hanno due figli, Rut e il più grandicello Eleazar (nomi biblici, mi pare) petulanti e invadenti, soprattutto la bimba, che è sempre lì a urlare e bambocciare e vorresti che le dessero qualche sberla invece niente, che non si usa più neanche in Messico. Altri personaggi collaterali, che forse sono connessi alla coppia forse no (non si capisce bene), sono un fattore, i partecipanti a un gruppo di terapia anti-addiction (ogni tipo di addiction), dei ragazzi che giocano a rugby (in Inghilterra, suppongo), i frequentatori di un hammam dove si praticano scambi di coppia e orge. Più Satana luminescente (di colore rosso) che entra di notte nella villa. Qualcosa pare che ogni tanto succeda, i figli in alcune scene sono un po’ più grandi, il marito sta male, la moglie forse (forse) partecipa all’orgia nell’hammam. Quando un personaggio, disperato per la solitudine in cui si ritrova, si strappa letteralmente dal collo la testa – sì, la afferra e tira fino a quando si decolla da solo – capisci che è ora di tirare giù la clèr e ritirare definitivamente la fiducia. Inutile chiedersi dove voglia andare a parare il film, perché è un non-film. Però, forse perché se scavo e scavo scopro che anche nel più profondo di me c’è un cinefilo che ama farsi maltrattare, io qualche pezzo di Post Tenebras Lux lo salverei. Chissà a rivederlo l’effetto che potrebbe fare.
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2 risposte a Recensione. POST TENEBRAS LUX: un film di pura follia, sospeso tra la bufala e il sublime

  1. Assolutamente non d’accordo, anche io lo vidi l’anno scorso (a proposito, ma perché esce solo ora?) e ne rimasi colpito positivamente! Ecco la recensione che ne feci: http://www.ppbb.it/cinema/film-belli-al-festival-di-cannes-2012-post-tenebras-lux-carlos-reygadas-recensione

  2. Pingback: Venezia Festival 2018. Recensione: NUESTRO TIEMPO (Il nostro tempo), un film di Carlos Reygadas. Scene (non bergmaniane) da un matrimonio | Nuovo Cinema Locatelli

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