Recensione. DOPPIO GIOCO: tradimenti e inganni ai tempi dell’Ira. Un thriller tra lo psicologico e il politico

85902_galDoppio gioco (Shadow Dancer), regia di James Marsh. Con Clive Owen, Andrea Riseborough, Gillian Anderson, Aidan Gillen.97110_gal
Nord Irlanda, primi anni ’90. Una militante dell’Ira sotto ricatto diventa un’informatrice degli inglesi. L’avvio promette molto, ma il film non è così sorprendente e avvincente come ci si aspetterebbe. Alla suspense si preferisce il ritratto psicologico (e il quadro d’ambiente). Decoroso, ma un’occasione sprecata. Voto tra il 5 e il 697114_gal
Nord Irlanda, 1993. Colette, militante dell’Ira, viene beccata dagli inglesi durante un’azione terroristica in metropolitana. Rischia molto, anni di galera e di lontananza dal figlio piccolo. Un agente dei servizi di sicurezza la convince a collaborare, in cambio eviterà la condanna. Così la perfetta militante Colette rientra a casa, tra i suoi compagni, e si trasforma in informatore, in delatore, e il primo a essere spiato sarà il fratello, un duro e puro dell’organizzazione. Quel che segue sono i dubbi e i sensi di colpa di Colette, il terrore di essere scoperta (significherebbe essere immediatamente giustiziata), un’attrazione tra lei e l’agente reclutatore che potrebbe rivelarsi molto pericolosa per tutti e due. Potenzialmente, un film parecchio interessante. I temi del tradimento, del doppio gioco, dell’inganno sono dei classici, ma qui, più che dar vita a un film di genere come in tanto cinema del passato, diventano materiale di un thriller psicologico e dell’anima, e anche con sottofondo e doppio fondo politici alquanto evidenti. Eppure, nonostante la buona confezione e la buona performance della protagonista Andrea Riseborough, attrice di talento certo (l’abbiamo vista in W.E. di Madonna e, più di recente, in Oblivion accanto a Tom Cuise), qualcosa, anzi parecchio, non funziona. Il guaio è che non succede granchè, in un film come questo ci si aspettano continui rovesciamenti e colpi di scena, ambiguità, una tensione senza cedimenti, tutte cose che qui mancano. L’andamento è lento, la confezione tende alla rarefazione e all’autorialità, nell’evidente intento di riscattarsi da ogni sospetto di cinema di genere. Alla suspense si preferisce la descrizione del contesto e la cura dei personaggi. Solo che il pur pregevole ritratto di una cellula Ira, l’attenzione all’antagonismo quasi antropologico tra cattolici e protestanti nord irlandesi, possono dare spessore a Doppio gioco, ma non lo salvano da una certa inerzia narrativa. Ci sono scene magnifiche, come il funerale trsformato dall’Ira in una esibizione di forza e in rito di minaccia. Solo che continuamente aspettiamo sviluppi e sorprese che non arrivano, o che arrivano smorzati, depotenziati. Ma il vero problema di Doppio gioco (che parecchio è piaciuto alla critica internazionale e ha viaggiato attraverso molti festival l’anno scorso, compresi Berlino, Locarno e Torino) è che, per quanti sforzi facciamo, non riusciamo a stare dalla parte della protagonista. Non è una questione di ideologia o di affinità politiche, è che la figura di un informatore porta in sè, sempre, inevitabimente, un che di sgradevole. Colette avrà anche le sue ottime ragioni quando decide di collaborare, ma non riesce lo stesso a convincerci. Clive Owen, nel ruolo dell’agente dei servizi, se la cava con gran mestiere, ma esibisce una forma fisica alquanto appannata, con una giacca semre abbottonata a contenere una linea imperfetta. Certo, vedendo Doppio gioco (titolo italiano al solito banalizzante, l’originale è molto meglio: Shadow Dancer), si pensa a cosa avrebe cavato da una storia così l’Harold Pinter dei tempi aurei, quello delle ambiguità, delle sottigliezze e dei veleni dei film scritti per Joseph Losey,

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Una risposta a Recensione. DOPPIO GIOCO: tradimenti e inganni ai tempi dell’Ira. Un thriller tra lo psicologico e il politico

  1. Paolo Zanazzo scrive:

    Per una volta non sono d’accordo con Locatelli. Il quale è andato a vedere Doppio Gioco convinto di assistere ad un film di azione ed è rimasto deluso perché ha trovato invece un thriller psicologico. Ma il regista voleva appunto fare un buon thriller psicologico col riflettore puntato sui drammi psicologici di un agente doppio suo malgrado, che rischia di tradire ambedue le parti e di perdere se stesso ed i propri cari.
    E’ vero, la figura del doppiogiochista è sgradevole perciò il personaggio di Colette non si è guadagnato la mia simpatia, ma l’interpretazione è ottima. Quanto a Mac, Owen rende bene questa figura di agente segreto apparentemente rude e sicuro di sé, ma nell’intimo problematico e fragile, che viene in fondo tradito da tutti e si rivela perciò il classico vaso di coccio. Non vedo il problema con la sua forma fisica: la grande maggioranza degli agenti segreti reali non devono certo necessariamente ostentare un fisico atletico alla James Bond o alla Schwarzenegger per risultare credibili. Anzi…
    In conclusione, è vero che l’azione era lenta, ma le immagini delle situazioni che scorrevano sullo schermo hanno mantenuto alta la mia tensione emotiva per tutto il film. Un film sgradevole, teso, ben girato, con una ambientazione perfetta.

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