Festival di Cannes 2013: recensione. ALL IS LOST, con Robert Redford alla deriva (in mare). ‘Vita di Pi’ senza la tigre

048252All is Lost (Tutto è perduto), regia di J.C. Chandor. Con Robert Redford. Presentato a Cannes 2013 fuori concorso.048251
Un uomo solo sperduto nell’Oceano indiano sulla sua barca alla deriva: come Vita di Pi, ma senza la tigre. J.C. Chandor, rivelatosi con il thriller finanziario Margin Call, sfida se stesso (e lo spettatore) con un film di un’ora e quaranta senza parole. Con soltanto Robert Redford (anni 76 molto ben portati, va detto) e la sua lotta per sopravvivere. Un film che a Cannes è piaciuto molto agli americani, suscitando qualche entusiasmo in meno negli altri. Voto 6

il regista J.C. Chandor, già autore di 'Margin Call'

il regista J.C. Chandor, già autore di ‘Margin Call’

Che fare se ti trovi in mare alla deriva e sei rimasto senz’acqua potabile? Metti in un contenitore dell’acqua salina, ci stendi sopra una pellicola di cellophane o qualcosa di simile e aspetti che, per effetto del calore indotto dal sole a picco, un po’ d’acqua evapori e si condensi sul telo suddetto, quindi fai scorrere un bicchiere (o lattina vuota) e raccogli le gocce. Ah signora mia, quante cose utili si imparano al cinema. Tantopiù in un film come questo Al Is Lost, presentato fuori concorso all’appena concluso festival di Cannes, che, raccontandoci di un uomo solo sulla sua vela in avaria nell’Oceano (Indiano), diventa una specie di manuale delle giovani marmotte in version cinemarina. Dunque: un (si immagina) falcoltoso signore in là con gli anni, ma ancora in eccellente forma fisica – è il 76enne Robert Redford che, pur alquanto rugoso, qui se la cava molto meglio e con maggiore credibilità che nel suo precedente The Company You Keep – mentre si trova in barca al largo di Sumatra finisce col cozzare contro un container galleggiante alla deriva caduto da chissà quale cargo. Falla, acqua che sale e appesantisce e impiomba a livelli preoccupanti, e non è che l’inizio della (dis)avventura. Al povero yachtman ne capiteranno una via l’altra: una tempesta perfettissima, l’inquinamento delle scorte di acqua dolce, la radio che va fuori uso, la barca che va a fondo con successivo trasbordo sul canotto d’emergenza ecc. ecc. Tutto quello che si immagina possa capitare a un essere umano sperduto tra i flutti (minacciosi squali compresi), capita. All is Lost, produzione naturalmente made in Usa – un film tra l’indie e il mainstream realizzato da quel J.C. Chandor che aveva stupito tutti un anno e passa fa con il suo thiller finanziario Margin Call – riprende e rimescola una quantità inverosimile di archetipi narrativi e anche cliché: l’uomo solo contro la natura ostile in primis. Presentato a Cannes fuori concorso con tutti gli onori, è piaciuto molto agli americani che l’han subito inserito tra i papabili per i prossimi Oscar (marzo 2014, ma il ballo delle prediction sui siti e sulla stampa è già cominciato) e ha lasciato un attimo più freddi i giornalisti del resto del mondo, riluttanti a salutare questo pur onesto film come un’opera memorabile. Certo, al signor Chandor, trent’anni e qualcosa, non mancano l’ambizione, una certa temerarietà e il gusto della sfida. Mica facile mettere insieme un film senza un dialogo che è uno, solo rumori del mare, della tempesta, degli attrezzi cigolanti e gracchianti, e un solo attore, Robert Redford, lui, la sua barca, il suo gommone, gli oggetti e le tecnologie che man mano lo tradiscono, la sua indomabile voglia di lottare e sopravvivere: molto umano, anche molto, molto americano. Mica facile reggere per un’ora e quaranta con questi minimi elementi narrativi. Ci vuole una sceneggiatura solidissima che non perda colpi e sia in grado di tenere accesa l’attenzione dello spettatore, di non dargli tregua. Diciamo che questo All is Lost è Vita di Pi senza la tigre, ma con un tasso immaginifico (e pure allegorico e metaforico e simbolico) assai inferiore a quello messo in campo da Ang Lee. E però del regista cino-americano, uno dei più scaltri in circolazione, il giovane Chandor non ha ancora la malizia e il mestiere. All is Lost è assai ben realizzato, ben scritto e girato, ma la tensione non è poi così alta e ogni tanto si allenta e cade, con l’effetto di una certa noia in chi assiste allo spettacolo. Di momenti da cuore in gola non ce ne sono poi molti, anche perché con onestà Chandor (anche autore dello script) si attiene al massimo della verosimigianza, non bara, non si inventa situazione drammaturgicamente interessanti ma poco credibili, punta abbastanza alla registrazione quasi cronachistica e fattuale degli eventi. Una rinuncia al romanzesco e un omaggio alla realtà (musa spesso rincorsa dai giovani cineasti festivalieri) che si paga con qualche sbadiglio. A colpire è come il regista sia passato da un film parlatissimo quale Margin Call, così fondato e costruito o sulla parola da sfiorare il copione teatrale, a questo All is Lost completamente muto: solo lui, Robert Redford, protagonista senza nome, e il mare. Tanto che qualcuno, non sbagliando, ha citato come modello di riferimento Il vecchio e il mare di Hemingway. Il giovane Chandor questa sfida in fondo riesce a vincerla, anche non ce la fa a farci  gridare al miracolo, e azzecca anche il protagonista Robert Redford, cui All is Lost potrebbe portar emolte soddisfazioni dopo l’uscita nei cinema americani prevista per il prossimo ottobre.

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