Festival di Cannes 2013. Recensione: MICHAEL KOHLHAAS non è il solito film storico, ma non così radicale e sperimentale come vorrebbe (e dovrebbe) essere

048851Michael Kohlaas, di Arnaud Des Pallières. Con Mads Mikkelsen, Btuno Ganz, Denis Laval, Sergi Lopez. Presentato in concorso.048849
Tratto da un testo classico di von Kleist, la rivolta di un uomo contro il potere nella Francia profonda del Cinquecento. Ma non è il solito film storico, e nemmeno politico. Il regista taglia molti riferimenti contestuali (rischiando di rendere incomprensibile la vicenda), immerge tutto e tutti in un tempo astorico e quasi mitico. Sfondi selvaggi, scene notturne, fiamme a illuminare volti e corpi. Ma il film si ferma a metà, non osa andare davvero fino in fondo, e resta in molte sue parti convenzionali. Peccato. Magnifico Mads Mikkelsen, come sempre. Voto 6+048850
Una versione cinematografica del Michael Kohlhaas di Heinrich von Kleist che arriva decenni dopo quella di Volker Schlöndorff girata alla fine degli anni Sessanta, quando  i tempi ribelli avevano una qualche consonanza con la vicenda raccontata. Storia, il Michael Kohlhaas, di soprusi, oppressioni e conseguenti cruente rivolte. Ma oggi come riproporla al cinema? Oggi che non siamo più negli anni di rivoluzioni tentate, sognate, ma in una deriva melmosa in cui al massimo ci sono collisioni, frizioni, piccole guerre di attrito all’interno del corpo in crisi dell’Occidente. Sicchè il regista Arnaud Des Pallières tenta la strada ardua – con momenti alti, di assoluta suggestione, e altri stanchi, incongrui e perfino imbarazzanti – della stilizzazione, dell’essenzializzazione, di una sorta di astrazione, sfrondando il testo da parecchi riferimenti contestuali e storici, eccedendo nell’ellissi (tant’è che si fatica a seguire i vari snodi narrativi), buttandola sul racconto quasi-mitico più che storico-realistico. Un racconto sospeso nel tempo, come aveva fatto qualche anno fa Refn nel geniale Valhalla Rising: di cui – sarà un caso? – qui ritroviamo l’interprete, il meraviglioso Mads Mikkelsen, uno dei miei attori preferiti, uno cui darei tutti gli anni ogni premio possibile a ogni festival. Kohlhaas è un mercante di cavalli nella Francia profonda e pietrosa delle Cévennes del Cinquecento, un brav’uomo dedito ai commerci e alla famiglia, devoto a Dio. Un perfido barone e la sua ghenga gli rubano due magnifici cavalli neri, lui chiede che si faccia giustizia, ma il tribunale rigetta la sua richiesta. Quando gli uccideranno orribilmente la moglie, andato a Palazzo a implorare di nuovo giustizia e cercare una mediazione, deciderà di ribellarsi. Diventa un fuorilegge, aggregando ben presto un piccolo esercito allo scopo di raddrizzare i torti, riequilibrare i poteri, difendere i contadini e i poveri dalle prepotenze. Finirà, come molte rivolte di quel tempo e di quei secoli, con la sconfitta e la dura punizione. Parabola esemplare di ogni opposizione al potere e di ogni rivoluzione abortita, scritto da von Kleist nel primo Ottocento, Michael Kohlhaas venne riscoperte e molto rappresentato in Europa tra anni Sessanta e Settanta. Storia e testo seminale, da cui discendono molte opere, penso ad esempio ad Allonsafàn dei fratelli Taviani. In questa versione appena presentata a Cannes e accolta con freddezza (Le Figaro l’ha addirittura definito il peggiore film del festival, cosa assolutamente sbagliata), gli aspetti politici sono meno centrali. Più importanti sono il senso di giustizia, dell’ingiustizia, il senso dell’onore, il senso quasi territoriale della propria casa e della propria famiglia. Sono le pulsioni basiche e primarie a muovere Michael Kohlaas nella sua rivolta, almeno questa è la lettura che ne dà Des Pallières. C’è poco, qui, dei modi del film storico come l’abbiamo conosciuto attraverso Hollywood (e anche Cinecittà), poco dell’epica o del genere cappa e spada. Si usa la camera a mano come nei tanti film neo-neorealistici di oggi, non ci sono scene di massa, c’è una riduzione del grandioso al minimo sulla scia del Lancillotto e Ginevra di Bresson o del Falstaff di Orson Welles. Operazione interessante, ma non così riuscita. Il regista immerge tutto e tutti in paesaggi scabri e selvaggi, spesso nel buio, con fiamme a spezzare appena le tenebre e a rivelare i volti e i corpi. Conferendo anche un che di onirico, allucinatorio, barbarico, primitivo. A tratti ho adorato questo film, ma il risultato è discontinuo. Des Pallières non ha il coraggio della radicalità, non persegue fino in fondo la scelta di astrazione, di trasformare il suo Michael Kohlhaas in visione e anche delirio, di smaterializzare davvero la storia e fare dei suoi personaggi puri caratteri universali e atemporali, come figure di un tragico gioco dei tarocchi. Peccato. Ma avercene di film imperfetti così. Oltre al meraviglioso Mads, ci sono Bruno Ganz, Sergi Lopez e in una sequenza folgorante rivediamo il Denis Laval di Holy Motors.

 

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