Recensione: THE BAY di Barry Levinson. Un eco-horror (in found footage) che fa troppo la predica

Barry Levinson sul set

Barry Levinson sul set

The Bay, regia di Barry Levinson. Con Christopher Denham, Kristen Connolly, Michael Beasley, Lauren Cohn, Jane McNeill, Alisa Harris, Anthony Reynolds, Andy Stahl.Schermata 2013-06-08 a 14.29.04
Un horror ecologista-catastrofista su un organismo mutante che produce vittime e disastri in una cittadina del Maryland. Ma la mutazione letale è quella del film, che da spettacolo e intrattenimento vira inesorabile verso la predica e il manifesto ecologista-catastrofista-indignato con venature complottistiche. Si salva però la regia di Barry Levinson, il 71enne autore di Rain Main e Sleepers, che alla prese con la tecnica falso-documentaristica del found footage se la cava molto bene. Voto 5 e mezzo
95287_gal-1Quel che davvero è interessante di The Bay è che un veterano del sistema Hollywood come Barry Levinson, classe 1942, uno che ha in curriculum cose come Rain Man e Sleepers, si cimenti con una tecnica (che è anche un maniera e un manierismo ormai) di solito adottata da giovani e giovinastri della macchina da presa quale il found footage. Ovverossia il mockumentary, il falso documentario, nella variante in cui si finge il ritrovamento e l’utilizzo di materiali video girati da protagonisti o testimoni delle vicende raccontate. Per capirci, The Blair Witch Project come prototipo e poi, via via, i vari Cloverfield (notevole e sottovalutato), Chronicle (notevolissimo), Paranormal Activity. E il regista di quest’ultimo, Oren Peli, è uno dei produttori di The Bay, a segnalare un filo rosso, una continuità. Barry Levinson da ottimo artigiano se la cava bene in questa sua nuova avventura, e il montaggio di vari (e falsi) materiali ritrovati – le registrazione di una giovane giornalista, le riprese di videocamere di controllo, filmati di telefonini e camere digitali, più foto, email, perfino sms – è organizzato e orchestrato come meglio non si potrebbe. Il veterano insomma non sfigura a paragone di un Oren Peli, anzi dà prova di una saldezza narrativa e di un fluidità nel passaggio da un formato all’altro invidiabili. Ma qui finiscono, temo, i pregi, e i segni più, di The Bay. La vicenda difatti ha un forte sapore di déjà-vu e scade spesso, anzi sempre, nel predicozzo ecologista-catastrofista con venature paranoidi da conspiracy theory, dando vita a un miscuglio francamente indigesto: perfino più del repellente mostriciattolo che si impossessa nel film degli umani, li divora dal di dentro, e al quale tocca nel plot la parte del villain, del nemico, della creatura maligna da combattere e abbattere. 4 luglio 2009, giorno del ringraziamento: siamo a Claridge, Maryland, classica e ridente, molto ridente, cittadina di mare stracolma di nativi e gitanti e turisti pronti a buttarsi nel caravanserraglio della festa, tra gare a chi si ingozza di più e passerelle di Miss Crostaceo. D’improvviso qualcosa di terrificante succede, una donna urla, ha il corpo pieno di pustole e lesioni. Non è che l’inizio di una mattanza che nel giro di una sola giornata produrrà 700 morti. Il pericolo viene dal mare, esattamente come nell’archetipico e qui fedelmente citato e quasi ricalcato Squalo di Spielberg, anche se stavolta si tratta non di fauci dai denti di lama, ma di un microrganismo che, a causa dell’inquinamento della baia (soprattutto da steroidi contenuti nel mangime del locale allevamento di polli) è cresciuto a dismisura impossessandosi prima dei pesci, poi degli umani cui è bastato ingerire del cibo o dell’acqua contaminata dalle larve del mostro per diventarne vittime. Proprio come nello Squalo c’è un sindaco inetto che, per paura di creare panico e rovinare la festa e l’immagine del villaggio, sottovaluta colpevolmente il pericolo e i segnali di allarme già chiari da tempo: almeno da quando due giovani oceanografici si erano resi conto di quanto stava succedendo là sotto, nelle acque fetide della maledetta baia. Peccato che i loro report regolermante inviati alle autorità fossero rimasti lettera morta. The Bay non è un thriler così cattivo, non maca di tensione e il mostro fa davvero schifo come ha da essere, solo che è appesantito e intriso di tutte le possibili retoriche ecologiste, di tutte le indignazioni anti-industrualiste e neo-rousseauiane, e pure di quell’odio anticasta secondo il quale i politici e in genere i poteri pubblici son tutti codardi e incapaci, per non dire corrotti. Più che un sano (o malsano, che fa lo stesso) intrattenimento, questo pur impeccabilemente girato lavoro di Levinson rischia di essere un manifesto, un monito morale e pure moralista, una predica, ed è una mutazione letale che finisce col depotenziarlo e paralizzarne l’efficacia spettacolare. Ma il veo limite sta nel racconto. Dopo mezz’ora sapiamo già tutto, cosa è successo e cosa succederà, cosa c’è sotto e dietro alla catastrofe di Claridge, già ridente cittadina del Maryland ora anticamera dell’inferno. Solo che poi si tira avanti per un’altra ora, e francamente è troppo. Se il film sta in piedi è per la notevole abilità registica di Levinson, che mostra una padronanza del found footage – della tecica, del linguaggio – da cineasta ventenne. Disastro comunque al box office americano. The Bay è stato nei cinema solo per un weekend, dove ha incassato la miseria di 30mila dollari, con una media per sala risibile, tant’è che l’hanno tolto subito dalla circolazione. Adesso rispunta nei cinema italiani, e vediamo se funzionaerà meglio che in patria.

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