Festival di Cannes 2013: recensione. AS I LAY DYING: James Franco regista è bravo e coraggioso, ma non ancora un autore vero e forte

048189As I Lay Dying, regia di James Franco. Con James Franco, Tim Blake Nelson, Danny McBride, Lohan Marshall-Green, Ahna O’Reilly, Jim Parrack. Tratto da un romanzo di William Faulkner. Presentato a Cannes 2013 a Un certain regard.048579
Il James Franco regista, si sa, adora il cinema indie, sperimentale, per niente medio e mainstream. Stavolta, ispirandosi a un romanzo di Faulkner e raccontando di un povera famiglia di farmer, realizza un film duro e puro, ostico, disadorno, punitivo per sè e anche gli spettatori. Molti e molte fans accorsi a vedere il film della star di Oz se ne sono scappati via, travolti dalla totale mancanza di glamour e piacionismo. Franco (che di As I Lay Dying è anche interprete) conferma di essere un autore coraggioso, non so però quanto personale e forte. Voto tra il 6 e il 7048190
Un critico americane, mi pare di IndieWire, ha definito Un certain regard una rassegna di “film buoni, ma non così buoni da meritare il concorso”. Sono abbastanza d’accordo, la seconda sezione per importanza del gran festivàl oscilla difatti tra il refugium peccatorum (autori consacrati che però devono scontare qualche opera precedente non riuscita o sovrastimata, vedi Sofia Coppola), il limbo (film di non immediata collocabilità da questa o quell’altra parte), la palestra per talenti nuovi e giovani ambiziosi però già in zona promozione, il contenitore per film meno mainstream e più marcatamente indie e sperimentali (anche nelle scelte formali e nei linguaggi). Sezione discontinua dove capita di trovare cose molto deludenti, anche pretenziose, e altre molto promettenti. Ha vinto quest’anno il cambogiano L’immagine mancante, che non sono ahimè riuscito a vedere, in un palmarès che ha premiato soprattutto film orientati verso l’engagement, l’impegno socio-politico (qui la lista di tutti i premiati) e improntato, mi pare, all’ideologicamente correttissimo. Se ne avrò l’occasione, ne scriverò. Intanto, parliamo di questo As I Lay Dying (Mentre giaccio moribondo), titolo non proprio allegrissimo, uscito senza premi da Un certain regard, ma uno dei più attesi e più visti, con tanto di ressa e code interminabili all’entrata. Il motivo è semplice, trattandosi del nuovo film di James Fanco come regista, oltre che come interprete. Infaticabile, Franco, che sforna ormai un film dopo l’altro, ora come attore, ora come regista, ora in entrambe le parti. E figura molto strana, unica a Hollywod, capace di passare da produzioni colossali per famiglia come Il grande e potente Oz a piccoli film di margine, molto indipendenti, al limite dello sperimentalismo, come, adesso, As I Lay Dying. O come l’ancora più radicale ed estremo Interior: Leather Bar visto all’ultima Berlinale, contenente scene di sesso gay esplicito al limite del porno. Un caso, mi pare, di doppia o multipla personalità applicata al sistema cinema. Questo visto a Cannes è dunque l’altro James Franco, quello che, smesso il ruolo della star, si applica alla realizzazione di cose ostiche e oscure, che richiedono allo spettatore concentrazione e una certa dedizione. Difatti dalla Salle Debussy sono usciti in tanti, soprattutto le molte ragazze e signore (e i gay) corse lì per la bella faccia e il sex appeal del nostro, rimaste deluse da un film così penitenziale e autoriale e poco disposte a sorbirsi l’assoluta mancanza di glamour dell’operazione. Anzi, il totale disprezzo e la programmatica negazione di ogni glamour. Dopo Sal, biografia di un’icona gay come Sal Mineo, e dopo Interior: Leather Bar (co-firmato con un altro autore), stavolta James Franco regista se la vede con un romanzo di uno dei grandi scrittori americani, William Faulkner, e prova a trasporlo in cinema. Siamo in un’America interna, rurale e boschiva e ancora selvatica, in un tempo che mi pare quello dei primi decenni del Novecento, con una famiglia di poveri, poverissimi farmer-artigiani cui viene a mancare la madre-matriarca. Per seppellirla nel posto da lei scelto sono costretti a intraprendere tutti un lungo viaggio con tanto di bara appresso nel quale ne succederanno di ogni. Un ponte crollato con successivo guado del fiume in piena (e bara che se scappa via galleggiando), uno dei fratelli ferito a una gamba, l’affiorare di tensioni tra il padre e i giovani di famiglia, le ambasce della sorella, rimasta incinta fuori dal matrimonio. Ci sarà una sosta in una farm, ci sarà un incendio, ci sarà un finale tra gambe mozzate, scopi di follia, e un inatteso, beffardo colpo di scena. Il film, implacabile, segue questa odissea nel fango, nella polvere, nella miseria più estrema, con la sua umanità a rischio costante di precipitare nel subumano e nell’animale. Lo stile è iper naturalistico, con una onnipresente e onnisciente camera a mano ballonzolante (come usa adesso e come si vede in almeno il 40 per cento dei film a un festival) che sta addosso ai personaggi, raramente allargando l’inquadratura all’insieme e al paesaggio, restituendoci delle varie figure soprattutto i dettagli, le facce, singole parti del corpo (gambe, braccia, mani, piedi, barbe, occhi), omologando visivamente gli umani alla melma che sta intorno, immergendo tutto e tutti in una tonalità grigio-sporca. Come se la star James Franco volesse emendarsi e punirsi (e punirci) di ogni glamour hollywoodiano. Oltretutto qui radicalizza le sue voglie sperimentaliste, usa massicciamente lo split screen come in tanto cinema anni Settanta (penso a California Poker di Altman, per esempio), anzi fa dello split screen l’impronta del film, il suo segno di massima riconoscibilità, usandolo per proporci la stessa scena da diversi punti di vista, o zoomata, o addirittura oscurando (spesso a colori) mezzo schermo. Lentezza, a catturare e restituire la fatica del vivere dei personaggi di questa lugubre storia. Uno di quei film che non danno scampo allo spettatore, che lo trascinano con sè in una via crucis di disgrazie a catena. Colpisce la coerenza con cui James Franco persegue la sua idea di un cinema alto, anche altero, ostico, duro e puro, senza il minimo compromesso. Un film implacabile in cui l’unica concessione al pubblico è la sua presenza tra gli attori. È dai tempi di Sal che mi chiedo se sia un buon autore, un autore all’altezza delle sue evidentissime, proclamate ambizioni. Che ci sappia fare è indubbio, come è indubbio che sia dotato di una certa idea di cinema e di uno stile riconoscibile e non medio. Stile che però, già dai tempi di Sal, mi pare debba molto, anche troppo, a Gus Van Sant e dunque non così personale e originale. L’impressione è che il James Franco antistar e regista engagé sia bravo davvero, ma non ancora un autore forte e vero. Però avercene. E a Cannes temo che il film sia stato un po’ sottovalutato: meritava, se non l’entusiasmo, certo un’accoglienza meno tiepida e indifferente.

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