Recensione. STOKER: non così convincente l’esordio americano di Park Chan-wook

stoker14stoker06Stoker, regia di Park Chan-wook. Con Mia Wasikowska, Nicole Kidman, Matthew Goode, Dermot Muroney, Jacki Weaver.stoker17
Uno psycho-thriller che esplicitamente si rifà a Hitchcock per l’esordio in America di Park Chan-wook (Old Boy, Lady Vendetta). Visivamente fascinoso, con quel gusto truculento-chic del regista coreano. Solo che Park Chan-wook sembra più interessato a inventare immagini che a raccontare. Voto 6
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Fascinoso e insieme deludente esordio in America del coreano Park Chan-wook, il regista della truculenta & chic Trilogia della vendetta (Old Boy ecc.). L’impressione è che il nostro non sappia bene come maneggiare la materia che si ritrova, uno psycho-thriller di paure e minacciose atmosfere come ormai non se ne fanno quasi più, non potendo il genere – con le sue sottigliezze – reggere all’urto brutale degli horror di bassa macelleria che piacciono tanto al pubblico gggiovvane. Qui il responsabile dello script, che è poi l’attore di Prison Break Wentworth Miller, si rifà addirittura a un Hitchcock non dei maggiori, L’ombra del dubbio (attenzione: chi sta dalle parti di Milano sappia che all’Oberdan il film verrà proiettato tra pochi giorni nell’ambito di una mini-rassegna hitchockiana), dove una ragazzina aveva che fare con uno zio misterioso e seducente (Joseph Cotten) e molto, molto pericoloso. Lo stesso qui in Stoker (titolo, pare, che omaggia lo Stoker autore di Dracula). India – una Mia Wasikowska che si toglie per il ruolo qualche anno come in Alice in Wonderland – è un’ombrosa adolescente che si ritrova a vivere con la madre in una casa di campagna troppo grande e troppo piena di ricordi dopo la morte improvvisa del padre, scomparso proprio il giorno del suo diciottesimo compleanno. Al funerale compare uno zio dai modi eleganti mai visto prima. Davvero se ne è stato in giro per il mondo come asserisce? O c’è sotto qualcosa? C’è sotto qualcosa, ovvio. Non è uno spoiler, visto che la rivelazione arriva abbastanza presto, se dico che lo zio è in realtà un temibile psicopatico assassino seriale apena uscito dal manicomio criminale. Intorno a India si susseguono le morti, mentre lo zio, installatosi nella magione, diventa una sorta di nuovo padrone che tutti incatena e soggioga con il suo sinistro potere fascinatorio: la madre di India innanzitutto, vedova troppo bella e giovane e inquieta per tenere lontano dal proprio letto quel cognato, e la stessa ragazzina. Si va parecchio sull’asse attrazione-repulsione, in una fitta trama di ambiguità in cui lo zietto diventa una sorta di servo-padrone loseyano, manipolatore di coscienze e di inconsci, e le due donne vittime non si sa quanto inconsapevoli. Finale ovviamente drammaticissimo, con molto sangue, che ricorda quello di Carrie, lo sguardo di Satana di Brian De Palma-Stephen King.
Park Chan-wook non sembra trovare mai la giusta distanza rispetto a ciò che sta raccontando. L’impressione è che del plot non gli importi un accidente di niente, che lo percepisca come estraneo e lontano, prendendolo come mero pretesto per un esercizio di stile anche squisitissimo e molto sapiente, ma del tutto celibe, autoreferenziale, fine a se stesso, ombelicale. Un puro gioco di forme, in cui la narrazione viene relegata in secondo piano e penalizzata. Lo si capisce subito dalle prime inquadrature, tableaux di stratosferica, raffinatissima e molto orientale sapienza visiva con gocce di sangue spruzzate su dettagli naturali ingranditi, fiori, piante, fili d’erba, insetti, come un The Tree of Life più perverso e sottilmente sadico. Una procedura, questa, che Park Chan-wook replica all’infinito, fino allo sfinimento, bloccando l’azione e la macchina narrativa per soffermarsi sui particolari, per estrarne meravigliose quanto inutili immagini per così dire sterili, chiuse in se stesse, mai funzionali o finalizzate ad altro. Sì, una goduria per gli occhi, ma questa iper estetizzazione ha più a che fare con la videoart, o con l’arte tout court, che con il cinema, che più di tanto non può rinunciare a una progressione narrativa e drammatica, pena l’implosione, il blocco entropico. Un saggio di alto virtuosismo registico in cui il coreano conferma tutta la sua maestria nel trasformare la violenza e il sangue in produttori di bellezza, ma che resta nel suo fondo inerte e un atto di sfiducia verso la storia messa in scena. Gli attori fanno anche la loro parte, ma come ridotti a oggetti tra gli oggetti, e in questa riduzione a cosa quella che se la cava meglio è la mamma Nicole Kidman, così perfetta, glaciale, robotica.

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