Recensione. TULPA: giallo di sangue e sesso al privé. Ma Zampaglione non è l’Argento dei nostri giorni. Purtroppo

TULPA 2Tulpa – Perdizioni mortali, regia di Federico Zampaglione. Con Claudia Gerini, Michela Cescon, Ivan Franek, Federica Vincenti, Nuot Arquint, Michele Placido.TULPA 1
L’obiettivo, esplicito e dichiarato, è di rifare l’italian giallo anni Settanta alla Argento (e relativi epigoni). Si ricorre perfino a un plot firmato da Dardano Sacchetti, storico sceneggiatore di Il gatto a nove code. Ma l’ambizioso Federico Zampaglione, regista di questo Tulpa, non riesce neanche lontanamente a replicare quei modelli. Tutto è datato, inerte, con un che di sepolcrale. Neanche il sesso spinto riesce a contemporaneizzare il genere. Goffaggini e sgangherataggini, con Placido e Gerini che fanno gli gnomi di Zurigo alla vaccinara e si mettono a concionare di investimenti e speculazioni global-finanziarie. Però il film è stato venduto in tutta Europa, segno che c’è ancora voglia di cinema di genere all’italiana. Voto tra il 4 e il 5.TULPA 4
Ho adorato, e continuo ad adorare, gli italian gialli anni Settanta, gli Argento e i sotto Argento, con quelle scie di delitti immotivate, assassinii come puri atti gratuiti con il solo scopo non di aderire a una trama o logica narrativa, ma solo alle leggi dell’efferatezza fatta spettacolo. Cinema della crudeltà, anticipato dal genio maligno, e fors’anche a modo suo malvagio, di Hitchcock con Psycho e Gli uccelli, e diventato a sua volta prototipo e capostipite di infinito cinema successivo, fino al torture porn dell’ultima decade. Dario Argento inconsapevolmente (re)inventò un genere e i suoi film ancora oggi ci incantano, almeno quelli del suo periodo migliore (ovvero, fino a Profondo Rosso e Suspiria), con quella forte stilizzazione e astrazione – al limite del rituale – della violenza, del sangue, del massacro, con quelle geografie immaginarie in cui immetteva i suoi personaggi alternando e assemblando spazi e edifici e vie e piazze e scorci di varie città, e rendendoli tutti contigui attraverso la finzione (e l’editing).
Argento e l’argentismo sono sempre amatissimi, anche dai cineasti. L’anno scorso a Locarno si è visto il film inglese Berberian Sound Studio, ambientato sul set di un horror movie italiano anni Settanta dai modi assai argentiani (e fulciani), un film che ha poi ottenuto successi e premi dappertutto, anche oltre i suoi pur notevoli meriti. Adesso è arrivato in sala questo Tulpa, per il quale il suo regista Federico Zampaglione dichiara di essersi esplicitamente rifatto a quel cinema, a quel paradigma lontano e sempre presente, più che mai attivo e influente. Tale, la sua voglia di rinnovare la grande stagione del nostro giallo, che ha chiamato per il soggetto Dardano Sacchetti, glorioso sceneggiatore di tanto cinema di genere italiano anni Settanta, e soprattutto di uno dei vertici di Dario Argento, Il gatto a nove code, e di Sette note in nero di Lucio Fulci (film adorato sia da Tarantino che da Almodovar). Purtroppo tanto amore e tanta devozione non bastano a fare di Tulpa – titolo dalle risonanze ambigue e lussuriose – un buon film, anzi la mia delusione è direttamente proporzionale alle mie aspettative, che erano piuttosto elevate. Sì, la storia c’è, gli omaggi e le citazioni sono puntuali fino alla filologia, ma non funziona lo stesso. I decenni non sono passati invano, il contesto e l’air du temps, lo Zeitgeist, sono diversi, non basta dunque mettere in scena una storia simile a quelle, bisogna giustificarla e reinventarla alla luce della contemporaneità, e non mi sembra che questo sia stato fatto, o fatto a sufficienza. Tulpa appare come un compito diligente, ma senza invenzioni o rinvenzioni o scarti rispetto ai modelli di riferimento. Un film come stranamente ossificato, nato vecchio, incapace di incorporare i segni e i climi del qui e ora. Inesorabilmente retrodatato. La differenza rispetto agli anni Settanta cui guarda (credo nostalgicamente) è che stavolta si esagera in violenze, turpitudini varie e scene di sesso assai tirate e dure, ma non basta neppure questo ad allontanare l’impressione sepolcrale che il film comunica. Siamo a Roma, una Roma non convenzionale e per così dire anti-sorrentiniana, di razionalistiche modernità Eur e post modernità e lugubri aree periferiche, e facciamo la conoscenza di Lisa, quel che si diceva anni fa una donna in carriera, ai vertici di un fondo internazionale di investimenti con sede capitolina (assai poco plausibile). Superaffaccendata di giorno, e invece bella di notte, quando va in una specie di strano privé chiamato Tulpa – con massiccio e minaccioso trans muscoloso quale buttadentro – dove si dedica a pratiche lesbiche, cui poi si aggiunge spesso un uomo. Interni tra il bordello d’epoca, la fumeria d’oppio e il bric-à-brac zen-buddista-cino-indiano-giapponese, giacchè il tenutario è uno strano e inquietante signore studioso di esoterismo buddista (“cara, devi liberare il tuo tulpa!”, dice ammiccante alla sbigottita Gerini, e noi più sbigottiti di lei. Cosa mai vorrà dire? che deve essere ancora più mignottesca di quanto già non sia? poi alla fine del film scopriremo e, seppure a fatica, capiremo). Tra fumi e incensi, tra lesbismi e un filo di sadomasochismi, per la nostra Lisa incominciano ben presto i guai. Prima un tizio, poi una donna, poi altri verranno orrendamente massacrati da un killer misterioso che si aggira in cappello, impermeabile e guanti neri, esattamente come quelli – se ricordo bene – di Il gatto a nove code e Profondo rosso. E naturalmente, come in quei film argentiani, si massacra in modi bizzarri, ingegnosi e orrendamente spettacolari (e mi pare che nella scena della giostra ci sia già una deriva gorey più alla Fulci che alla Argento), e preferibilmente si ammazzano – anche se non solo – donne in case troppo ampie e vuote o in esterni troppo poco frequentati. Il primo delitto, quello con la coppia S/M, è davvero tosto, e Zampaglione non si risparmia, e non ci risparmia, niente, varcando anche soglie che il suo maestro non aveva mai varcato. A poco a poco il cerchio si stringe attorno a Lisa, non solo i frequentatori del Tulpa come lei, ma anche alcuni suoi colleghi finiranno uccisi. Finale non così inatteso (chi sia l’assassino seriale lo si capisce abbastanza presto), con però strane spieghe esoterico-magiche che nei veri italian gialli d’epoca – assolutamente laici e ancorati a molto terrestri e concreti eventi – non avrebbero mai trovato spazio, e che sono uno dei punti di massima debolezza del film. Il quale non riesce ad evitare il rischio di un’operazione del genere: il ridicolo. Ci vuole un senso alto dello stile per evitare in platea l’effetto sghignazzo, e qui purtroppo manca. Zampaglione si applica con grande fervore e diligenza, ma non riesce mai a riscattare la materia bruta che racconta e ad elevarla e sublimarla in ipnotico cerimonale di sangue e crudeltà. Le location sono abbastanza accurate e allarmanti al punto giusto, qualche attore (vedi Ivan Franek e Michela Cescon) ha anche la faccia giusta, e però tutto rimane inerte, senza mai convincerci, tantomeno coinvolgerci. Ogni tanto trapela una sghangheratezza che è quasi la maledizione di certo cinema cattivo e orrorifico made in Rome (penso al tremendo, molto peggio di questo, Paura! dei Manetti Bros., goffo omaggio all’argentismo anni Settanta). Vogliamo parlare dei dialoghi mai per un momento credibili su cose di alta finanza e investimenti? Vi pare che Michele Placido e la Gerini possano essere convincenti quali gnomi di Zurigo in versione capitolina-Eur? Ma gli sceneggiatori avranno visto film come Margin Call e Arbitrage, avranno visto come davvero si parla di soldi e affari e speculazioni in un film serio? Qui è tutto un “puntiamo sulle rinnovabili”, “troppo rischioso investire sul dollaro, switchiamo sullo yen” da manuale di finanza delle giovani marmotte. Poco attendibile come manageressa in tailleur dal seno traboccante, la Gerini lo è invece moltissimo come peccatrice di notte laggiù al privé, e nelle scene di sesso spinto bisogna dire che se la cava alla grande. In fondo, son queste sue convincenti porconate le cose migliori di Tulpa. Che – la spiegazione ci viene fornita in sottofinale – nell’esoterismo buddista (esoterismo buddista?) vuol dire la proiezione e materializzazione dei nostri fantasmi interiori, insomma – se ho ben capito – stati della mente che si incarnano. Siete perplessi? Anch’io. Molto. Comunque Tulpa risulta essere uno dei pochi film italiani richiesti all’estero, l’hanno venduto in quasi tutta Europa, e non è mica finita. Un altro indizio che il cinema di genere all’italiana ha lasciato ottimi ricordi dappertutto, e sarebbe il caso di coltivarlo di nuovo (vero, da qualche anno qualcosa si sta facendo sul fronte dell’horror e di altro, ma senza grandi risultati).

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