Festival di Cannes 2013. Recensione: SHIELD OF STRAW di Takashi Miike è un bellissimo action morale (alla faccia dei fischiatori)

048182Shield of Straw (Scudo di paglia), di Takashi Miike. Con Takao Osawa, Nanako Matsushima, Goro Kishitani, Masatoh Ibu, Kento Nagauìyama. Presentato in concorso.048183
Un gruppo di poliziotti deve scortare un pedofilo assassino fino a Tokyo perché venga processato. Ma il nonno di una delle vittime ha messo sulla testa del killer una taglia colossale: chi lo ucciderà diventerà ricco. E tutti i giapponesi diventano potenziali giustizieri. I dilemmi per gli uomini della scorta sono: vale la pena rischiare la vita per difendere un essere ignobile? bisogna attenersi alla propria missione o cedere alla tentazione dei soldi? Gran bel film, sottovalutato, anzi accolto in Salle Lumière da vergognosi fischi e buuh. Voto 7048184
Il film più fischiato di questo Cannes. Se lo merita? Per niente. Scudo di paglia è un noir-poliziottesco ottimo nel quale un maestro del genere come Takashi Miike si mostra all’altezza delle sue conclamate abilità e della sua fama. Peccato che da queste parti tra i critici ancora alligni massicciamente il culto dell’autorialità e il disprezzo, appena celato, per il cinema di genere. Peccato mortale, imperdonabile, mostrare a un festival poliziotti, criminali, inseguimenti, scontri a fuoco e di lama. Così, alla fine via con i buuh. A me invece questo Miike è piaciuto parecchio, anche se meno del suo precedente 13 assassini. Stavolta siamo dalle parti del cop movie, con una storia che nella sua struttura (e pur tra differenze), mi ha ricordato il Palermo-Milano solo andata di Claudio Fragasso, uno spara-spara di mafia che ho sempre adorato. Anche qui c’è un uomo da scortare attraverso il paese, anche qui se ne deve incaricare un gruppo di poliziotti che lo devono proteggere dai molti che lo vogliono morto. Là era un testimone antimafia, in Miike si va molto più sul torbido, sul rimescolamento bene-male, visto che l’oggetto del trasporto protetto è uno stupratore e killer di bambini il quale dev’essere condotto a Tokyo per il processo. Solo che sulla sua testa il nonno di una delle vittime ha messo una taglia colossale. Chiunque lo ucciderà incasserà i soldi, diventerà ricco, potrà cambiare vita. Chiunque, anche uno dei poliziotti della scorta. Un richiamo irresistibile. Tutti i giapponesi diventano così potenziali giustizieri, e gli uomini di scorta si ritrovano nella quasi inaccettabile situazione di rischiare la vita per proteggere il peggior criminale possibile da milioni di cittadini onesti pronti a trasformarsi in killer per soldi. Strano paradosso, e già questo giustifica la visione del film, alla faccia dei fischiatori selvaggi della Salle Lumière.

Miike srotola un plot così avvincente nel modo migliore, velocizzando e potenziando l’action, attento però anche alle dinamiche interne alla squadra, e tra i poliziotti e l’assassino (senza esagerare in psicologismi e senza annoiare). L’etica è, ancora e sempre, quella dei samurai, del loro codice d’onore. Il nucleo vero del film, e sta in questo la sua bellezza e il suo fascino potente, è il dilemma che attanaglia gli stessi poliziotti protagonisti: tenere fede all’impegno assunto, portare a termine la propria missione costi quel che costi, anche la vita, o cedere alla tentazione del denaro, uccidere lo stupratore e incassare la colossale taglia? Anche il migliore di loro, integerrimo come un samurai della tradizione, rischia di soccombere al richiamo dei soldi e alla voglia di eliminare quello stupratore pedofilo che non accenna al minimo pentimento, anzi si serve diabolicamente di ogni varco, di ogni debolezza degli uomini di scorta per instillare in loro dubbbi e minarne la solidità. Ci saranno vittime sacrificali. Perché in nome delle regole, della legge, della giustizia, si può morire e forse – così ci suggerisce Miike- si deve. Scusate, a me sembra molto, moltissimo, e non mi pare il caso di fischiare.

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