Festival di Cannes. Recensione: BORGMAN, la variabile impazzita (ma non troppo) del festival

048104Borgman, regia di Alex Van Warmerdam. Con Jan Bijvoet, Hadewych Minis, Jeroen Perceval. In concorso.048561
Doveva essere il botto-provocazione del festival, l’extravaganza, il film amato e odiato. Invece Borgman è passato nella quasi indifferenza. Storia fuori di testa, ma neanche tanto, di un ospite (forse un demone?) che a poco a poco distrugge dall’interno la famiglia che lo ha accolto. Di quel surreal-fiammingo-demoniaco che ogni tanto vien fuori al cinema. Di quelle critiche antifamiglia e antiborghesia anni Settanta. Deludente e non così esplosivo, anzi. Voto 5 e mezzo048562
Lo si sapeva che sarebbe stato la variabile impazzita del concorso, e in parte lo è stato. Borgman, dell’olandese eccentrico ma non così neofita Alex Van Warmerdam, classe 1952 (Mon Dieu, un cognome che in Italia suona tremendissimo), è quell’indispensabile ingrediente fuori schema che in un festival va sempre bene, purché in dosi omeopatiche e controllabili. Che poi, a ben guardare, così fuori di testa non è. Niente di paragonabile all’impatto che ebbero l’anno scorso qui Holy Motors e Post Tenebras Lux. Trattasi di un noir, anzi horror, molto sul grottesco e sul surreal-fiammingo con derive demoniache dal gusto forte e, spesso, abbastanza indigesto come i piatti pesanti di quelle parti, bruegheliano e boschiano nel suo immettere in un’Olanda contemporanea figure di diavoli e streghe, una piccola armata del male pronta a conquistare e corrompere le anime e i corpi. Anche, un raccontone gotico di quelli che si narravano per spaventare i bambini intorno al fuoco e che ritorna in chiave appena apena postmoderna a ricordarci che il Male, l’Irrazionale, il Magico e perfino il Sacro ancora albergano dietro la patina tecnologica delle nostre esistenze. Niente di particolarmente sconvolgente, però. Borgman la sua bella parte horror ce l’ha eccome, ma si astiene dalla bassa macelleria e vela di ironia i momenti più laidi (quei corpi con la testa nel cemento inabissati in verticale, come alghe giganti). Ironia magari, leggerezza mai, no, la leggerezza non è di queste parti e di questo cinema, non lo è mai stata. Non mi pare però che Alex Van Warmerdam mostri un talento così potente, un’impronta autoriale così netta e distinguibile: ecco, per stare dalle sue parti non mi sembra un Paul Verhoeven, capace di trasfondere tutta la tradizione figurativa della sua terra, e certe pulsioni profonde, in un cinema neofiammingo ferrigno e anche maligno. La storia di Borgman è quella, archetipica, dell’ospite che si insinua in una famiglia apparentemente perfetta e la corrode dall’interno come un verme, un tarlo. Sì, certo, Teorema di Pasolini, anche il recente Nella casa di Ozon, ma soprattutto Funny Games di Haneke, che è il modello cui mi pare questo film si richiama. Un uomo e altri due che si scopriranno essere suoi complici devono sloggiare dai rifugi sottoterra nel bosco dove si sono acquartierati. Chi siano non lo sappiamo, probabile facciano parte di una qualche setta, di una qualche congrega dedita al male e alla distruzione. Gente che in altri tempi avrebbero bruciato sui roghi o cui avrebbero tagliato la testa sulla publica piazza. Il più lesto dei tre, quello che pare essere il loro leader, Camiel, lunga barba e stracci da homeless, si presenta alla porta di una casa suburbana assai fighetta e assai ben abitata da marito in carrierissima, moglie casalinga-madre però pittrice giusto per realizzarsi, più tre figlioli – un maschio e due femmine – e babysitter danese. Nonostante il pessimo e inquietante aspetto, Camiel risce a convincere la signora a aprirgli perché si possa fare un bagno e darsi una rassettata. Ce n’est qu’un début, ovviamente. Il nostro maligno ospite – demone fiammingo come per secoli da quelle parti tanti se ne sono evocati, temuti, raffigurati – incomincia a tessere la sua trama, contando sui due complici e due signore assai streghesche. Il marito lo odia (e ha ragione), la moglie incomincia a sentirlo stranamente attraente, e sarà lei il varco attraverso cui il barbuto riuscirà a installarsi definitivamente nella magione. Tanto per incominciare, fa fuori il giardiniere onde farsi assumere al suo posto, dopo essersi debitamente sbarbato per rendersi irriconoscibile dal padrone di casa, come nuovo curatore di piante e fiori. Siamo a questo punto dalle parti di quel vecchio film di Schlesinger che si chiamava Uno sconosciuto alla porta e anche un po’ del solito, sempre omaggiato, Rosemary’s Baby (il film più citato e ripreso insieme a Otto e mezzo). La cosca, la setta, la ghenga – chiamatela come volete – si allarga sempre più, conquista anime e corpi con strani intrugli e altre cose che non si capiscono tanto bene, e chi non passa dalla loro parte viene fatto fuori e buttato a gambe in giù nel lago. Che dire? Il film non è così inquietante come vorrebbe essere e stranamente soffre di un certo perbenismo-tradizionalismo formale nella confezione che lo rende elegantuccio e anche anodino e abbastanza insapore e inodore. Di puzza di zolfo se ne sente poca, in fondo, il regista non riesce a comunicare neanche un decimo dell’autentico orrore che ci procurava Funny Games di Haneke. Resta un esempio di bizzarro cinematografico che troverà di sicuro i suoi cultori e i suoi entusiasti. Nella sua evidente critica all’istituzione famiglia e antiborghese sembra déjà-vu e assai retrodatato agli anni Settanta. Rimanendo in tema di extravaganze filmico-fiamminghe, era molto meglio, pur con tutti i suoi limiti di storyrelling, La quinta stagione visto lo scorso settembre a Venezia.

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