Cannes 2013, recensione: OPIUM. Cocteau, l’oppio e l’amore per Radiguet (il film è oggi 23 giugno al Festival Mix di Milano)

049033049039Opium, regia di Arielle Dombasle. Con Grégoire Colin, Samuel Mercer, Marisa Berenson, Julie Depardieu, Hélène Fillières, Valérie Donzelli, Jérémie Elkaïm, Niels Schneider. Presentato fuori concorso a Cannes 2013 nella sezione Cannes Classics. 049035
Lanciato a Cannes il mese scorso, lo si può vedere stasera – domenica 23 giugno – al Festival Mix di Milano (qui il programma), ed è un film da non perdere. Messa in scena, tra biografia e musical, di un pezzo nella vita di Jean Cocteau, quando conosce, ama e perde il suo giovane amante, lo scrittore Raymond Radiguet. Quando diventa oppiomane e cerca poi di disintossicarsi. Intorno, la Parigi delle avanguardie storiche, dei Ballets Russes, delle sperimentazioni artistiche ed esistenziali. Ma Opium non è un biopic, e ambiziosamente mescola i generi e cerca di ricostruite l’universo grafico-stilistico di Cocteau in tableaux vivants e numeri musicali. Operazione cerebrale, più di forma che di sostanza, ma ricca di eleganza e visualmente interessante.049034
Basterà qualche, peraltro morigerata, scena d’amore tra Jean Cocteau e il suo giovane amante Raymond Radiguet (sì, lo scrittore enfant terrible del Diavolo in corpo) a fare di questo Opium un film gay? Mah, ci sarebbe innanzitutto da intendersi su cosa sia e cosa significhi la stessa categoria di cinema gay. Fatto sta che il Festival Mix di Milano, che al cinema Lgbt è dedicato, l’ha incluso quest’anno nel suo programma, e stasera (domenica 23 giugno) il pubblico – mica solo quello gay – potrà vedere e farsi un’opinione circa questo strambo, eccentrico, quai inclassificabile film presentato a Cannes il mese scorso inopinatamente nella sezione Cannes Classics (l’hanno proiettato in abbinata a La bella e la bestia di Cocteau di cui si ricordava il cinquantenario della morte). Strambo, dicevo. Come definire se no un film che è biopic ma non troppo, che racconta sì un pezzo di vita di Jean Cocteau ma vira anche in musical – ed è la cosa più interessante – o in art movie che intende riprodurre l’universo grafico e i i codici stilistici del suo protagonista? Onirismi in bianco e nero si alternano a sequenze che somigliano molto a tableaux vivants dove si muovono (insomma, più immobili che moventi) Cocteau, Radiguet e una folla di ricchi, belli, colti e famosi della Parigi post bellica – parlo della prima guerra, non della seconda – e dei successivi anni Venti. Tutto un buongiorno signor Picasso, buonasera signor Diaghilev e signor Nijinski, e cara marchesa Casati come sta, va tutto bene? Con un namedropping intello-chic e un c’era questo-c’era quello di massima caratura aristo-artistica che ricordano l’antipatico Midnight in Paris di Woody Allen. Alla regia, e in certi momenti anche sulla scena, ci sta Arielle Dombasle, la bionda ragazza rohmeriana di Pauline à la plage, la signora statunitense-parigina che è stata la moglie di Bernard Henri-Lévy e oggi è sempre molto bionda, e con quell’aria sospesa di creatura senza più eta decifrabile. L’idea di Opium non è niente male. Si prende il diario in cui Jean Cocteau nel 1930 scrisse del suo tentativo, peraltro parzialmente fallito, di disintossicarsi dalla dipendenza da oppio in una clinica-albergo, e se ne mettono in scena con una certa libertà i passaggi, i ricordi, i personaggi evocati, le fantasie e i deliri. Con continui salti spaziotemporali all’insù e all’ingiù vediamo il poeta-artista-teatrante-dandy nel periodo grossomodo compreso tra 1918 e 1923. Così, eccolo su una spiaggia atlantica simil Morte a Venezia conoscere il ragazzetto biondo (quindicenne!) Raymond Radiguet che è pazzo della sua opera, che aspira lui stesso a scrivere e che seguirà Cocteau a Parigi diventando il suo amante. Per poi realizzare un libro destinato all’immortalità, Il diavolo in corpo, e morire a nemmeno vent’anni di febbre tifoidea. 049040Un amore complicato, osteggiato dai più, ma perfettamente accettato dai salotti intellettual-eleganti e avant-garde in cui Cocteau, e con lui Picasso, i surrealisti e i signori dei Ballets Russes, si muovevano. Amore difficile, anche perché Raymond è spregiudicato, narciso, adora quella società bella e intelligente in cui il suo amante-mentore l’ha introdotto e non vede l’ora di scalarla e arrivare ai vertici. Amore anche asimmetrico, in cui è Cocteau (14 anni più di Radiguet) a amare di più e dunque a soffrire di più, mentre Raymond non esita ad avere altre storie con signore e signorine da cui è assai concupito. C’è perfino qualche notte passata con Marie-Laure de Noailles, l’aristocratica che di Cocteau era musa, amica e, soprattutto, mecenate. Era lei a mantenere lo scrittore-poeta e dunque, indirettamente, anche il di lui giovane amante. Ma Arielle Dombasle non fa del gossip intellettuale, non fa nemmeno del biografismo spicciolo. La sua ambizione evidente è di riprodurre, soprattutto stilisticamente, l’universo cocteauiano, di realizzare un’opera à la Cocteau che sia insieme omaggio e ricalco e citazione visiva del maestro. Mescola disinvoltamente e con un certo coraggio i generi, compreso il musical, quello francese alla Jacques Demy o se vogliamo alla Valérie Donzelli, la quale mica per niente appare in uno dei tanti cameos eccellenti del film. I quadri e in particolare i disegni di Cocteau (ma anche i suoi film come Le sang d’un poète e Il testamento di Orfeo), con i loro segni e stilemi inconfondibili, prendono vita in sequenze molto filologicamente corrette e piuttosto riuscite tra suoni, canzoni e danze. Creature mitologiche, romanticherie stilizzate (le stelle, i cuori), surrealismi assai eleganti prendono corpo davanti ai nostri occhi e si animano nelle sequenze più ambiziose e anche migliori di Opium. Il resto è un gioco abbastanza squisito ma abbastanza inerte, e qua e là pretenzioso, di ridar vita a quella irripetibile Parigi primi anni Venti, teatro di ogni sperimentazione artistica (vedi la fischiatissima messinscena teatrale di Cocteau, da Arielle Dombasle fedelmente ricostruita) ed esistenziale. Il tutto molto abilmente confezionato, anche se è difficile sottrarsi a un sensazione di gratuità, di freddezza e cerebralità. Questo film è elegante e insieme superficiale (in certi momenti fino alla vacuità), oppresso e come bloccato dall’ossessione del bello e della forma senza che riesca a infondere davvero un soffio vitale ai suoi personaggi. Anche, fin troppo reverenziale verso il mito Cocteau fino a rasentare l’agiografico. Come spesso capita ai francesi quando trattano le loro glorie nazionali, c’è anche stavolta un che di pompieristico e troppo celebrativo. Cast pieno, come si diceva, di presenze e apparizioni famose, e bisogna sottolineare almeno quella di Marisa Berenson (intravista di recente anche in Amore Carne di Pippo Delbono) come Marchesa Casati. Lascia il segno il Maurice Sachs (lo scrittore che al tempo dell’occupazione tedesca diventerà un collaborazionista, finendo con l’essere ucciso dagli stessi nazisti) di Niels Schneider, il giovane attore già visto nel meraviglioso L’âge atomique di Héléna Klotz e in Les amours imaginaires di Xavier Dolan. Tra i credits appare anche un “con il sostegno di Pierre Bergé” che qualcosa ci dice su quale sia la Parigi che ha realizzato, e che si rispecchia in, questo film.

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