Recensione: TRA CINQUE MINUTI IN SCENA, un piccolo, anomalo film italiano da non perdere

T5MINS5Tra cinque minuti in scena, un film di Laura Chiossone. Con Gianna Coletti, Anna Coletti, Gianfelice Imparato, Anna Canzi, Elena Russo Arman, Urska Bradaskija, Luca Di Prospero. Distribuzione Parthenos.T5MINS7
Piccolo film indipendente-italiano, messo su con molte idee e molto coraggio, e senza soldi pubblici. Da vedere. Film che con leggerezza e rispetto e perfino ironia tratta un tema al limite dell’impossibile come quello dell’accudimento di una madre ultranovantenne. Gianna Coletti interpreta se stessa, alle prese con la sua vera madrea. Ma a questa parte quasi documentaristica e ultra-realista se ne aggiunge un’altra di pura finzione, con una compagnia teatrale in fase di prova. Tra cinque minuti in scena mescola vita e rappresentazione, con qualcosa di inglese e molto di milanese. Gianna Coletti strepitosa, che in certi momenti ti par di vedere e sentire la Melato. Voto tra il 6 e il 7.
T5MINS19http://www.youtube.com/watch?v=BaEcHa5Te0A
Un piccolo, anomalo film italiano. Per quel che racconta e per come lo fa. Anche (soprattutto) perché assolutamente e per davvero indipendente. Niente soldi pubblici, niente sovvenzioni, solo una bella idea narrativa su cui hanno deciso di puntare e rischiare soldi in proprio il produttore Marco Malfi Chindemi e un pugno di coproduttori coraggiosi, tra i quali Luca Lucini, il regista di Amore, bugie e calcetto e L’uomo perfetto. Ha un che di inglese, questo film diretto da Laura Chiossone, nel suo presentarci scene e fuoriscena e dietro le quinte di una compagnia teatrale all’opera (penso a Nel bel mezzo di un geido inverno di Kenneth Branagh), e molto, molto milanese, non aolo perché a Milano si svolge il tutto, ma perchè profondamente radicato lì, in quegli ambienti, in quegli usi e costumi e umori tra via Gluck e Martesana e Porta Romana, è il character principale, un’attrice con mamma novantenne a carico che le succhia ogni energia, e ogni brandello di tempo libero lasciatole dal lavoro (e spesso invadendo anche quello). Oltretutto, un film allineato con una delle tendenze forti del nuovo cinema giovane interanzionale, quella di mescolare documentario e finzione, di abbattere la barriera tra vita reale e rappresentzione (cito solo, tanto per stare in Italia, L’estate di Giacomo di Alessandro Comodin). In apparenza semplice e lineare (e questo va ascritto a suo merito), Tra cinque minuti in scena è invece un’operazione piuttosto complessa e sofisticata nella sua struttura e nel suo incrociare registri, linguaggi e livelli narrativi. E anche questo è un piccolo miracolo. La protagonista Gianna Coletti recita (o non-recita) se stessa, la madre ultranovantenne che accudisce, cieca, immobile, assai provata nel fisico e forse anche nella mente eppure non doma, è Anna Coletti, la sua vera madre. A questo piano di assoluta aderenza al reale, di cinéma-vérité si sarebbe detto in altri tempi, è stato aggiunto quello, di pura invenzione, di uno spettacolo teatrale di cui vediamo le prove, e nel quale Gianna interpreta una donna alle prese con una madre anziana avviata alla non autosufficienza, perfetto rispecchiamento della sua vita. Intorno a lei, il regista e gli altri della compagnia, un ventaglio di caratteri certo convenzionali, ma ben tratteggiati, in grado di dar vita a numeri e siparietti e ‘a parte’ anche molto godibili. L’attrice cagna presa solo perché moglie di quello che ci mette i soldi (o meglio, dovrebbe metterceli, perché poi si eclissa), la ragazza tosta venuta da Sarajevo e innamorata del regista, il regista giovane e riccioluto certo bravino, ma non così esperto e cui rischia di sfuggire di mano la complicata situazione. Si prova in un teatrino di Porta Romana piuttosto off, anzi proprio off-off, senza troppi comfort, e con camerini e retro che danno su un cortilaccio triste, di tristezza molto padano-meneghina, ingombro di spazzatura. Ovvio che ci saranno intoppi, inciampi, imprevisti, lo spettacolor rischierà di saltare perché il marito dell’attrice cagna se n’è scappato con un’altra, e addio soldi. Tutto molto prevedibile, se vogliamo, ma tutto piuttosto ben scritto e plausibile, e questo intreccio di peesonaggi si lascia seguire volentieri; e il prsonaggio megio riuscito è forse quello dell’attrice cui tocca in scena il ruolo della madre rimbambita, ma che nella vita ancora ci tiene, non molla, cristallizzata nei manierismi e nel birignao strehleriani-piccoloteatreschi (” Giorgio, Gorgio! Lui sì che ci sapeva fare!”), con il caschetto Vergottini anni Sessanta e il foulard in testa, e chissà se i vezzi alla Valentna Cortese (e alla Giulia Lazzarini) sono voluti, fatto sta che vedendola non si può non pensare alle dive storiche di via Rovello. Una goduria, per chi è di Milano e quegli ambienti ha un po’ conosciuto e trafficato. Merito anche di Anna Canzi che la interpreta, formidabile davvero, attrice di esperienza che almeno un film da storia del cinema ce l’ha in curriculum, ed è il meraviglioso I fidanzati di Ermanno Olmi. Ma la dominatrice del film, ovvio, è Gianna Coletti nella doppia parte di se stessa e di Marina, il suo personaggio in scena. Di un sicurezza da sbalordire, tempi perfetti, un mestiere affinato e temperato che emerge da ogni battuta, da ogni gesto. Mi chiedo: ma perché un’attrice così ha avuto sì una onorevolissima carriera, ma non è esplosa come avrebbe meritato? Lei in conferenza stampa ha rivendicato orgogliosamente la sua scuola, la sua palestra, gli anni di lavoro con Carlo Mazzarella e la sua compagnia, un’esperienza formativa come poche, e si vede. Sarà ovvio dirlo, ma ricorda – anche in alcuni tratti fisici, oltre che per l’indomita milanesità – Mariangela Melato, e in certi momenti la somiglianza è imprssionante. Questo film è soprattutto suo perché nasce dalla sua vita con la madre ultra-anziana, dalle piccole cronache agrodolci di questa conivenza che poi son diventate il blog (seguitissimo) Mamma a carico. Ed è stato leggendo queste cronachette che poi Laura Chiossone, giovane regista di video musicali (Marracash compreso) e commercials, ha avuto l’idea di tirarne fuori un film, ed ecco Tra cinque minuti in scena. Il cuore dell’impresa restano loro due, mamma (vera) e figlia (vera), le Coletti, Gianna che pulisce, assiste, imbocca quel corpo esile e fragile e però strenuamente attaccato alla vita (e chi ha avuto a he fare con genitori molto anziani ci ritroverà parecchio), un corpo cateterizzato che pare ridotto alle sue funzioni primarie e basiche e invece no, baluginano ogni tanto scintille di ricordi, desideri, curiosità, domande. Con quegli occhiali 3D che rendono la quasi centenaria e ormai cieca Anna Coletti una bizzarra creatura quasi grafica e manga. Questo è un film sulla vecchiaia estrema, sulla vita ai suoi limiti e confini, ma non è Amour. Tra cinque minuti in scena, senza retorica e senza nasconderci niente del degrado fisico, anzi mostrandocelo apertamente, riesce a stupirci e a toccarci e perfino divertirci. I duetti tra Anna e la madre, che trattino di piscio o cibo o ricordi di famiglia, sono strazianti e insieme irresistibili. Indimenticabile la scena del Tango delle capinere, la figlia alla chitarra e la madre a estrarre dal profondo della memoria le parole. Ecco, ci si scopre a ridere, ed è qualcosa che non ti aspetteresti. Anche per questo vale la pena vederselo, questo film (distribuito in 20 copie dalla Parthenos,  a Milano lo danno all’Apollo).

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