Dal Festival di Cannes. Recensione: HELI, un film messicano tostissimo che potrebbe anche portarsi a casa qualcosa

048123Heli, regia di Amat Esalante. Con Armando Espitia, Andrea Vergara, Linda Gonzalez, Juan Eduardo Palacios. Messico 2013.048122
Il primo film del concorso racconta di una normale famiglia messicana sconvolta e semidistrutta dall’impatto con il mondo messicano del narcotraffico. Un film tosto, che non distoglie gli occhi nemmeno di fronte alle peggiori efferatezza. Con la scena più barbara che si sia vista da molto tempo in qua. Possente film per due terzi, poi si perde. Però potrebbe essere una delle sorprese in sede di Palmarès. Voto 7+048530
Quando ho visto tra i crediti il nome di Carlos Reygadas quale coproduttore, sì il punitivo autore di Post Tenebras Lux, ho temuto il peggio e un brivido lungo la schiena mi è corso. Invece qui siamo da tutt’altra parte, in tutt’altro cinema, anche se sempre di massimo rigore e scarse concessione al pubblico largo. E però un filo di decostruzionismo alla Reygadas c’è, la prima sequenza (quasi insostenibile per efferatezza, e altre peggio nel film seguiranno) la ritroveremo più avanti, ma filmata da un altro punto di visto. Per il resto il film del giovane Escalante è un esempio, ammirevole, del più duro e tosto neo-neorealismo, quello che va a scoperchiare le peggio cose del globo. Qui siamo nel Messico Infelix terreno di scontro e di scorribande dei più feroci cartelli del narcotraffico, gente non solo adusa a uccidere su scala industriale come ci mostrano le statistiche, ma anche a umiliare e torturare le sue vittime con una barbarie poche volte raggiunta prima nella storia. Macellai. Sadici. Heli è un giovane uomo perbene che vive in un villaggio con la giovane moglie, il figlio appena nato, la sorella Estela di dodici anni e il padre, operaio come lui in una fabbrica di auto (forse giapponese, forse coreana). Vita di dignitosa povertà, cinque in due stanze, finché Heli ha la sventura di avere a che fare con un banda feroce. Tutta colpa dello sciagurato fidanzato diciassettenne della sorella, reclutato in una squadra di polizia (o paramilitare) più corrotta dei criminali che deve perseguire. Il ragazzo ha la pessima idea di rubare qualche chilo di cocaina ai suoi capi, che a loro volta li avevano stornati da un carico sequestrato, e di nascondere il malloppo da Heli. Arrivano i poliziotti o paramalitari a riprendere il maltolto e incomincia il casino. Il padre viene ucciso, la sorela Estela rapita, Heli portato via e torturato insieme a Berto, il ragazzo che li ha inguaiati tutti. Non sto a dir coa succederà poi. Dico solo che si assiste a una delle sequenze più brutali del cinema recente, e non solo di quello, una sequenza che è il cuore nero e vero di questo film, e ce ne restituisce il senso. I due giovani rapiti vengono torturati orrendamente sotto gli occhi e con l’aiuto di tre regazzini catatonici, resi ottusi dall’assuefazione alla violenza e incapaci di ogni sussulto non dico morale ma umano. Genitali che, davanti a noitri occhi, vengono bruciati dopo essere stati  cosparsi di alcol. Insostenibile. Escalante mostra con occhio impassibile, anche se non glaciale. Questo è il male, questo è il mondo, sembra dirci senza farci prediche. Lascia che siano le cose e i fatti a parlarci e fa benissimo. Ha stile, usa spesso la camera fissa per dare rigore e austerità ed evitare di cadere nella pornografia della violenza, ha il senso dei paesaggi vuoti (qulcosa che richiama C’era una volta in Anatolia). È asciutto e pudico. Questo per quasi due terzi è un grande film, che poi si incarta e non riesce a trovare, dopo il ritorno a casa del povero Heli, un ulteriore sviluppo narrativo soddisfacente. Ci sono troppi finali, cioè non ce n’è nessuno davvero. Peccato. Senza simili sbandamenti in dirittura d’arrivo questo sarebbe stato un film memorabile. Resta molto, molto interessante, e penso che potrebbe anche entrare nel Palmarès.

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