Recensione. L’ÂGE ATOMIQUE di Héléna Klotz: dalla Francia un piccolo capolavoro

2014208520257592L’âge atomique (L’era atomica), un film di Héléna Klotz. Con Elliott Paquet, Dominik Wojcik, Niels Schneider, Mathilde Bisson. Sceneggiatura di Héléna Klotz, con la collaborazione di Elisabeth Perceval. Francia 2012.20142087
Lanciato alla Berlinale 2012, approdato al Milano Film Festival 2012, riapparso sempre a Milano al Festival Mix qualche settimana fa. Un piccolo film che è una meraviglia. Un film notturno, di sogni, visioni, di buio e luci laser, di creature e anime vaganti. Fluttuante, liquido. Due adolescenti, Rainer e Victor – il primo è gay l’altro no – calano dalla banlieu a Parigi per attraversare la notte e aspettare l’alba. Si parla con la lingua della poesia (senza cadere, credetemi, nel ridicolo). Niente succede e tutto succede. Reminiscenze di Leos Carax e soprattutto di Bresson. Se vi capita (non saprei dirvi come), correte a vederlo. Voto 8 e mezzo.20142088
Ecco, un film meraviglioso. Uno dei più belli degli ultimi anni, e non si sta esagerando. Lo persi alla Berlinale 2012 dove, presentato nella sezione Panorama, beneficiato da un passaparola carbonaro tra felici pochi, avrebbe poi ottenuto il premio della critica internazionale. Recuperato e finalmente visto al Milano Film Festival del settembre 2012. Rispuntato l’altra settimana al Festival Mix di Milano dedicato al cinema gay, e lì rivisto. Confermandosi agli occhi miei quella cosa piccola e grandissima che mi era sembrata alla precedente visione. Sapete, uno di quei film rari che, non se ne sa il motivo, ti entrano dentro e non ti mollano più, impossessandosi di te come una (buona) creatura aliena. Eppure è un film fatto di niente, immagino anche con un budget ridottissimo. Qualcosa che ha a che fare con, ebbene sì, la poesia (scusate: è una parola che per pudore non uso quasi mai e che mi atterrisce per la carica sentimentaloide e anche volgare che si porta appresso, ma qui non saprei trovarne un’altra). Qualcosa, anche, che ha a che fare con l’incantamento, una qualche stregoneria, della consistenza/inconsistenza del sogno e dei fantasmi. L’autrice Héléna Klotz è una regista francese giovane, collaboratrice dei Cahiers du Cinéma (che hanno inserito giustamente, e non certo per solidarietà clanica, il suo film tra i 20 più belli del 2012), figlia di un coppia di cineasti-autori assai indipendenti, Nicolas Klotz e Elisabeth Perceval, di cui a Locarno 2011 si vide il bellissimo e mal compreso Low Life, a mio parere il migliore del concorso di quell’anno, con cui peraltro L’âge atomique ha molte affinità, come se in famiglia si respirasse e si amasse lo stesso cinema.
Nell’Era atomica tutto fluttua e scivola nella notte, a partire dai suoi due protagonisti, Victor e Rainer, adolescenti che da una qualche banlieue raggiungono Parigi-downtown con un treno metropolitano per passarci le ore tra il tramonto e l’alba. Uno, Rainer, è omosessuale, capelli lunghi e l’aria esangue da vampiro dolce, o da poeta romanticissimo o da Sturm und Drang, e di poesia appassionato, divorato dalla poesia. Che lui usa come medium per comunicare, ricorrendo a versi altrui (se ricordo bene, anche Rimbaud) o a versi propri, e vi assicuro che in tutto questo non c’è la minima affettazione, non si cade e scade nel ridicolo, come sempre succede in casi simili quando, volendo attingere al sublime, si precipita nel suo opposto. C’è che Rainer vive – e circonda sé e gli altri – di poesia (e lo stesso accadeva nel film dei genitori di Héléna Klotz, con un poeta afghano che componeva in persiano classico), con la massima naturalezza, come se la poesia la respirasse con l’aria. L’altro protagonista, Victor, non è per nulla gay, anzi il suo obiettivo nella notte che si appresta a passare a Parigi-babilonia è quella di trovarsi una ragazza e farci l’amore. No, non aspettatevi che Rainer faccia la corte a Victor, nulla in questo film sfiora simili banalità e svenevolezze. C’è un foulard, che lui regala a Victor, e che Victor immediatamente adora e indossa (e che avrà una sua parte nel successivo svolgersi dei fatti), e c’est tout, e tanto basta a dirci dei due, a suggerirci cosa possa intercorrere tra loro. Approdano in una discoteca sulla Senna. Rainer rifiuta anche con malagrazia, con acidità, la corte di un ragazzo, Victor corteggia una ragazza. La musica techno batte e sconquassa. Fuori, i due saranno aggrediti da un pugno di ragazzi violenti, con le facce e i modi dei demoni, degli spiriti maligni (e si distingue tra loro, per lampi di pura malvagità, Niels Schneider, giovane attore e già parecchio carismatico, quasi un clone di Louis Garrel, visto sia in Les amours imaginaires di Xavier Dolan che nel recente Opium di Arielle Dombasle: occhio, ne risentiremo parlare). Fuggono, riprendono il loro girovagare notturno, costeggiando le acque scure della Senna, attraversando i ponti tra luci e luminescenze e ombre, quasi nuovi e molto caraxiani amants du Pont Neuf, film stracitato dalla Klotz insieme a parecchio Bresson (Il diavolo, probabilmente e Quattro notti di un sognatore soprattutto). Intanto, la Tour Eiffel tutto sovrasta e domina con il suo occhio-laser rotante che scandaglia e taglia la notte, totem minaccioso, Polifemo dell’odissea di Victor e Rainer. Bresson, si diceva. Il suo cinema francese-cattolico-aristocratico, con le creature tormentate, attratte dal Bene e tentate dal Male, con i suoi ragazzi e le sue ragazze quasi disincarnati e asessuati, emaciati, sublimati e spirituali eppure in grado di peccare con intensità assai umana, è il modello cui non si può non pensare vedendo questo L’âge atomique e i suoi due protagonisti ricalcati, quasi clonati figurativamente su quelli di L’argent e Il diavolo, probabilmente. Ci sarà un’altra ragazza, cui Victor rinuncerà per stare vicino a Rainer, ormai in preda a una tempesta psichica quasi incontrollabile. Si inoltreranno, i due amici, insieme in un bosco – sì, un bosco, a Parigi, di notte – e sarà un percorso semionirico, e saranno sogni e sonno, aspettando l’alba. Con parole tra Victor e Rainer definitive.
Non c’è altro, in questo film che durerà sì e no una settantina di minuti. Ma è un lungo viaggio nella notte che non si dimentica. L’âge atomique è fatto della materia dei sogni e delle visioni, un film oscillante, fluttuante, liquido come le acque della Senna che lo accompagnano, dove niente succede e tutto succede. Dove le parole hanno l’ardire e l’improntitudine di farsi, o di credersi, poesia. Dove il cinema rinnova i suoi prodigi. Non so dove rispunterà questo film in Italia, e se rispunterà. Però cercatelo, stanatelo, è un’esperienza che bisogna fare.
P.S. Purtroppo dal Festival Mix è uscito senza premi. E devo dire però che il film che si è portato a casa il massimo premio, il polacco In The Name of (già recensito in questo blog alla sua apparizione in concorso alla Berlinale 2013), è un’eccellente scelta da parte della giuria (ecco il palmarès completo del Festival Mix: CS_Mix13_VINCITORI).

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