Recensione. KILLER IN VIAGGIO: una black comedy con due protagonisti troppo turpi per divertire davvero

76248_423187804410652_368232996_nKiller in viaggio (Sightseers), un film di Ben Wheatley. Con Alice Lowe e Steve Oram.482984_423188121077287_765778541_n
Nel solco della black comedy britannica, la storia di un lui e una lei di rara laidezza che girano in caravan per le Midlands seminando cadaveri. Il movente? Non c’è. Due disgraziati prigionieri della loro stolidità, della loro opacità morale. Si ride, anche se c’è poco da ridere. Uno dei film più disturbanti degli ultimi anni. Il regista Ben Wheatley firma un’opera di rispetto, ma, spiacente, io questo Sightseers non sono riuscito ad amarlo. Voto 6431997_282359141826853_1221193267_n
Appena intravisto al cinema l’altra settimana, e subito scomparso. Eppure questa dark, darkissima commedia inglese gode di ottima fama e stima internazionale, ha fatto il giro di parecchi festival e rassegne (a partire dalla Quinzaine di Cannes 2012), è considerata da molti critici anglofoni una delle cose migliori dell’ultimo biennio. Forse, dico io, un po’ sopravvalutata. Comunque allarmante, disturbante come pochi film usciti ultimamente. Qualcosa che si riallaccia alla tradizione molto british della commedia nera con assassini e assassinii, La signora Omicidi e Sangue blu per capirci, e giù di lì, quell’ammazzar ridendo e facendo ridere di cui a Londra e dintorni detengono la ricetta in esclusiva. Solo che negli esempi della tradizione il gusto del paradosso, l’aplomb inglese e una certa eleganza riuscivano a farci ingollare quei gochetti macabri e scherzi al sangue: stavolta no, resta il sangue, ma manca del tutto ogni filtro di sottile umorismo, e la mistura rischia di essere francamente indigesta. I protagonisti sono una classica coppia criminale (sulla scia, per dire, di Bonnie & Clyde o Natural Born Killers), calati però in un contesto di turpitudini e laidezze quasi insostenibile, due assassini torvi e truci che ammazzano senza il minimo movente, per assenza di ogni pur minimo codice etico, per naturale e animale malvagità, per idiosincrasia. Per non si sa cosa. Il Male al lavoro, ecco. Il che, ne converrete, è sempre uno spettacolo sconvolgente. Una black comedy senza levità, al grado zero di ogni morale, al grado massimo di ogni grevità, in ambienti sottoproletari e degradati di quel tremendo degrado british che abbiamo conosciuto in tanto cinema di Ken Loach, di Mike Leigh o di Andrea Arnold. Solo che manca ogni possibile riscatto. Un panorama di miseria morale e materiale, come si sarebbe detto un tempo, come e oggi non si può più dire perché la locuzione suona sigmatizzante e politicamente scorretta. Lui, Chris, è un tipo con una qualche aspirazione intellettuale, dotato di camper e di una psiche instabile, lei, Tina, una ragazzaccia brutta e goffa fino all’orrendezza che si deve occupare di una madre troppo incombente. Si conoscono, si annusano, capiscono subito – i due disgraziati – di essere fatti uno per l’altra. Fanno l’amore, ed è subito coppia d’acciaio, sodalizio fino al termine della notte, patto di sangue e di morte. Lui la invita a visitare in camper i suoi luoghi del cuore nelle Midlands – un museo del tram, un museo della matita e così via con altre britanniche stravaganze – lei accetta subito quella strana vacanza. Quando Chris uccide un tizio colpevole solo di aver sporcato con una cartaccia uno dei suoi luoghi diletti, capiamo che il film si sta trasformando nell’avventura di due mostri. Al primo omicidio ne seguiranno altri, e non solo per opera di Chris, visto che anche Tina scoprirà quanto sia bello ammazzare, soprattutto per i più futili motivi. Man mano il nero si ingoia ogni aspetto di commedia, e la storia si trasforma in un delirio di brutalità, in qualcosa non solo di laido, ma anche di empio, perché pochi film hanno osato come questo mostrarci così radicalmente l’irrisione della vita umana e della sua sacralità. I due stringeranno anche un patto di fedeltà reciproca fino alla morte, ma uno di loro non lo rispetterà, e sarà un finale davvero inaspettato. Ben Wheatley dopo il suo molto lodato Kill List si assesta definitivamente con Sightseers tra gli autori nuovi e interessanti del cinema inglese, uno da tenere d’occhio per gli anni a venire. Eppure, sorry, non sono riuscito ad amare questo suo film. Mi chiedo se rappresentare mimeticamente il Male assestandosi al suo stesso livello, confondedovisi senza il minimo filtro distanziante, sia cosa buona e lecita, o non sia invece un’operazione moralmente equovica (scusate, ma io certi interrogativi morali continuo a pormeli, anche se a qualcuno la cosa non sembrerà tanto fine). Me l’ero chiesto a suo tempo anche di fronte a Natural Born Killers, dove mi era sorto fortissimo il sospetto della pornografia della violenza. E il sospetto si replica stavolta.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, film, Post consigliati, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.