Recensione. LONE RANGER è uno strano western, sbagliato e irrisolto. E Johnny Depp continua nei suoi inquietanti camuffamenti

THE LONE RANGERLone Ranger, un film di Gore Verbinski. Con Johnny Depp, Armie Hammer, Helena Bonham-Carter, Ruth Wilson, William Fichtner, Tom Wilkinson, Barry Pepper, James Badge Dale. Al cinema da mercoledì 3 luglio 2013.T
Stesso regista dei Pirati dei Caraibi, stesso interprete-feticcio: un Johnny Depp più che mai dedito alla (auto)parodia e al camouflage, come se volesse nascondersi alla nostra vista. Cosa ti succede, Johnny? Perché fai così? Stavolta eccolo fare un indiano Sioux di nome Tonto dalla faccia di fango e cenere. L’intento del film sembra quello di replicare il successo della precedente saga piratesco-fantastica. Solo che la cornice western di questo Lone Ranger regge male l’operazione. Si svaria tra l’epico, l’avventuroso, il trucido, il comico, il parodistico senza mai decidersi. Un garbuglio, un pasticcio. Non si capisce nemmeno se sia per bambini o no. Un gigantesco, costosissimo malinteso. Voto 4T

Johnny Depp e Armie Hammer alla prima americana

Johnny Depp e Armie Hammer alla prima americana

Ci sono film dalla lunga e travagliata lavorazione, tutto un fare e disfare e rifare e rimandare la data d’uscita, che poi si rivelano meglio del previsto – ultimo caso World War Z -, ce ne sono altri che invece confermano le peggiori e più fosche previsioni: come questo proprio brutto, irrimediabilmente brutto Lone Ranger. In ballo fino dal 2009, doveva uscire l’anno scorso, poi è slittato ad oggi. Evidentemente qualcosa non convinceva produttori e distributori (casa Disney) e, visto il prodotto finito, le perplessità eran più che giustificate. È che non si capisce cosa sia, che prodotto sia, questo Lone Ranger e a chi sia destinato. L’intenzione di ricalcare I pirati dei Caraibi e replicarne le fortune sono evidenti, perfino smaccate. Si prende un Johny Depp ormai disposto a ogni travestimento e camuffamento e (auto)parodia, gli si affianca un attor giovine e bello che colpisca al cuore il target di ladies & girls (là Orlando Bloom, qui Armie Hammer), più una presenza femminile (stavolta Helena Bonham-Carter, priva però dell’appeal che là aveva Keira Knightley). Perfino il poster promozionale, con i faccioni dei tre allineati/sovrapposti, ricalca quelli dei Pirati, onde andar dritti al subliminale e all’inconscio dello spettatore globale. Alla regia c’è sempre Gore Verbinski, che però non riesce a dare carattere e identità a questo Lone Ranger: un pasticcio più che un pastiche, anzi un pasticciaccio, un garbuglio, un imbroglio, un intruglio indigeribile. Oltretutto spalmato su quasi due ore e mezzo che finiscono con lo stremare anche i meglio disposti. Si tentano contaminazioni di tonalità diversissime tra loro (l’ironico, il fracassone, l’epico, il drammatico, il trucido tarantiniano) restando all’interno della cornice del classico western. Ma se il crossover funzionava con I pirati – l’avventuroso con bucanieri ha già di suo una dimensione favolistica e fantastica che consente divagazioni e scorribande tra generi e stili e derive nell’incongruo – qui non riesce. Non c’è niente da fare, il western resta di suo terribilmente realistico e storico, e non sopporta troppe manipolazioni e troppi innesti estranei. Vedi anche il recente insuccesso di Cowboys & Aliens di Jon Favreau.
Il brav’uomo di legge John Reid torna nella cittadina del West in cui è cresciuto con l’intenzione di far rispettare – in quella giungla brutale di istinti più belluini che umani – le regole della civile convivenza. Ritrova il fratello, tosto ranger in perenne perlustrazione dei desertici dintorni, inpegnato a catturar fuorilegge e tener lontano i Sioux sempre minacciosi. Ritrova il suo grande amore, adesso diventata sua cognata, con pargolo bambinello. Intorno, un bordello gestito da una maîtresse dalla gamba d’avorio con tacco-pistola (e forse è una citazione del tarantiniano A prova di morte) e, soprattutto, la Grande Ferrovia in costruzione. Tutto appare tranquillo, ma sotto cova un verminaio di segreti e interessi inconfessabili. Il buon John Reid resterà vittima di un agguato nel deserto e a salvarlo sarà Tonto, indiano Sioux che da quel momento diventerà suo sodale e complice. Ingiustamente accusato dai malvagi, John è costretto insieme a Tonto a darsi alla macchia, trasformandosi – con tanto di maschera sul volto – in giustiziere alla Zorro. Le citazioni sono innumerevoli fino alla vertigine. Con una partenza nel cantiere ferroviario che rifà quasi shot-for-shot quella di C’era una volta il West di Sergio Leone. Ma nel corso del film sbuca di tutto, da Mezzogiorno di fuoco a – incredibile a dirsi – la serie Trinità con Terence Hill e Bud Spencer. Cos’è la strana coppia John-Tonto – ovvero Armie Hammer dalla smagliante dentatura + Johnny Depp dalla faccia di terra e cenere – nel suo mettere insieme (e contrapporre) il bello e lo strano, il caruccio e il fuori misura, se non una reincarnazione di quella trinitesca combinazione? Dai siparietti dei due, in cui Johnny Depp si concede di tutto, compreso il peggio, sembrerebbe che Lone Ranger si rivolga ai bambini, o almeno li tenga in conto quale target privilegiato. Lo lascia intendere anche l’inizio, con un Jonny Depp-Tonto che, statua in un’esposizione, prende vita agli occhi di un bambino per raccontargli la propria storia e quella dell’amico. Solo che Lone Ranger è troppo violento e sadico perché i genitori portino a cuor leggero i pargoli al cinema. Non bastasse, il film oscilla tra ogni possibile genere ed è indeciso a tutto. Tenta la carta dell’epico, ma poi va sul favolistico, per riatterrare sul drammatico e virare subito sul comicarolo-parodistico-fracassone, con un finale di cartoonesca assurdità (forse omaggio alla lontana origine a fumetti di Lone Ranger?). Con il risultato di scontentare tutti, infanti e adulti. Una svista di marketing clamorosa.
C’è poi la questione Johnny Depp, sempre più misteriosa, sempre più ingarbugliata. Da tempo vado scrivendo (ecco qua un post di un anno e mezzo fa: Quel che resta di Johnny Depp) della sua preoccupante parabola in discesa e del suo per me evidente declino fisico. Cinquant’anni compiuti lo scorso 9 giugno, resta il più carismatico attore della sua generazione, con uno stuolo globale di fanatici ammiratori per cui è diventato una sorta di totem intoccabile, l’oggetto di una devozione che non ammette discussioni e dubbi. Eppure sembra scantonare da tempo film e personaggi complessi, preferendo personaggi-cartoon come Jack Sparrow o come il Tonto di questo Lone Ranger in cui si camuffa, nasconde se stesso, copre il corpo e la faccia. In una sorta di annullamento di sè che ricorda i travestimenti di Lon Chaney, l’uomo di Hollywood dai mille volti: come se non volesse più mostrarsi per quello che è. Io, scusate, ci vedo qualcosa che somiglia all’autosabotaggio, se non all’autodistruzione (e adesso, incomincino pure gli insulti da parte degli officianti del culto Depp).

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