Recensione. AMORE CARNE di Pippo Delbono: viaggio intorno a sè in parole e immagini

Schermata 2013-06-29 a 21.44.22Schermata 2013-06-29 a 21.44.44Amore Carne, un film di Pippo Delbono. Con Pippo Delbono, Bobo, Irène Jacob, Marie-Agnes Gillot, Margherita Delbono, Sophie Calle, Marisa Berenson, Tilda Swinton.Schermata 2013-06-29 a 21.44.37
Figura centrale del nostro teatro, amato in tutta Europa, Pippo Delbono ha girato con il cellulare e una microcamera questo film. Film? Immagini, suoni, persone, amici, luoghi, frammenti, ricordi, parole. Un flusso in cui è vano cercare una narrazione, un racconto. Tutto fortemente emozionale. Dosi massicce di pathos. Un viaggio intorno al proprio sè in cui Delbono ci rivela pezzi della sua vita. Momenti ad alta intensità, altri inerti. Mah. Voto 6Schermata 2013-06-29 a 21.44.55
Pippo Delbono è ormai figura centrale del nostro teatro di oggi, presenza forte, ineludibile, uno che non si può discutere, non ce n’è. E però si potrà dire che questo suo film (film?) è uno strano oggetto, un oggetto sfuggente e, temo, non così convincente? Delbono gira col telefonino o con un piccola camera. Filma pezzi di Europa, paesaggi urbani e rurali, paesaggi che scorrono al di là dei finestrini di un treno, cose, interni di case e d’alberghi. E persone. Persone che in vario modo e a vario titolo fan parte dell’universo Delbono, parenti, amici, colleghi (si potrà usare questo termine così impersonale in un caso come questo?), collaboratori, sconosciuti incontrati e/o interrogati per strada. Inutile cercare un discorso organizzato, una narrazione, una coerenza di racconto, pure inutile chiedersi quale sia la struttura profonda sottesa al film. Perché credo, temo, non ci sia proprio. No, trattasi solo di parole e immagini, flussi sonori e visivi, scelti e connessi secondo l’istinto diciamo così d’artista di Delbono, secondo le sue pulsioni. Non c’è altro se non questo. Del resto lui stesso in un’intervista rilasciata a Carlo Chatrian (nuovo direttore artistico del Locarno Film Festival) dice, testuale: «Mi ricordo di Pina Bausch, quando le chiedevano di spiegare i suoi spettacoli spesso diceva: “Ma… non so… non so…”. Ecco, sul mio cinema quando mi chiedono il genere potrei dire come lei: “Non so, non so…”». Chiaro, no? Anzi, assolutamente oscuro.
Si parte da un interno (mi pare) d’hotel con tende su cui è ossessivamente ripetuta in vari formati e caratteri la parola Amour. Una chiave? Chissà. Delbono gira, filma, non compare mai davanti all’occhio dei vari cellulari e delle varie microcamere se non in frammenti confusi, tremolanti, casuali; parla, declama, racconta, recita: sempre fuori campo. Con quel modo di porgere parole e battute così peculiare e suo, solo suo, così riconoscibile, sorta di declamazione scandita, sincopata, interrotta: delbonismo. Il clima è fortemente emotivo. Pathos ovunque, sempre. La parola tende a volare e volteggiare, a librarsi, a farsi parola alta e alata, a farsi poesia, sia quando è parto di Delbono, sia quando è presa a prestito da altri (Rimbaud mi pare, forse anche Eliot). Immagini mosse, sgranate, sporche, volutamente non professionali, non levigate, a restituire non tanto l’immediatezza del reale come in tanto cinema neo-neorealista di oggi, ma una sorta di febbricitante sensibilità, anzi ipersensibilità, di frenesia e irrequietezza interiore. Un surf sull’inconscio. Lo vediamo nella casa della madre Margherita, rievocare con lei qualcosa del passato e cose di quotidiano presente, lui fuori campo con parole anche che non ti aspetteresti, su sua madre. Lo vediamo in un laboratorio d’analisi sottoporsi al test Hiv, avvertendoci che lui comunque il responso lo sa già, lo sa da vent’anni: sieropositivo. Chiosando e scandendo: “Per un peccato/ di amore carne”. Vediamo Bobo, l’ex internato in ospedale psichiatrico che da molto tempo è il suo partner di scena. Sentiamo il violino di Alexander Balanescu, e sentiamo la voce del musicista raccontare la sua storia di ebreo rumeno cresciuto ai tempi bui di Ceausescu. Amici, soprattutto amiche famose scorrono davanti ai nostri occhi. Ecco Marisa Berenson oggi, e un incredibile video di lei ragazzina al, mi pare, Muppet Show tv in America (e sono a mio parere le immagini più sorprendenti del film). Ecco Marisa Berenson e Tilda Swinton insieme (forse un fuoriscena di Io sono l’amore di Luca Guadagnino, dove recitavano entrambe, dove recitava pure Delbono). Ecco Irène Jacob, l’indimenticata doppia Veronica kieslowskiana. Parigi. La Liguria. Altri pezzi d’Europa. Frammenti video di Nelken di Pina Bausch. Momenti ad alta intensità, vibranti, come percorsi da flussi e correnti energetiche. Altri inerti. Pieni e vuoti. Su tutto e tutti domina Delbono, tanto più presente e incombente quanto più assente in immagine. Narcisismo? Autoreferenzialità? Si esce con la sensazione di aver spiato la sua intimità, di essere penetrati in certi suoi anfratti. Ci si sente voyeur, un attimo imbarazzati. Certo, l’ha voluto lui, lui ha deciso di esporsi. La domanda è: ma lo volevamo anche noi spettatori?

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