Recensione. TO BE OR NOT TO BE: torna uno scintillante Lubitsch del 1942. Da venerare, semplicemente

976678_552694294769044_56160115_oTo be or not to be (Vogliamo vivere!), regia di Ernst Lubitsch. Con Jack Benny, Carole Lombard, Robert Stack, Felix Bressart. Usa 1942.464690_551176398254167_1368828846_o
Nei cinema in versione restaurata e rimasterizzara un capolavoro (e non si esagera) che demolisce con il sarcasmo e la risata il nazismo. Siamo nella Varsavia occupata dalla Germania, con alcuni teatranti che si prendono gioco degli onnipotenti tedeschi e sventano un letale intrigo. Una commedia del travestimento e degli equivoci dal meccanismo perfetto e di acuminata intelligenza, ancora oggi di assoluto divertimento. Si resta ammaliati dalla perizia di Lubistch come di fronte ai virtuosismi di un acrobata. Voto: ovviamente 10.To+Be+or+Not+To+Be1
Operazione riuscita, quella della Teodora di Vieri Razzini che ha osato mandare in sala questa meraviglia del 1942 firmata Lubitsch in versione finalmente restaurata e rimasterizzata, e pure in originale con i sottotitoli, cosa che di solito fa scappare il pigro spettatore italiano. Risultato al di là di ogni aspettativa: decimo posto nella top ten degli incassi dello scorso weekend e la seconda media per sala. Non c’è da gridare al miracolo, ma da essere parecchio soddisfatti sì, sperando che il buon esito faccia da apripista per altre, analoghe operazioni. In America, per non dire nel paese più cinefilo del mondo, la Francia, la riedizione e rimessa in circolo di classici del cinema è pratica corrente e consolidata, che conta su un pubblico minoritario ma fedele, e adesso vediamo se anche l’Italia riuscirà ad allinearsi alla buona abitudine. Intanto, se non l’avete già fatto, non perdetevi To be or not to be, titolo originale di questi film che venne distribuito nell’immediato dopoguerra da noi con il titolo più facile e piacione, ma non indegno, Vogliamo vivere! Siamo ai vertici del leggendario Lubitsch touch, la capacità dell’autore-regista di origine tedesca di trattare con levità e con l’ironia più affilata e acuminata ogni materia, anche la più ostica. Qui addirittura il nazismo. Fare commedia sul nazismo è missione quasi impossibile riuscita a pochi, oltre a Lubitsch, a Chaplin, Mel Brooks, Mihaileanu e qualcun altro (non è riuscita invece l’anno scorso ai ragazzacci finlandesi di Iron Sky). Dunque guardiamocelo, questo To be or not to be (la citazione shakespeariana è giustificata da un’esilarante scena-tormentone che percorre tutto il film) come una spericolata sfida stravinta, come una lezione di cinema, soprattutto di scrittura cinematografica: come una macchina narrativa perfetta, implacabile  e inesorabile, cercando di smontarne e scoprirne ingranaggi e meccanismi di funzionamento. Il bello è che To be or not to be non mostra una ruga, e son passati più di settant’anni, si sorride e si ride ancora moltissimo, si resta incantati di fronte a un racconto che è, semplicemente, irresistibile, senza una zona morta, un inciampo, una caduta di tensione (e di stile). Un capolavoro che ha la grazia ipnotica e insieme inquietante di un duello di lame, o se preferite di una performance acrobatica sull’abisso, e senza rete. Qualcosa da studiare e ristudiare. Messinscena di pulizia assoluta, tersa e rigorosa, essenziale, senza fronzoli, al servizio di una storia priva di fastidiose sovrastrutture che marcia spedita verso i suoi obiettivi. Attori che sono un incanto: Jack Benny, certo, ma soprattutto una Carole Lombard stratosferica per classe, bellezza (molto moderna) e finezza interpretativa: moglie di Clark Gable, sarebbe scomparsa di lì a poco in un incidente aereo. Girato nel 1942, quando la guerra era ancora in bilico, e non era per niente certo che la Germania sarebbe stata sconfitta, il film al suo inizio è ambientato tra 1938 e ’39 a Varsavia, in una Polonia prebellica su cui già incombe la minaccia, e ci fa conoscere una compagnia teatrale capitanata dalla coppia Josef e Maria Tura, marito e moglie nella vita. Conosciamo anche un giovane ufficiale dell’aviazione che corteggia Maria, e lei oscillante tra la fedeltà e l’infedeltà (“quando mio marito incomincia il monologo Essere o non essere, vieni a trovarmi in camerino”). E arriviamo al settembre 1939, quando la Polonia viene invasa dopo il famigerato patto per spartirsela tra Germania e Urss, e Varsavia finisce sotto i nazisti: cominciano l’umiliazione e il terrore per il paese, comincia la guerra su scala europea. La nostra compagnia passa dai trionfi e dai lustrini e dalla gloria alla miseria e alla fame, senza però rinunciare al teatro e alla voglia, nonostante tutto, di recitare e giocare il sempre meraviglioso gioco delle parti e della finzione. Anche a causa del soldatino aviatore e corteggiatore, Maria, Josef e gli altri attori del gruppo si troveranno coinvolti in un intrigo spionistico e in un’azione antinazista che ha per bersaglio un professore polacco sedicente patriota, e in realtà informatore al servizio dei nazisti, tornato da Londra a Varsavia con la lista segreta dei resistenti. Bisogna neutralizzarlo, impedirgli che consegni quei nomi al generale nazi che comanda Versavia, ed è qui che scatta il gioco del travestimento, con Josef Tura che si sostituisce al professore traditore spacciandosi per lui. Non sarà che l’inizio di un funambolico gioco, di un commedia degli equivoci nello stesso tempo ad altissima tensione (sbagliare una mossa significa, letteralmente, morire) e di supremo divertimento. Si resta col fiato sospeso (ecco, la sensazione di acrobazia sull’abisso) a seguire la partita, e ammirati del sommo mestiere con cui Lubitsch dosa ironia, dramma, suspence e perfino romance (dopo di lui forse solo Billy Wilder, non per niente suo allievo e collaboratore, sarebbe riuscito a fare altrettanto). La protervia e la brutalità nazista non sono mai sottaciute e attenuate, e vengono sbeffeggiate, travolte e distrutte con l’arma, in apparenza lieve e invece micidiale, del sarcasmo. Certo, si rimane di sasso vedendo quel che ha osato fare Lubitsch in quel 1942 in cui Hitler ancora poteva diventare padrone definitivo dell’Europa, e la soluzione finale stava entrando nella sua fase di tenebra. Ma Lubitsch, benché ebreo e proveniente da quella Mittel Europa ormai sotto il tallone del Reich, non accenna mai non dico allo sterminio ebraico – di cui forse non si sapeva molto (la questione è storiograficamente controversa) – ma nemmeno alla persecuzione antiebraica, di cui invece molto si sapeva. Censura da parte del sistema Hollywood? Scelta di non toccare un tema così perturbante nel timore che il pubblico non avebbe gradito? In To be or not to be gli accenni all’ebraismo sotto Hitler (e nella Polonia hitlerizzata) ci sono, ma tutti indiretti, allusi, cifrati, mai espliciti. Stanno in particolare nella figura del povero figurante costretto a fare l’alabardiere che sogna di essere un giorno sul palcoscenico a recitare il monologo di Shylock nel Mercante di Venezia: “Non siamo forse come voi? Non abbiamo i vostri stessi occhi? Se ci ferite non sanguiniamo?”. Ecco, Lubitsch ci fa sentire queste parole nel suo film, e un brivido corre lungo la schiena a pensare a quanto stava succedendo ai correligionari di Shylock allora, in quella Polonia, e non solo.

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