Cannes 2013. THE LUNCHBOX (recensione): un film indiano che è piaciuto immensamente al pubblico

The Lunchbox 1The Lunchbox (Dabba), regia di Ritesh Batra. Con Irrfan Khan, Nimrat Kaur, Nawazuddin Siddiqui, Denzil Smith. Presentato alla Semaine de la Critique, vincitore del Prix Grand Rail d’Or assegnato dal pubblico. Visto successivamente a Milano alla rassegna Cannes e dintorni.The Lunchbox 2
Mumbai. Saajan è un probo impiegato alle soglie della pensione, Ila una giovane donna invischiata in un matrimonio insoddisfacente. A metterli in contatto sarà un disguido: il lunchbox (vedi alla voce milanese schiscetta) con cui lei ogni giorno invia al consorte in ufficio il pranzo, finisce sulla scrivania di Saajan. Si scambieranno attraverso quella scatola di metallo biglietti e messaggi, sogneranno di conoscersi e, insieme, di cambiare le loro vite. Un film di vite minime e oneste, tra Olmi e certo nostro cinema anni Quaranta-Cinquanta (Monsù Travet, Policarpo ufficiale di scrittura). Un cinema ben fatto, ma anche prevedibile e convenzionale e un filo polveroso. Qui a Milano a Cannes e dintorni è piaciuto immensamente al pubblico, e se va avanti così potrebbe diventare un successo internazionale. Voto 6.The Lunchbox 4
Uno di quei film che a Cannes non sono riuscito a vedere e che sto recuperando adesso a Milano alla rassegna Cannes e dintorni alla media di un paio al giorno. Parlando con qualcuno, e orecchiando gli scambi di opinione di qualche vicino di poltrona (soprattutto vicine: le spettatrici prevalgono a questa rassegna, e non solo a questa), mi sono reso conto che tra tutti i film proiettati finora quello che ha riscosso il massimo gradimento non è il capolavoro di Kéchiche (e Palma d’oro) La Vie d’Adèle, anche perché molti non ce l’han fatto a trovare il biglietto, ma, incredibilmente, questo piccolo film indiano che, diciamolo pure, a Cannes è stato abbastanza snobbato dalla stampa. Mandato in concorso alla molto cool e cinefila Semaine de la Critique, ha sì suscitato un certo passaparola, ha sì ottenuto un premio del pubblico (il Grand Rail d’Or), ma non è entrato nel Palmarès ufficiale, dove, vale la pena ricordarlo, ha dominato – meritatamente – Salvo del duo Grassadonia-Piazza. Rovistando su Internet ho letto qualche recensione anglofona molto positiva di The Lunchbox, e a questo punto, assemblando le varie tessere del mosaico, mi vien da pensare che questo film indiano (però con contributi finanziari e tecnici anche stranieri) potrebbe avere un’ottima carriera internazionale e un bel successo nei vari circuiti art-house, e, chissà, se le cose si incastrassero al punto giusto, pure qualche soddisfazione nella prossima stagione americana dei premi. Stiamo a vedere. Intanto, mi ha colpito il palpabile entusiasmo di gran parte del pubblico qui a Milano. Un pubblico informato e acculturato, dall’età media non bassissima, che di sicuro ama il cinema cosiddetto d’impegno, a patto che non devii troppo da una certa sicura e tranquillizzante medietà. No estremismi, no radicalismi, né di contenuto né di forma: l’ormai leggendaria professoressa democratica descritta da Berselli, la quale costituisce da sempre il nerbo, lo zoccolo durissimo dei consumi culturali nel nostro paese, non gradisce l’avventura. Invece per lei – e per il pubblico di cui è diventata l’emblema – The Lunchbox è perfetto, perfettissimo. È esotico e un filo terzomondista, anche se non miserabilista (ci mostra un’India del ceto medio non sprofondata nella fame e nella povertà, però speziata e con abbondanti ciaffi colorati), racconta una storia piccola e universale di persone perbene, qualunque e piene di dignità. Ha un che di melodrammatico ma senza esagerare, un mélo sempre trattenuto, pudico: quello che una volta si sarebbe detto un film da festival, ma che oggi anche in un festival risulta un attimo datato, polveroso, senza certe arditezze ormai indispensabili. Quanto a me, ho apprezzato, ma non ne sono andato pazzo. The Lunchbox riecheggia mille altri film già visti, è prevedible e anche convenzionale nelle sue premesse e nel suo sviluppo narrativo. Dignitoso, ecco, anche un filo facile e ruffiano se vogliamo, dietro quell’aria pudibonda. Siamo a Mumbai, città-caos simbolo dell’India moderna e in preda alla frenesia dello sviluppo. Ma il protagonista Saajan Fernandes, un probo impiegato di un ufficio reclami in procinto di andare in pensione, sembra uscito da certi film italiani anni Quaranta-Cinquanta. Il brav’uomo qualunque dedito alle sue scartoffie e ai timbri, meticoloso fino all’ossessione, di specchiata integrità, cui poi capita qualcosa che rischia di farlo deragliare dal suo ambiente, dalle sue consuetudini. Ecco, mi vengono in mente Policarpo ufficiale di scrittura o Monsù Travet di Mario Soldati, o Il delitto di Giovanni Episcopo e Il cappotto, entrambi di Lattuada. Vedovo, Saajan medita, una volta ritiratosi dal lavoro, di lasciare Mumbai e andarsene a vivere in un tranquillo e più salubre villaggio. Ma il destino è in agguato sotto forma di lunchbox, uno di quei contenitori di cibo che vengono recapitati negli uffici indiani all’intervallo di colazione da un rudimentale ma efficientissimo sistema di distribuzione fatto di omini in bicicletta. Come tradurre lunchbox? Nei sottotitoli hanno usato il macchinoso e bruttarello porta-pranzi, io opterei per una meravigliosa e perfetta parola in dialetto milanese, schiscetta, la scatola metallica con chiusura stagna che ogni operaio negli anni Cinquanta-Sessanta si portava da casa con dentro il cibo da riscaldare al momento del pranzo (le mense non c’erano quasi, figuriamoci i ticket). Dunque: Saajan si vede recapitare un lunchbox con del cibo delizioso, il meglio che abbia mai mangiato. Si tratta di un disguido: quel pranzo l’ha cucinato Ila, una giovane donna con una bambina in età scolastica e un marito sgarbato e disattento, e porprio in ufficio dal marito quella schiscetta doveva arrivare. Invece, eccola sulla scrivania di Saajan. Dopo un po’ diventerà anche il mezzo di una fitta corrispondenza tra i due sconosciuti, sul genere Scrivimi fermo posta di Lubitsch, o C’è post@ per te di Nora Ephron, solo che qui i biglietti che Saajan e Ila si scrivono vengono nascosti lì, nel lunchbox. Ed è l’idea migliore del film. I due, senza mai vedersi, cominciano a confidarsi le proprie pene, le speranze e anche a fantasticare uno dell’altra. Ila ha capito che il marito la tradisce e vorrebbe andarsene, ma dove? Saajan sente che quella giovane donna potrebbe essere per lui un nuovo inizio. Lei gli dà un appuntamento, Saajan ci va, ma all’ultimo momento si tira indietro, non si fa riconoscere. Succede poco in questo film, ma quel poco è benissimo scritto dal regista Ritesh Batra (anche sceneggiatore) e ben girato. Se vogliamo in modo assai tradizionale e convenzionale, senza grandi ricerche formali o di linguaggio. Un film che, cinematograficamente, non azzarda niente e si accontenta di raccontarci la sua storia. Silenzi, illusioni, delusioni. C’è anche qualcosa del primo Olmi, qualcosa di De Sica e del loro amore e rispetto per la piccola gente. E c’è qualcosa di Breve incontro di David Lean, due sconosciuti che si incrociano e che per un attimo credono di poter cambiare il corso delle proprie vite. Un film terso, trasparente, onesto, semplice semplice. Purtroppo anche troppo adagiato in solchi narrativi (e stilistici) troppo conosciuti. Ma alle professoresse democratiche di tutto il mondo piacerà moltissimo.

 

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