Recensione. LAURENCE ANYWAYS di Xavier Dolan, gran mélo con cambio di sesso e amore senza fine. Stasera (24 giugno) al Festival Mix di Milano

857988_581971595164381_1779950265_oStasera (lunedì 24 giugno 2013) al Festival Mix di Milano viene proiettato Laurence Anyways del canadese Xavier Dolan.
Ripubblico la recensione scritta dopo la presentazione del film a Cannes 2012 a Un certain regard. A Suzanne Clément è poi andato il premio per la migliore interpretazione femminile (ex aequo con la Émilie Dequenne di À perdre la raison).
Oggi giornata finale del Festival Mix. Stasera anche le premiazioni. Il programma completo del giorno: CS_Mix13_24giu045200
Quasi tre ore, e non ti annoi mai. Il talentuoso canadese Xavier Dolan – solo 23 anni e già al suo terzo film a Cannes – racconta molto bene l’incredibile storia di Laurence e Fred(érique). Dopo anni che stanno insieme lui decide di cambiare sesso, lei se ne va, si sposa, ha un figlio. Ma non riusciranno mai a lasciarsi davvero, finchè torneranno ad amarsi e a fare l’amore. Storia impossibile, ma che nelle mani di Dolan diventa possibile. Uno dei più lunghi applausi del festival. Confezione camp-pop, però lontana dal grottesco à la Almodovar.

Il regista Xavier Dolan (24 anni) sul set di 'Laurence Anyways'

Il regista Xavier Dolan (24 anni) sul set di ‘Laurence Anyways’


Laurence Anyways
, regia di Xavier Dolan. Con Melvil Poupaud, Suzanne Clément, Nathalie Baye, Monia Chokri. Presentato a Cannes 2012 nella sezione Un certain Regard.
Voto: 7+704220_535706416457566_1430064057_o
A Cannes 2012 l’amore o è strano o non è. Se nel bellissimo Di ruggine e d’osso di Jacques Audiard Ali e Stéphanie vivono una passione ad alta gradazione erotica benché lei abbia avuto le gambe mozzate dalle orche di un aquapark, in Laurence anyways si va anche oltre. Terzo film del piccolo genio di Montréal Xavier Dolan, madre canadese e padre egiziano, uno che ha solo 23 anni ma è già da tempo un regista benvoluto dai festival maggiori, è stato proiettato nella sezione Un certain regard ricevendo uno degli applausi più lunghi e fragorosi di questo Cannes, e ciò nonostante le quasi tre ore di durata. Gay dichiarato anche se non militante e fastidiosamente predicatorio, Dolan ci racconta una storia impossibile che lui sa rendere plausibile e appassionante, e che seguiamo coinvolti durante i dieci e più anni in cui si svolge. Montréal. Laurence è un brillante studioso di letteratura e promettente scrittore, Fred (sta per Frédérique) è una ragazza assai in carriera nel mondo della comunicazione. Stanno insieme da molto, tutto sembra procedere nella più piatta normalità. Finché un giorno Laurence dice di avere qualcosa di  importante da comunicarle, e la rivelazione sarà di quelle toste. Ha deciso di cambiare sesso, si è sempre sentito una donna in un corpo maschile, è arrivato il momento di assumere quella che sente come la sua vera identità. Chiede a Fred che stia dalla sua parte in questo cambio, e lei faticosamente sembra accettare. Gli/le insegna a truccarsi, a scegliere i vestiti giusti, la parrucca migliore. Ma si lasceranno, inevitabilmente, inesorabilmente. Fred avrà un marito e un figlio, Laurence diventerà una signora molto chic, scrittrice e poetessa di gran successo. Ma molti anni dopo si ritrovano, e capiscono di non poter fare a meno l’uno dell’altra (l’una dell’altra), tornano a fare furiosamente l’amore, si rendono conto che non potranno mai amare nessun altro. Cosa succederà dopo non lo sappiamo, Dolan non ce lo dice. Ma riesce a comunicarci il legame speciale che unisce i suoi Laurence e Fred al di là di tutto, al di là di ogni ragionevolezza. Sono, semplicemente, fatti l’uno per l’altra (l’una per l’altra?), e devono arrendersi a questa evidenza. Non c’è grottesco alla Almodovar. Lo stile di Dolan è sì camp, assai pop e colorato, anche sgargiante, ma i suoi protagonista ce li presenta con molta naturalezza, consegnandoci uno dei film più belli di questo festival, e una delle migliori storie d’amore da molto tempo in qua. Inverosimile? Sì, l’ho pensato. Ma la bravura del regista sta anche nel renderci credibile l’incredibile mentre lo racconta. Poi mi è venuta alla mente la storia di quella coppia, mi pare di Bologna, dell’anno scorso, sicuramente ne avrete sentito parlare. Lui diventa donna, ottiene che sia riconosciuto/a tale anche all’anagrafe. I due vengono divorziati di fatto da non so quale tribunale o ufficio comunale, visto che in Italia non è possibile un matrimonio donna-donna. Si oppongono, non vogliono separarsi, vogliono restare marito e moglie, o moglie o moglie, fate un po’ voi. Ecco, questo film non è così ai confini della realtà come sembrerebbe, possono succedere cose anche più estreme, anche più radicali. Il lui/lei di Laurence Anyways – come dire: Laurence comunque, sempre, a prescindere – è Melvil Poupaud, attore francese di gran culto, lei è Suzanne Clément, vaga somiglianza con Marina Berlusconi, che ha poi ottenuto a fine festival il premio come miglior interprete femminile della sezione Un certain regard. Grandissima apparizione di Nathalie Baye come madre di Laurence, imperturbabile e disincantata fino alla durezza, che di fronte al figlio in procinto di slittare verso la femminilità non ha un moto di allarme, di rifiuto, di disapprovazione, figuriamoci ripulsa, solo un’ironica e glaciale presa d’atto. Una figura che pialla via ogni possibile dibattito (sì, dibattito) sulle famiglie nemiche del coming out omosessuale o di qualcosa che gli stia nei paraggi (diciamo, semplificando e forzando un po’ lo ammetto, che il cambio di genere sta in quei paraggi, ecco). Un film, ripensandoci adesso, assai ambiguo, indecifrabile, oscillante tra significati plurimi e perfino opposti. Che oltretutto ci lascia con parecchi dubbi irrisolti sul vero desiderio sessuale di Laurence, non mostrandocelo mai, nemmeno dopo il cambio di sesso (peraltro tenuto su toni alquanto sobri), con un uomo, anzi solo con una donna-compagna, forse amante forse no, comunque dannatamente innamorata di lei/lui. Cosa mai vorrà dirci questo Laurence comunque? Che con la propria identità sessuale di partenza non si può giocare più di tanto chè – qualunque cosa si faccia, qualunque negazione si tenti, anche la più radicale – prima o poi riemergerà? O che, secondo l’attuale vulgata e ortodossia LGBT, la vera identità sessuale è quella che ti scegli e non quella che ti ritrovi? Dolan sembrerebbe inizialmente propendere con molta correttezza politica verso la seconda, ma il resto del suo film sembra assai più indeciso, e sta anche qui il suo bello.

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