Recensione. QUANDO MENO TE LO ASPETTI: torna la coppia Jaoui-Bacri del ‘Gusto degli altri’. Anche stavolta è un incanto, solo che…

tournage "un jour mes princes viendront"Quando meno te lo aspetti (Au bout du conte), regia di Agnès Jaoui. Sceneggiatura di Agnès Jaoui e Jean-Pierre Bacri. Con Jean-Pierre Bacri, Agathe Bonitzer, Agnès Jaoui, Arthur Dupont, Benjamin Biolay.tournage "un jour mes princes viendront"
Torna la premiata coppia Jaoui & Bacri del mai dimenticato Il gusto degli altri. Anche stavolta una commedia corale costruita con grazia inarrivabile e squisitissimo mestiere. Un rondò di vite, di amori e ambizioni, illusioni e delusioni ispirato agli archetipi narrativi delle fiabe. Un incanto, certo. Ma con un che di artificioso e astratto, con personaggi immersi in un mondo a sè, in una bolla che niente ha a che fare con la nostra realtà, il nostro qui e ora. Voto tra il 6 e il 7
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Non è per fare la solita lagna sugli insensati titoli italiani, ma perché un film che si chiama in origine Alla fine della storia deve trasformarsi da noi in Quando meno te lo aspetti? Anche perché il duo di autori Agnès Jaoui/Jean-Pierre Bacri ci tiene a far sapere di essersi voluto ispirare al mondo delle fiabe e delle credenze (e pure superstizioni) in generale, e degli archetipi tra Propp e Jung, tanto da immettere qua e là nel film puntuali citazioni di Cenerentola, Cappuccetto rosso e via favoleggiando. Si tengono d’occhio soprattutto il mito del principe azzurro, e il mito di tutti i miti, l’amore, territorio di ogni possibile emozione, sbandamento, fraintendimento, cecità, illusione, delusione. Però, alla fin fine, questi tanto proclamati riferimento all’universo delle fiabe famose, quelle che hanno solcato la nostra immaginazione, che hanno configurato le menti e l’inconscio dell’Occidente, risultano abbastanza di superficie se non pretestuosi, poco più di una cornice, o se vogliamo di un innesco alla narrazione, che poi si fa libera e autonoma, volatile, e va fortunatamente per conto suo leggera, acuta, sottile, divertita, divertente, come sempre in Jaoui & Bacri: sì, la premiata ditta che per Alain Resnais ha scritto due capolavori, due film da adorare, Smoking/No Smoking e l’inarrivabile (lo amo alla follia) Parole parole parole… E che poi, all’alba degli anni Duemila, si è messa in proprio anche per quanto riguarda la regia e, ricordate?, ha realizzato il clamoroso successo, pure in Italia, dello squisitissimo Il gusto degli altri. Sono seguiti altri film, nessuno che però abbia eguagliato per perfezione compositiva e strutturale, per brillantezza e capacità di restituire ambienti e persone, quella loro prima opera. Il modo e il metodo non sono mai cambiati, rimanendo Jaoui & Bacri fedeli a se stessi e al proprio marchio di fabbrica. Dunque, storie sempre corali e multifocali, con più personaggi le cui traiettorie si intersecano e incrociano e anche aggrovigliano fino a disegnare di volta in volta nitide figure geometriche, oppure arabeschi e ghirigori, in un movimento incessante quasi danzato di incontri, scontri, avvicinamenti e allontanamenti, punti di frizione e attrito, contatti e fusioni. Come in un Woody Allen che abbia conosciuto, e sia cresciuto con, Marivaux (quanto marivaudage, però, nel cinema francese contemporaneo e moderno, da Rohmer fino a Kéchiche), con la grazia e la levità (e il disincanto) spesso di un Mozart-Da Ponte. Opere che tendono a essere operine, il diminutivo non essendo una diminutio, ma indicando un sovrappiù di garbo e grazia, e un meno di pensosità, pososità, seriosità, alterigia, arroganza intellettuale. Stavolta, anche stavolta, in questa dichiarata calvalcata attraverso le mitologie e gli archetipi dell’innamoramento e dell’amore firmata Jaoui & Bacri (che continuano nel loro sodalizio professionale, ma hanno nel frattempo interrotto quello che li legava nel privato), vediamo un nugolo di figure muoversi e relazionarsi tra loro mosse sì dal desiderio e dalla voglia di innamorarsi, ma anche da altre pulsioni meno dichiarate e meno nobili e più socialmente stigmatizzate, come l’ambizione, la rincorsa del denaro e del successo, la ricerca dell’eterna giovinezza. Laura, ragazza assai râcé di una bellezza differente e come fuori dal tempo (è l’Agathe Bonitzer vista l’anno scorso alla Berlinale in À moi seule e prima in La belle personne di Christophe Honoré), è in cerca del suo prince charmant, crede nei segni del destino e del caso, e quando incontra Sandro, musicista-pianista, pensa di averlo trovato, il suo principe. Lei è la ricca, Sandro è il bello e abbastanza povero e sarà lui, in una sorta di Cenerentola capovolta, a perdere la scarpa a una festa. Sarà amore tra i due (in una Parigi-fondale quasi astratta e stilizzata), e intanto conosciamo chi sta loro accanto, intorno, o nei paraggi. Il padre di Sandro, titolare di una scuola guida, turbato da una vecchia profezia che gli ha predetto la morte un 14 marzo ormai prossimo. Il padre di Laura, industriale sotto indagine per inquinamento, e la madre, stordita da botox e lifting e altri fluidi e filtri e trucchi per fermare il tempo (nella ripartizione dei ruoli fiabeschi credo le tocchi la parte della strega di Biancaneve). La zia di Laura, attrice in perenne ricerca di ruoli, che vivacchia facendo animazione con i bambini di una scuola elementare (e mettendo in scena con loro le fiabe classiche), svagata e ancora inquietamente romantica e insicura, separata dal marito e in cerca di un nuovo baricentro esistenziale. Ancora: la collega di Sandro, segretamente pazza di lui, ma da lui disdegnata. E soprattutto il tenebroso Maxime (che di cognome fa Wolf, insomma lupo cattivo), cui tocca il ruolo del demonio tentatore, colui che destabilizzerà l’amore tra Laura e Sandro (a proposito, come mai questi due nomi italiani per i due protagonisti?), seducendo lei e instillando in lui il germe dell’ambizione e della carriera. Lo interpreta come meglio non si potrebbe Benjamin Biolay, irresistibile faccia tenebrosa, occasionalmente attore, ma soprattutto uno dei musicisti più amati in Francia dalla popolazione branché, nonché ex marito di Chiara Mastroianni. Quando meno te lo aspetti è un godimento vero, si lascia seguire nelle sue trame e nei suoi personaggi senza un attimo di noia. Ci si affeziona a Sandro, Laura, Marianne, Elenoire, Jacqueline, Pierre come a dei cari amici o parenti o compagni di strada. Jaoui e Bacri come sempre sanno comunicarci il respiro della vita e del vivere con una scrittura straordinariamente empatica verso i loro personaggi e vibrante, prensile. Si sorride e si ride parecchio, si resta conquistati e irretiti dai giochi del caso e delle necessità, da questo rondò disincantato e insieme aggraziato dove tutti si toccano, si sfiorano, si avvicinano e allontanano come in un gran ballo collettivo, dove le scene di gruppo si alternano a quelle dei singoli e delle coppie (stabili o effimere, ma più le seconde delle prime). Una delizia, ecco. Solo che, alla fine del film, au bout du conte, si resta anche perplessi, con la sensazione di aver vissuto per un paio d’ore in compagnia dei personaggi in una specie di bolla, di mondo a parte, artificiale, che poco o niente ha a che spartire con il mondo reale, sporco e impuro e imperfetto, in cui tutti ci tocca vivere. Anche se il film pretende di mimare il vero e il reale, e di essere più vero del vero, i suoi riferimenti all’oggi, alla cosiddetta attualità, sono labili se non inesistenti, come intenzionalmente piallati via. L’impressione è di assistere a una vicenda assolutamente fuori dal tempo, che potrebbe svolgersi indifferentemente ieri, oggi, domani o dopodomani, e nulla cambierebbe. Nell’intenzione di rifare e ricostruire gli archetipi narrativi delle fiabe, Jaoui e Bacri finiscono col de-realizzare completamente la loro narrazione, comunicandoci un che di inautentico, fittizio, impossibile, di così-non-può-essere. Non è l’impressione che provai vedendo a suo tempo Il gusto degli altri, che mi sembrò molto più immerso nella realtà di questo. Ecco, mi piacerebbe che Jaoui e Bacri, ormai di magistrale abilità nello scrivere copioni, la prossima volta provassero a confrontarsi davvero con il mondo, a sporcarsi con con questo nostro mondo.

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