Recensione. SLOW FOOD STORY: Carlo Petrini da Bra e le vite dei nuovi santi

466464-Slow-Food-Story-di-Stefano-SardoSlow Food Story, regia di Stefano Sardo. Con Carlo Petrini. Uscito il 30 maggio nei cinema, distribuito da Tucker Film.SFS06_CarloPetrini_ArchivioSlowFood
Un documentario sull’irresistibile ascesa del fondatore di Slow Food, dagli inizi militanti nella piccola patria di Bra, Piemonte, al ruolo di guru mondiale del cibo buono, ‘lento’ e politicamente corretto. Con il rischio, non del tutto evitato, dell’agiografia. Voto 5.Slow-Food-Story-miniatura
Così Carlo Petrini da Bra, gloriosa piccola città piemontese, è diventato il guru mondiale del cibo sano, lento, genuino, sano, verace, ‘naturale’ (sarò obbligato molte volte all’uso delle odiose virgolette in questo pezzo) e quant’altro. Tanto che qualcuno lo vedrebbe volentieri insignito del Nobel per la pace, e mica è detto che i signori ideologicamente correttissimi di Oslo e Stoccolma non glielo diano un giorno l’altro (ce ne hanno già fatte di sorprese). Dunque, Carlo Petrini, uscito m’è sembrato di capire dal film dal magma ribollente della ’68-culture italiana, dopo anni di militanza e impegno politico à gauche in posizioni vicine al Manifesto (se sbaglio mi corriggerete, per favore), dopo aver vissuto e cavalcato la stagione delle radio libere con una emittente alternativa nella sua città, dopo aver partecipato non solo da spettatore a qualche edizione del Club Tenco allora percepito come l’anti Sanremo, ecco, verso la metà degli Ottanta ha la giusta folgorazione, l’intuizione della vita: il cibo. Il Fast Food delle tanto vituperate multinazionali invadeva allora il globo? E lui inventa per contrapposizione lo Slow Food. Che vuol dire tante cose, che assomma e riunisce in sè plurimi significato. È il cibo della ‘base’ contadina e non dell’industria alimentare, è il cibo del popolo e anche popolare, è il cibo legato – come si usa dire – al territorio e dunque espressione della sua ‘cultura materiale’, è il cibo da consumare lentamente secondo ritmi ‘naturali’, rilassati, non dettati dalla frenesia del consumo coatto e dell’efficienza indotta. Aveva cominciato, Petrini, nell’Arci Gola, poi, nell’86, ecco la fondazione di Slow Food. Sarà l’inizo di un’escalation impressionante. Adesso l’associazione è presente in tutto il mondo, i presidi SF pure, ci sono il Salone del Gusto a Torino e la vetrina di Madre Terra, c’è un’Università che sforna esperti in cibo ‘buono’. Tutto questo, dall’inizio dell’avventura a oggi, è raccontato e ci viene mostrato nel documentario Slow Food Story, presentato alla scorsa Berlinale  – una delle pochissime cose italiane viste al festival – e uscito lo scorso 30 maggio nelle sale cinematografiche del nostro paese distribuito da Tucker Film. Il regista Stefano Sardo adotta un linguaggio immediato e trasparente, al servizio del racconto, senza cadere però in modi vetusti, con un piglio da cinema giovane e modernizzante e indie-italiano, con una qualche prudente rupture e spezzatura nel montaggio e nell’assemblaggio dei materiali narrativi. Il film si lascia vedere eccome, trattasi in fondo di una storia incredibile e appassionante, dell’ascesa irresistibile di un personaggio a modo suo geniale. Ma non riesce a evitare davvero l’agiografia. In fondo, Slow Food Story resta il ritratto di un santo contemporaneo e laico, San Carlo Petrini da Bra, e il magnificare delle sue opere. Tanto che a me le cose più interessanti son parse certe annotazioni di margine, certi momenti laterali del film, come la naturale capacità di Petrini di fare spettacolo, di essere un grande intrattenitore e affabulatore, talvolta fino all’istrionismo. Perché anche di quella stoffa è fatto un leader. Per carità, il regista Sardo non si mette mai in ginocchio e in posizione acriticamente adorante, e usa abbondantemente ironia e divertimento. Ma la figura di Petrini è così strabordante da trasformare inevitabilmente il film in piccolo monumento, senza il ricorso smaccato alle fanfare certo, ma pur sempre monumento. C’è parecchia carica ideologica, credo, nella parabola di Slow Food. Petrini intuisce che, nella dilagante depoliticizzazione e nel rampante consumismo dell’Occidente dopo i bollenti anni Sessanta e Settanta, il cibo può assumere un ruolo – anche culturale – centrale. Oltre che sostitutivamente, surrogatoriamente, politico. La carica antisistema, antiborghese, ribelle e terzomondista dei decenni precedenti trova nel cibo ‘di base’ il proprio nuovo simbolo, il nucleo irradiante. Piccoli contadini contro le multinazionali agroalimentari. Le tradizioni a tavola dei paesi poveri contro il dilagare in ogni angolo del pianeta dei prodotti omologati, insapori e inodori. La mistica del ‘miglio zero’ contro la catena industriale e commerciale che sposta ingenti quantità da un continente all’altro. Soprattutto, il ritorno alla natura contro la progressiva (e presunta) de-naturalizzazione del food. Per quanto mi riguarda, trovo che questa mistica del buon cibo abbia più a che fare con l’ideologia che con la razionalità, ma è un’opinione personale credo non molto condivisa. Di fronte a tutto questo parlare di food nobilmente, politicamente corretto, mi viene in mente la smania degli anni Cinquanta e Sessanta di andare per le campagne la domenica in Seicento o in Vespa in cerca del ‘cibo genuino dei contadini’. Ecco, siam sempre lì, a quella smania di genuinità, solo che ora le si è creato intorno un imponente apparato culturale. Ma va bene così. In fondo, Slow Food è una delle poche invenzioni di successo mondiale che abbia avuto l’Italia in questi ultimi decenni di declino.

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