Cannes 2013. Recensione. LA DANZA DE LA REALIDAD: Jodorowsky realizza il suo Amarcord (e piace davvero)

la-danza-de-la-realidad-alejandro-jodorowsky-cannes6-02La danza de la realidad (La danza della realtà), regia di Alejandro Jodorowsky. Con Brontis Jodorowsky, Pamela Flores, Jeremias Herskovits, Cristobal Jodorowsky, Adan Jodorowsky. Musica di Adan Jodorowsky e Jonathan Handelsman. Presentato a Cannes alla Quinzaine del Réalisateurs.La+danza+de+la+realidad
Torna dopo due decadi il regista di El topo e La montagna sacra, il venerato maestro e precursore di ogni cinema neosurrealista-anarchico-fantastico (ogni allusione a Holy Motors è voluta). E torna raccontandoci, con molta libertà e molta invenzione (altrimenti non sarebbe Jodorowsky) la sua infanzia  in un villaggio del Nord del Cile negli anni Venti. Lo stile e i modi sono quelli di sempre, ma stavolta Jodorowsky aggiunge un che di gentile e sorridente che non gli si conosceva. Un film bello e sorprendente. A conti fatti, una delle cose migliori di Cannes 2013. Voto tra il 7 e l’8.

Jodorowsky sul set

Jodorowsky sul set

A Cannes, alla fine della proiezione al cinema Croisette-Marriott, c’è stata l’ovazione, e tutti in piedi a battere le mani quando lui, Alejandro Jodorowsky, un mito vero del cinema fantastico, un venerato maestro, è salito agile sul palco nel pieno possesso delle sue facoltà fisiche, alla faccia degli 84 anni (con pure una certa somiglianza, come ha fatto notare il critico del Guardian Peter Bradshaw, con Michael Haneke). Vero, quando a un festival l’autore è presente in sala gli applausi aumentano sempre di intensità, si eccede un filo in devozione e magari in piaggeria, però stavolta gli applausi erano sinceri e non di circostanza, e il film è davvero piaciuto, oltre ogni aspettativa. Una ragazza sui vent’anni si è pure catapultata sul palco ad abbracciare il regista e a baciarlo, piangendo e ripetendo “grazie, grazie”. Esagerata. Però anche questo dà l’idea di quanto abbia pigliato e catturato La danza de la realidad, ritorno al cinema a due decadi di distanza da Il ladro dell’arcobaleno del signor Jodorowsky. Del resto, questo Cannes è stato proprio il suo Cannes, non ce n’è. Oltre a La danza de la realidad, la Quinzaine ha pure proiettato un documentario sul suo mitologico progetto di un film tratto da Dune, poi portato in cinema da David Lynch. Non bastasse, Nicolas Winding Refn gli ha dedicato il suo Only God Forgives. Felice ritorno, si diceva: La danza della realtà è un’autobiografia degli anni di infanzia e prima adolescenza con ampi inserti di non realismo, anche di invenzione e di romanzesco (il padre aspirante attentatore del dittatore Carlos Ibañez e suo servo di scuderia: cose che non accaddero veramente) e ancora più ampie incursione nel fantastico e nel fantasmagorico, negli eccessi e nelle deformazioni barocche, sennò che Jodorowsky sarebbe? Un film che è piaciuto perfino a me che, lo ammetto, non ho mai digerito il cinema del cileno-francese AJ, anche quando era obbligatorio farselo piacere, mi riferisco al crinale tra fine anni Sessanta e inizio Settanta, allorchè apparvero in sequenza i suoi due film più famosi, El Topo e La montagna sacra e vederli e amarli divenne un dovere politico per tutti i ragazzi del Sessantotto. Un dovere, giacché eran ritenuti esempi di un cinema anarchico, periferico, sotterraneo (anzi underground), tragressivo (orrenda parola, in quel tempo usata fino all’abuso), dunque rivoluzionario, contrapposto a quello imperialista-hooywoodiano veicolo del dominio e del Male. Film del disordine, che l’ideologia imperante gauchiste santificava e promuoveva a capolavori assoluti e opere imprescindibili. Per carità, c’era del buono e dell’interessante nel Topo e nella Montagna sacra, tant’è che sono entrati dritti nella storia del cinema (ne parla anche Mark Cousins nella sua monumentale – un libro e, a seguire, 15 episodi video – A Story of Film), e fatto di Jodorowsky un riferimento per ogni successivo cinema tendente al fantastico, all’onirico, al sovvertimento anarchico delle forme e dei linguaggi: compreso, sia ben chiaro, l’Holy Motors di Leos Carax, che a quegli esperimenti deve senza dubbio qualcosa. Sì, certo, Jodorowsky – come il suo contemporaneo e affine Francisco Arrabal – a sua volta molto doveva al cinema ispirato alle avanguardie storiche, surrealismo e dadaismo, quello del primo Buñuel, di Cocteau, e doveva molto a Ted Browning e al suo cinema dei freaks, delle deformazioni e dell’eccesso, e ovviamente a Fellini, che a quel tempo aveva già prodotto il suo meglio. Come definirlo? Forse, più che surrealista, cinema di realismo magico, come si diceva in quei primi anni Settanta di tanta letteratura ispanica e sud americana dove la realtà trasmutava alchemicamente nel fantastico. Solo che il nostro andava giù durissimo con i simbolismi più grevi e i giochini junghiani & freudiani, e non era mica così facile digerirlo, e mi ricordo ancora nella Montagna sacra la scena della merda che si trasforma in oro (o era viceversa?), secondo un’equivalenza simbolica da bigino di psicanalisi. Ecco, una visione di cinema che io – in Jodorwosky e in altri autori – posso anche apprezzare, ma che non sono mai riuscito ad amare perché, in fondo, non mi è congeniale. Quando ho visto nel programma della Quinzaine (che, ripeto, è una rassegna autonoma e parallela, e non fa parte del Festival di Cannes ufficiale) di questo ritorno di Alejandro Jodorowsky, ho pensato di andarci più per dovere e per non perdermi l’evento del suo ritorno. Pronto, per l’appunto, più ad apprezzare che ad amare La danza de la realidad. Invece, comne ogni tanto capita, sono rimasto poi spiazzato e sorpreso dal film, e abbastanza conquistato. Sì, lo Jodorowsky che conoscevamo – il suo cinema visionario, delirante, sospeso tra conscio e inconscio, barocco, gonfio di segni fino a scoppiare, sgargiante, rutilante, massimalista – c’è tutto, però come depurato di ogni grevità. Una narrazione che fila via senza intoppi, in cui i passaggi tra reale e fantastico non sono mai forzati, mai artificiosi, ma piani e naturali, con, oltretutto, molti momenti di divertimento assoluto. Anche se citare Fellini è banale e perfino imperdonabile, qui non se ne può fare a meno, perché questo è proprio, indubitabilmente, l’Amarcord di Jodorowsky. Non solo perché rievoca i suoi anni infantili, ma perché lo fa con l’arma e lo scandaglio di una memoria lucidissima, attraverso la dilatazione onirica e, talvolta, anche l’invenzione spudorata e gaglioffa. Non tutti gli espisodi sono veri (il padre, come si diceva, diversamente da quanto ci viene mostrato, non ha mai attentato alla vita del dittatore cileno Carlos Ibañez, pur essendo stato un suo acerrimo oppositore), ma che importa. Qui, forse, c’è più danza che realtà, e va bene così. A importare davvero è l’immediatezza del racconto, sono i personaggi e le storie che scorrono davanti ai nostri occhi, è la vitalità di figure e figurine, la trama degli episodi maggiori e minori. Siamo a Tillocalpa, villaggio cileno del Nord dove chissà come e perché sono arrivati a un certo punto gli Jodorwosky, padre madre e figlio, ebrei di origini ucraine. Il padre è un duro, maltratta il piccolo Alejandro, un filo troppo dolce e languido con quei boccoli biondi, affinché diventi un maschio tosto: lo costringe a una seduta dal dentista senza anestesia, gli impone di entrare da mascotte con tanto di fiammeggiante divisa nella locale squadra di pompieri. La famiglia ha un negozio in cui si vende di tutto chiamato Ukrania, tanto per non lasciare dubbi, con gigantogrtafia all’interno di Josef Stalin, di cui papà è un entusiasta estimatore (ma allora perché se ne è andato via?). Conosciamo la vita del villaggio, dove le differenze di classe sono abissali, dove ci sono i supporters del neodittatore, il generale Ibañez, l’uomo di ferro del Cile di allora, e gli oppositori clandestini di tendenze anarcoidi-social-comuniste, con cui ovviamente flirta il padre di Alejandro. C’è un circo, c’è un bordello, tanto perché il regista possa ulteriormente fellineggiare. Ci sono scene potenti, come quella dei campesinos (o minatori?) ridotti a vagare nel deserto affamati e senza una goccia d’acqua perché ritenuti portatori di un’epidemia. C’è la lunga parte del padre che si ingrazia il dittatore diventando suo stalliere per poi poter attentare alla sua vita. Ma quella che non si dimentica è la giunonica madre di Alejandro, la quale si esprime solo cantando come in un’opera, e che trasforma in spettacolo e melodramma ogni momento di minima quotidianità. E alcune sue scene sono semplicemente irresistibili. C’è tanto di godibile e di bello, in La danza de la realidad, in cui Jodorowsky resta fedele a se stesso e al suo cinema di sempre e nello stesso tempo riesce a rendercelo più fresco e dolce, e sorridente. A rendere l’operazione ancora più densa c’è che a interpretare la figura del padre Alejandro Jodorowsky ha chiamato il figlio Brontis, aggiungendo un sapore forte freudiano a un piatto già ricco di suo. Gli analisti avranno di che scatenarsi quando vedranno la sequenza del padre torturato ai testicoli dagli sgherri del dittatore: siamo in pieno Edipo, anche se non si capisce da che parte della coppia edipica stia Alejandro Jodorowski, il che, se vogliamo, aggiunge un’ulteriore nota di surrealismo e di beffa al film. E se scorrete la lista dei crediti, vedrete che ci sono altri Jodorowsky: questo La danza de la realidad è un vero affare di famiglia.

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